Novità: incontri settimanali di preghiera in Chiesa

 

Gli incontri mensili in Chiesa del Cenacolo “La Casa di Miriam” diventano settimanali: da lunedì 7 maggio ogni lunedì alle ore 17,30, presso la Chiesa di San Benedetto di Torino, ci ritroviamo per pregare insieme.

Informazioni:

Edizioni e Cenacolo La Casa di Miriam 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Tel. 3405892741
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 – DAL 2 GIUGNO NELLE LIBRERIE CATTOLICHE – DISTRIBUZIONE PROLIBER:

“Attirami, noi correremo (Ct 1,4) – Quando la santità è donna. Tratti esistenziali di 13 sante” – a cura di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – € 15,00 – 

 

– DAL 2 MAGGIO 2018 – DISTRIBUZIONE PROLIBER: 

Il 3° volume delle “Locuzioni interiori notturne” (Collana Spiritualità – Con introduzione teologica al concetto di “locuzione interiore” – di Francesco G. Silletta

DOMENICA 20 MAGGIO 2018 – ORE 16,30 PRESSO LA CHIESA DI SAN BENEDETTO (TORINO) – INCONTRO MENSILE DI PREGHIERA DEL CENACOLO LA CASA DI MIRIAM:

Invocazione allo Spirito Santo – S. Rosario – Preghiera per la guarigione – Lettura e meditazione di un brano biblico – Adorazione silenziosa del SS. Sacramento – Angelus per il S. Padre e la Chiesa – Partecipazione libera

PREGHIERA ALLA REGINA DEL SOCCORSO – Dal 2° volume del libro “Liberaci dal male” – di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber

Informazioni – Tel. 340-5892741

Ti chiediamo aiuto, Regina del soccorso,
perché in questo momento
sentiamo prevalere in noi lo sconforto
e la difficoltà. Sappiamo che,
quando invochiamo te, tu premurosamente
ti chini verso di noi
e con la tua sollecitudine materna
sovvieni alle nostre necessità.
Per questo ora,
mentre l’agitazione comprime il nostro cuore,
ti chiediamo di liberarci da questa condizione
e di aumentare in noi la fede e la speranza. Assistici, dove ci pare vana la nostra autodifesa
e propizia guidaci alla risoluzione
del nostro disagio presente,
affinché dimori in noi la pace
e sia resa vana ogni insidia diabolica.
Ci rivolgiamo a te,
perché sei vicina a Gesù in modo incomparabile
e nulla egli rifiuta delle tue richieste.
Porta al nostro Signore, dunque,
la nostra implorazione,
perché passi da noi quest’ora
e in piena libertà da ogni giogo spirituale possiamo inchinarci a glorificare Dio,
il nostro Signore e rendere lode al suo nome.
Ascolta la nostra richiesta, Madre nostra,
perché crediamo che qualunque soccorso
la grazia divina ci conceda, si alimenta e nutre
della tua materna mediazione,
per cui implorando te, ci sentiamo meno indegni di appellarci a colui che nel sangue
ha donato se stesso per noi.
Aiutaci, Regina del soccorso,
per la pietà del tuo cuore materno.
Amen.
(Francesco G. Silletta – “Liberaci dal male” – Opera in 2 volumi – Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber – Nelle librerie cattoliche – Tel. 340-5892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org)

Domenica 15 aprile 2018: incontro mensile del Cenacolo La Casa di Miriam – ore 16,30

Attenzione: per indisponibilità della Chiesa in quella data (confessioni dei bambini) l’incontro si terrà, in via del tutto eccezionale, presso la nostra sede – Info 3405892741

7-8 aprile 2018: giornate di studio sul “De Genesi ad litteram” di S. Agostino – a cura di Francesco G. Silletta –

Edizioni e Cenacolo La Casa di Miriam – Info: tel. 340-5892741

L’esistenza reale dell’inferno nei messaggi di Medjugorje

Ecco cosa dice la Madonna a Medjugorje a proposito dell’esistenza dell’inferno (tutto spiegato nel libro “Medjugorje. Tutti i messaggi” – di Francesco G. Silletta – Con introduzione al concetto di rivelazione privata – Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber)
 
 
Messaggio del 6 novembre 1981
 
“Avete visto l’inferno, dove vanno a finire i peccatori. Ve l’ho mostrato affinché conosciate la condizione di quelli che stanno lì”
 
Messaggio del 14 aprile 1982
 
“Dovete sapere che Satana esiste. Egli un giorno si è presentato davanti al trono di Dio, ed ha chiesto il permesso di tentare la Chiesa per un certo periodo, con l’intenzione di distruggerla. Dio ha permesso a Satana di mettere la Chiesa alla prova per un secolo, ma ha aggiunto: “Non la distruggerai!”. Questo secolo in cui vivete è sotto il potere di Satana ma, quando saranno realizzati i segreti che vi sono stati affidati, il suo potere verrà distrutto. Già ora egli comincia a perdere il suo potere e per questo è diventato ancora più aggressivo: distrugge i matrimoni, solleva discordie anche fra le anime consacrate, causa ossessioni, provoca omicidi.
Proteggetevi per questo con il digiuno e la preghiera, in modo particolare con la preghiera comunitaria. Tenete addosso degli oggetti benedetti e poneteli anche nelle vostre case. E riprendete l’uso dell’acqua benedetta!”
 
Messaggio del 20 maggio 1982
 
“[…] Si dannano solo coloro che rifiutano deliberatamente Dio. A chi poco è stato dato, poco sarà chiesto. A chi è stato dato molto, sarà chiesto molto. Solo Dio, nella sua infinita giustizia, stabilisce il grado di responsabilità di ognuno e pronuncia il giudizio finale”
 
Messaggio del 20 luglio 1982
 
“[…] Nel purgatorio ci sono diversi livelli: i più bassi sono vicini all’inferno, mentre quelli più elevati si avvicinano gradualmente al paradiso”
 
Messaggio del 25 luglio 1982
 
“Oggi molti vanno all’inferno. Dio permette che i suoi figli soffrano all’inferno perché hanno commesso colpe gravissime ed imperdonabili. Chi va all’inferno non ha più la possibilità di conoscere una sorte migliore. Le anime dei dannati non si pentono mai e continuano a rifiutare Dio. E lì, lo maledicono ancor più di quanto non facessero prima, quando erano sulla terra. Diventano parte integrante dell’inferno e non vogliono essere liberate da quel luogo”
 
Messaggio del 2 novembre 1983
 
“La maggior parte degli uomini, quando muore, va in purgatorio. Un numero anche molto considerevole va all’inferno. Soltanto un piccolo numero di anime va direttamente in paradiso. Vi conviene perciò rinunciare a tutto, pur di essere portati direttamente in paradiso al momento della vostra morte”
 
Si tratta di alcuni messaggi della Regina della Pace dati a Medjugorje nei primi anni di apparizioni. Ne ha dati poi ancora molti altri attinenti il medesimo tema: l’esistenza dell’inferno.
Per leggere tutti i messaggi fino al 2017 (anno di stampa dell’opera): “Medjugorje. Tutti i messaggi” (con introduzione teologica al concetto di rivelazione privata) – di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber – Tel. 340-5892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org
(Dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – Edizioni La Casa di Miriam – € 37)

Il “Fiat” del Discepolo Amato – 

dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber

 
 
“Anche il Discepolo Amato ha pronunciato un giorno il proprio “fiat”. Non in ossequio ad un annuncio angelico, ma alla consegna materno-filiale del Crocifisso: “Ἰδοὺ ἡ μήτηρ σου.” (Ecco tua madre- Gv 19,27a).
Poteva rifiutare, il Discepolo, una simile consegna? Avrebbe mai potuto rispondere: “Maestro, non ora, non mi sento all’altezza”? – Sì, avrebbe potuto. Poiché quel suo “sì”, soltanto intrinsecamente annunciato dalla narrazione evangelica ma con una forza tutta particolare (” ἔλαβεν ὁ μαθητὴς αὐτὴν εἰς τὰ ἴδια” – Il Discepolo l’accolse nella sua casa – 19,27b), ha una fortissima dipendenza volitiva, sorge cioè dalla pura volontà del Discepolo, non solo da una soggezione rispetto all’autorità di Colui che un tale incarico poneva sulle sue spalle. Il Discepolo ha cioè voluto, e voluto profondamente, obbedire al Maestro-Crocifisso, attraverso una piena accettazione, una vera “accoglienza” della Madre in seno alla propria vita, ha cioè disposto totalmente il proprio cuore all’ordine della figliolanza nei suoi riguardi.
Ecco perché nella relazione materno-filiale non esiste nulla di scontato, né è possibile anteporre il simbolico-tipologico allo storico dell’evento. Ai piedi della croce, infatti, vi era un uomo, non un simbolo. Il suo personale “fiat”, non è ancora, non può essere ancora il “fiat” di tutta la Chiesa nei secoli futuri. Occorre dare all’uomo storico ciò che gli appartiene. A quell’uomo, a quel Discepolo, quindi al suo carattere, alla sua psicologia, alla sua volontà, al suo modo di percepire le cose, alla sua fede: in sintesi, alla sua storia personale il carattere fortissimo di una affermazione cosciente: io voglio, io accetto, io mi sottometto non solo alla tua volontà di Signore, ma a quella materna in quanto suo proprio figlio.
Del resto la Madre non avrebbe potuto essere accolta in un contesto storico, e lo ripetiamo ancora, differente da questo. Neppure la Madre aveva infatti alcuna obbligazione coercitiva rispetto alla sua maternità, né poteva “farsi accogliere” da qualunque ordine di esistenza. No. Il Discepolo Amato, nella sua perfetta adesione personale al disegno salvifico del Maestro, ha anteposto la maternità alle esigenze più intime della propria libertà umana, e si è fatto figlio, ne ha accettato il carico, pur dolce, pur vero, pur meraviglioso e nonostante questo assolutamente esigente, dal momento che esso veniva istituito attraverso la morte, e la morte in croce, del suo amatissimo Maestro, l’amico-amato Gesù …”
 
“Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – € 37 – Nelle principali librerie di settore – Studi teologici
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Tel. 340-5892741

 

Preghiera di liberazione a Gesù spogliato delle vesti

(per le ossessioni sessuali ed affettive) – Testo di Francesco G. Silletta – “Liberaci dal male” (2 voll.) – Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber

 

Noi ti lodiamo, Signore Gesù Cristo, e ti adoriamo.
Noi crediamo che tu sei il Figlio di Dio venuto nella carne
e che hai assunto una condizione umana
in tutto simile alla nostra, eccetto che nel peccato.
Ti benediciamo, Signore Gesù,
e ti ringraziamo per quello che hai fatto per noi
e per quello che ancora farai.
Ti chiediamo perdono per tutte le nostre colpe,
anche per quelle di cui non siamo consapevoli,
affinché tu sia glorificato nella tua divina misericordia.
Con questa preghiera, Signore Gesù, noi ci rivolgiamo a te,
consapevoli dei nostri limiti e dei nostri peccati,
e vogliamo supplicarti in modo particolare
di liberarci da ogni schiavitù legata alla carne
ed all’uso della nostra sessualità.
Tu ci hai creati, Signore Gesù,
noi siamo venuti al mondo per tuo mezzo ed in vista di te.
Ancor prima di crearci, tu, purissimo Gesù,
conoscevi e prevedevi le afflizioni
che avremmo generato al tuo Sacro Cuore con le nostre irriconoscenze;
in particolar modo, nel dare forma alla nostra carne umana,
conoscevi già ogni singolo tradimento,
ogni deviazione dalla tua legge,
ogni egoismo con il quale avremmo soddisfatto i nostri sensi
piuttosto che non glorificato la tua grandezza.
Noi siamo tua immagine, Signore.
Tu l’hai impressa in noi,
perché il nostro corpo in ogni luogo e in ogni tempo umano
ne sia custode degno e responsabile.
Per questo, consapevoli del tempo che viviamo,
noi ci appelliamo a te, alla tua carne umana,
alla purezza con cui hai custodito il tuo corpo,
alla discrezione con cui ti sei presentato in pubblico,
alle parole sante circa il giusto ordine di valore
fra lo spirito e la carne.
Ti chiediamo quindi, o Signore Gesù, Fratello nostro,
per la tua spoliazione delle vesti,
di considerare la debolezza della nostra carne umana
e di avere pietà dei nostri continui peccati
con i quali abbiamo servito la carne e non lo spirito,
umiliando la nostra immagine divina e lo Spirito Santo
di cui il nostro corpo è umano tempio.
Per l’agognato soffrire che provasti
nell’essere pubblicamente privato dei tuoi santi indumenti,
libera noi, in questo momento, dal giogo di Satana,
dalle sue volgari seduzioni,
dalle sue immaginazioni sessuali, dalle sue proposte oscene,
da ogni distorsione, fissazione, ossessione
legate al corpo ed alla nudità.
Per la volgarità di quei soldati
che esposero il tuo Santissimo Corpo umano
agli sguardi ed ai commenti dei tuoi nemici,
risana le ferite che i nostri peccati, i nostri pensieri,
le nostre fantasie, l’ambiente esterno,
le amicizie o le conoscenze hanno prodotto in maniera radicale
nella nostra autocoscienza,
sì da renderci schiavi dei piaceri carnali,
facilmente preda dei demoni impuri,
atterriti come siamo dal grido delle tentazioni
e delle provocazioni che il Nemico produce sui nostri sensi.
Liberaci, o Signore,
da ogni memoria ossessiva rispetto alle nostre colpe passate,
dai ricordi consci o inconsci, di abusi subiti nel periodo infantile,
dal pensiero fisso sulle nostre insicurezze adolescenziali
legate al corpo ed alla sessualità,
dalle razionalizzazioni convulsive dei nostri atti compiuti,
dai ricordi scrupolosi e accusatori del nostro passato.
Liberaci, Signore, per pura tua misericordia,
da ogni mania, ambizione, lussuria, desiderio carnale,
da ogni insicurezza rispetto al nostro corpo, al nostro aspetto,
al nostro essere nel mondo.
Fa’ che siamo liberi di servirti,
accettando noi stessi così come tu ci hai voluti e amati.
Liberaci da ogni compromesso con il male
e da ogni nostalgia di peccato.
Tu conosci le nostre cadute, o Santissimo Signore.
Con il Sacramento della Confessione ci perdoni,
per sempre distruggi i peccati che ti confessiamo.
Ti preghiamo allora di allontanare qui e ora
ogni nostro scrupolo di coscienza, dubbio, pensiero,
fissazione legata alle nostre cadute,
all’impurità, all’indecenza che noi stessi abbiamo compiuto.
Per la dolcezza con cui, nonostante l’odio dei tuoi nemici,
ti sei lasciato abbandonare al loro istinto,
liberaci da ogni inclinazione
a perseverare nell’adesione alle seduzioni del maligno,
alle sue congetture psichiche circa la nostra sessualità,
il nostro corpo, la nostra relazione con il prossimo.
Per il dolore della tua Santissima Madre,
Immacolata nel suo concepimento,
allontana da noi ogni disperazione e paura
rispetto a ciò che siamo ed a ciò che siamo stati,
purificaci da ogni fissazione carnale, mania, fantasia,
immaginazione, ossessione sessuale,
da ogni razionalizzazione di eventi avvenuti,
da ogni ossessivo ricordo, vissuto, esperienza.
Allontana da noi, per l’Immacolato dolore di Maria nel vederti nudo
in balia dei tuoi carnefici, ogni paura del nostro corpo,
ogni cedimento alle leggi della carne non governata dallo Spirito,
ogni timore o vergogna di essere puri nel mondo,
ogni indecenza nel vestire, ogni zelo per il nostro corpo,
vanità, ambizione, scompostezza.
Fa’ che oggi iniziamo una nuova relazione con il nostro corpo.
Fa’ che oggi intraprendiamo una battaglia nuova contro Satana
e contro tutti i demoni impuri.
Fa’ che siamo sicuri di avere te come Signore del nostro corpo,
Signore della nostra mente, Signore del nostro passato.
Liberaci, o Signore, affinché non sia vana in noi
la struggente consegna del tuo corpo
avvenuta una volta per sempre sulla croce.
Soccorrici o Signore, per quella carne purissima
che hai consegnato ai tuoi nemici,
e fallo adesso.
Così come quando eri nella tua officina,
prima del ministero pubblico,
vieni anche adesso a riparare i nostri cuori,
affinché non cediamo più alla volgarità,
al fascino perverso del godimento facile,
all’immediatezza del piacere, all’egoismo,
al compiacimento di noi stessi, alla volontà di sentirci apprezzati
e conformi alla mentalità di questo mondo.
Liberaci da ogni tirannia della carne, Signore,
e perdona ogni nostra caduta, volontaria o involontaria,
casuale o reiterata, rispetto al dominio del nostro corpo
e dei nostri sensi che tu hai predicato durante il tuo ministero.
Fa’ che da questo preciso momento,
per la misericordia con cui ti sei donato a noi,
possiamo glorificare la tua purezza,
disponendo il nostro cuore ad imitare il tuo decoro,
la tua compostezza, il tuo pudore.
Perdonaci o Signore, affinché il tuo perdono distrugga Satana
e lo releghi per sempre all’inferno.
Lui ci odia perché siamo perdonati da te.
Noi vogliamo essere dei tuoi,
come gli Apostoli riuniti in Cenacolo vogliamo pregare
e mangiare il pane con te.
Per questo sia più forte il nostro amore per te
di qualunque peccato possiamo avere compiuto in questa vita.
Perdonaci, Signore, per Maria.
Liberaci, Signore, per la sua Immacolata Concezione.
Amaci Signore,
e fa’ che diventiamo anche noi sempre più capaci di amarti.
Grazie, Gesù, per il modo in cui guarirai la nostra psiche e la nostra carne.
Grazie Gesù, perché sappiamo che nessun peccato commesso
potrà mai cancellare il tuo amore per noi.
Grazie, Gesù, perché sei il Purissimo,
la sorgente e il modello di ogni purezza e di ogni buon costume.
Grazie, Gesù. Grazie, Maria.
Amen.

“Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – 2 volumi – di Francesco G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 340-5892741
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Dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” –

di Francesco G. Silletta – Copyright Edizioni La Casa di Miriam – Distrib. Proliber

Il Discepolo Amato (di seguito, DA) ha certamente potuto leggere con i propri occhi l’iscrizione posta sulla croce di Gesù: “Gesù, il Nazareno, re dei giudei”, essendo lui stesso parte integrante di quei “molti giudei che lessero questa iscrizione” (19,20) e testimone oculare della morte di Gesù (19,26).
Presso l’ambiente romano era consuetudine l’imposizione di un “titulus”, cioè di una tavoletta su cui erano scritti il nome del condannato ed il crimine da lui commesso. Si tratta di una forma intimidatoria stabilita dall’autorità romana per demoralizzare eventuali atti imitativi rispetto ad un determinato crimine. Una testimonianza storica di quest’usanza ci viene offerta per esempio da Eusebio di Cesarea:
“Gli fecero fare il giro dell’anfiteatro, preceduto da una tavoletta su cui era scritto in lingua latina: Costui è Attalo, il Cristiano” .
Nel caso specifico di Gesù, l’iscrizione viene riferita dai quattro Vangeli (Mt 27,37; Mc 15,26; Lc 23,38) come appesa sulla croce, un fatto probabilmente insolito ma non storicamente inverosimile. Il quarto Vangelo (di seguito, QV) ha un modo particolare di rendere notizia di questo evento, creando un ulteriore ed estremo confronto dialettico fra Pilato ed i giudei. La chiave di lettura è ancora una volta ironica. Innanzitutto, viene attribuito a Pilato il ruolo di personaggio principale in seno alla realizzazione dell’iscrizione. Il narratore precisa come il prefetto scrisse (ἔγραψεν) l’iscrizione. Il fatto verosimile che si tratti di un atto causativo, cioè che non fu Pilato stesso a scrivere ma ad imporre ad altri la scrittura dell’iscrizione, non sminuisce tuttavia l’intento narrativo di evidenziare come sia stato direttamente il prefetto a stabilirne la realizzazione.
L’iniziativa di Pilato trova una prima indiretta opposizione giudaica. Il narratore, infatti, interviene con una sua propria precisazione:
“Molti giudei lessero questo cartello, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città e l’iscrizione era redatta in ebraico, in latino e in greco” (19,20).
L’intento è quello di dimostrare un estremo rifiuto giudaico della regalità di Gesù. Nonostante, infatti, l’iscrizione sia plurilingue e molti giudei, dato il posizionamento geografico di facile reperibilità, possano imbattersi nella titolazione regale di Gesù, non avviene l’auspicato ed estremo atto di ripensamento giudaico, bensì piuttosto una clamorosa protesta:
“I sommi sacerdoti dissero dunque a Pilato – Non scrivere: Il re dei giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei giudei” (19,21).
Per la seconda volta, quindi, la scrittura dell’iscrizione viene attribuita a Pilato in termini causativi. Rifiutando la composizione della scritta, i giudei contestano nuovamente di fronte al prefetto la regalità di Gesù. L’ultima offerta di salvezza ai giudei, che il narratore ironicamente descrive attraverso la scena dell’iscrizione, viene così respinta dai destinatari:
(Dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – di Francesco G. Silletta – Copyright Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber – Info tel. 340-5892741)
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“Lo svelamento di una nuova comprensione di se stesso” –

dal libro “Elia, il profeta migrante”

– di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber
 
“Oltre che una comprensione divina, Elia sperimenta sul monte di Dio una profonda comprensione di se stesso. Il proprio zelo di Dio alla luce di questa comprensione è ripristinato nel giusto ordine di senso. Il profeta, in questa prospettiva, capisce che, proprio perché zelante, necessita di essere umile e coraggioso. L’umiltà viene ben espressa, in tal senso, dal brano di 1Re 19,13a:
 
“Come lo udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna”.
 
Il profeta riconosce se stesso, nella sua umile condizione, davanti all’immensità sconvolgente del Dio che gli si manifesta: il tu per tu con Dio è insolubile in termini di sopportazione, qualora non si inserisca, in questa diretta relazione, un elemento di mediazione, in questo caso il mantello.
A partire dall’esperienza della propria miseria, il profeta realizza la destinazione verso la quale, mediante la migrazione, Dio vuole condurlo. Il testo biblico, a tal punto, ripropone lo “stupore” divino attraverso la già analizzata domanda: “Che fai qui Elia?” (19,13b), cui segue l’altrettanto analizzata risposta difensivista del profeta: “Sono pieno di zelo per il Signore” (19,14). In verità, l’epicentro teologico del dialogo, fatto di domanda-risposta, fra Elia e Jahvé, pare proprio il presente, piuttosto che non quello riportato nel testo biblico ai versetti 9-10. Sembra più logico che alla manifestazione di se stesso, infatti, Dio faccia seguire, ora che il suo interlocutore è arricchito dall’esperienza appena fatta, la sua esplicita parola. Il linguaggio divino, infatti, è al contempo parola ed azione, ed Elia ne riceve entrambe le coordinate.
Ad ogni modo, assieme all’umiltà, è proprio quello zelo elianico a venire particolarmente rafforzato. Infatti, quasi senza prendere in considerazione, a livello di comunicazione verbale, il lamento del profeta (abbiamo in precedenza considerato, però, quanto in realtà Dio corrisponda a tale lamento attraverso la comunicazione non-verbale del suo passaggio teofanico), Jahvé risponde all’angoscia del profeta con l’imposizione di un nuovo incarico, destinandolo a un ulteriore momento migratorio. Dice infatti Jahvé:
 
“Su, ritorna sui tuoi passi, verso il deserto di Damasco; arrivato là, tu ungerai Hazaèl come re di Aram. Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsi, come re di Israele e ungerai Eliseo figlio di Safàt, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto. Se uno scamperà alla spada di Hazaèl, lo ucciderà Ieu; se uno scamperà alla spada di Ieu, lo ucciderà Eliseo. Io poi mi sono risparmiato in Israele settemila persone, coloro che non hanno piegato le ginocchia a Bàal e non l’hanno baciato con la bocca”.
 
In questo brano si deve considerare bene l’introduzione: “Ritorna sui tuoi passi”. Prospettando per Elia un volgersi indietro, infatti, essa apparentemente parrebbe contrapporsi all’idea di una nuova migrazione voluta da Jahvé per Elia. In realtà, tuttavia, il ritornare indietro che Dio richiede ad Elia nasconde una istanza migratoria fondamentale. Sul monte Oreb, infatti, il profeta ha ricevuto una unzione teologica. Quel singolare tu per Tu con il Logos, ha infatti comunicato a Elia il linguaggio di Dio, la vitalità della sua Parola, il carisma che la compagnia di Dio trasmette e, in particolar modo, l’assoluzione dalla propria debolezza responsabile. Per questa sua esperienza assoluta del Logos divino, Elia è rinato come uomo ma soprattutto è veramente “nato” come profeta, poiché prima di tale incontro, nonostante la già avvenuta vocazione, non aveva ancora acquisito, a livello di coscienza personale, l’esperienza vitale del Logos divino che dà voce ai profeti.
Ora che Elia ha sperimentato lo stesso “vento” di Dio, dopo averne pregustato il nutrimento sacramentale (1Re 19,5-8), Jahvé sa che il proprio profeta lo conosce e conosce anche se stesso, è in grado di migrare in una direzione opposta rispetto a prima, ossia di poter “ritornare” dove si trovava quando ancora era assente in lui questa doppia conoscenza.
Non si tratta, tuttavia, di un ritorno che ripristini come identica una situazione precedente, poiché con Dio non si ritorna indietro senza che contemporaneamente tale retrospezione comporti una nuova fruttificazione esistenziale. Ecco allora allegata la consegna di un incarico profetico, il comando di istituire due nuove figure regali (Hazaèl e Ieu) ed il proprio successore, Eliseo. Elia, nell’attualità narrativa, è ritenuto adatto all’unzione del terribile Hazaèl, cioè di uno dei più temuti nemici d’Israele . Si tratta di un incarico che rievoca un’antica tradizione, viva soprattutto nei libri di Samuele e dei Re, nella quale l’unzione veniva affidata o ad un sacerdote o ad un profeta (o ancora a un giovane discepolo del profeta) . Ora, sottolinea l’Eissfeldt, in 2Re 8,7-15 e 9,1-12 “l’unzione di Hazaèl e quella di Ieu sono attribuite ad Eliseo, non ad Elia. I due ultimi brani non si possono ritenere il proseguimento di 1Re 19,1-18, ma costituiscono una versione parallela a essa” […]
“Elia, il profeta migrante” – di Francesco G. Silletta – 2 ristampa – Edizioni La Casa di Miriam – Distribuzione Proliber – Tel. 340-5892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

SUL FRAINTENDIMENTO DELLA LIBERAZIONE DAL MALE

Sbagliano coloro che vedendo che un esorcismo non produce nulla,

affermano tout-court che non sia un discorso demoniaco 

Non dobbiamo pensare alla liberazione solo come a un atto di esorcismo effettuato su qualcuno in palese stato di escandescenza, per cui in mancanza di esso o di altri stati espliciti particolari di ordine comportamentale o spirituale, essa risulterebbe inutile, come invece purtroppo affermano anche alcuni esorcisti (rimandando “a casa” certe persone che a loro si rivolgono perché vedono che dopo l’esorcismo non accade nulla).
La liberazione infatti può interpellare dei misteri ben più articolati e “muti” dello spirito, della memoria, della padronanza di sé, dell’autocoscienza stessa della persona, apparentemente invisibili esteriormente ma che la persona stessa, dichiarandosi sofferente, riconosce e sperimenta in maniera condizionante. Per questo è necessaria una preghiera continua, intensa, in particolare la preghiera mariana, associata ad una vita nella grazia e nella partecipazione quotidiana all’Eucaristia, ad una rinuncia ferma al peccato ed alle seduzioni del male, perché quella persona possa prima o dopo riconoscersi liberata e riprendere una vita serena, nella pace di Dio.
La preghiera di liberazione può operare invisibilmente laddove la persona neppure immagina, poiché l’invocazione dello Spirito, in essa contenuta, raggiunge e scruta certe profondità dell’essere umano che, pur segnate in qualche modo dal male, risultano in questo loro aspetto invisibili alla semplice investigazione umana, ma venir fuori spesso tumultuosamente, creando cioè effetti sensibili e dinamici nella persona, se posta “a contatto” con l’invocazione della grazia divina per la liberazione da essi.
Liberazione è infatti un cambiamento di stato della persona stessa, che può interpellare tanto lo spirito come il corpo. Essa deve perciò costantemente, ma con discrezione ed umiltà, essere implorata a Dio per il bene di chiunque, tanto più quando una persona, pur senza comprenderne bene le ragioni, avverte dei disturbi singolari dall’equivoca natura.

Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

PREGHIERA ALLA VERGINE DI CANA

– di Francesco Gastone Silletta

(dal libro “Liberaci dal male” – 2 voll. – Edizioni La Casa di Miriam)

Ti supplichiamo di guardare questa nostra carenza spirituale, dolcissima Madre, con la stessa sollecitudine con cui, durante la tua esistenza terrena, hai considerato la carenza materiale di quei commensali rimasti privi del vino allo sposalizio di Cana.
Tu che ora risplendi di gloria nei cieli, ti accorgi di quanto assai più gravosa di quella sia questa nostra situazione attuale, poiché è nel profondo del nostro cuore l’abisso di una manchevolezza, che a differenza di quel banchetto nuziale non interpella un momentaneo ristoro conviviale, ma la profondità di un’esistenza segnata dalla fatica e dallo sconforto, dalla solitudine e dal dolore nel quale molti tuoi figli, per ineffabile carenza, si trovano segnati.
Se in quella storica circostanza tu ti sei prodigata affinché, attraverso la tua sollecitudine, fosse manifestata agli astanti la gloria del tuo Figlio, tanto più ti domandiamo ora, nella miseria della nostra condizione presente, di agire in noi affinché quella stessa gloria risplenda di luce nella nostra coscienza, sazi come siamo di beni materiali ed al contempo miseri del vero bene spirituale.
“Non hanno più fede!”, ci pare di sentirti dire a tuo Figlio, ora che l’abisso dell’abbandono, dell’autonomia e della superbia ha segnato noi, tuoi figli, di un profondo disorientamento di coscienza.
Le tue parole echeggino allora nel divino cuore del tuo Gesù con tanta maggiore potenza di quella circostanza storica in virtù della quale, per tua intercessione, Gesù operò il prodigio della trasformazione dell’acqua in vino e manifestò se stesso nella sua gloria.
Ora, per la gravità di questo momento della nostra storia umana, la tua intercessione sia per noi sicuro rimedio, efficacissimo strumento di salvezza da questo esilio che stoltamente, orgogliosi come siamo, abbiamo autodeterminato nella nostra esistenza rispetto al consiglio divino e lasciandoci travolgere, come passivi ma consenzienti attori, dall’invidia satanica rispetto alla tua cura materna su di noi.
Salvaci, Madre nostra, dalle nostre carenze spirituali ed infondi in noi la pienezza della fede, affinché come tu stessa hai domandato ai commensali di Cana, anche a noi possa essere rivolta efficacemente l’esortazione: “Fate quello che egli vi dirà”.
Per la tua bontà materna noi ti ringraziamo ed affidiamo a te questa nostra condizione, sicuri che mai ti dimentichi di noi e previeni i pericoli che ci minacciano con il tuo materno aiuto.
Amen

Francesco G. Silletta – “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – 2 voll. – Edizioni La Casa di Miriam 24h – Info Tel. 340-5892741 – Distribuzione Proliber – www.lacasadimiriam.altervista.org

DOMENICA 18 MARZO ORE 16,00 – CHIESA DI SAN BENEDETTO – TORINO – INCONTRO MENSILE DI PREGHIERA DEL CENACOLO

“LA CASA DI MIRIAM” – 

La collana teologica di Francesco G. Silletta – Tel. 340-5892741 –

Edizioni La Casa di Miriam

FRANCESCO G. SILLETTA E TRE SACERDOTI PREGANO CON I PARTECIPANTI DURANTE LA SERATA DI PREGHIERA IN CHIESA DELLO SCORSO 23 FEBBRAIO CON IL CARISMATICO VINCENZO FERRARI (protagonista del libro “Petali di una camelia. Storia vera di un convertito” – Edizioni La Casa di Miriam)

Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Tel. 340-5892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

“Il passaggio di proprietà materna di Gv 19,25-27”

secondo Ignace de la Potterie:

19,25: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. 26 Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». 27 Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.

Scrive il de la Potterie: – In presentazione schematica abbiamo dunque la successione: “sua madre – la madre – tua madre”.
Una semplice esegesi strutturale delle funzioni della parola “madre” in questo insieme letterario mostra che abbiamo qui, se è lecito usare un linguaggio giuridico, un trasferimento di proprietà. La “donna” che era la madre di Gesù diviene, nel versetto centrale, la “madre” per eccellenza, e infine, la “madre del discepolo”. In altri termini, la madre di Gesù, nella sua funzione materna, viene data a un altro, al discepolo.
[…] “Da quell’ora, il discepolo la prese”: – Anzitutto, le prime parole: “Da quell’ora …”. A ben considerarle, esse presentano un paradosso. L’espressione avverbiale indica che non si tratta di un’azione puntuale: “in quel momento”, ma di un’attività che costituisce l’inizio di tutto un periodo: “Da quell’ora”. La formula contiene una tensione. Viene aperta una prospettiva sul tempo futuro, che ha però avuto inizio in un’azione ben determinata: la prese in casa sua.
In filologia, si parla allora di un “aoristo incoativo”, un momento passato che indica il punto di partenza di un periodo che comincia, ma che deve prolungarsi. Nel caso concreto, Giovanni considera il mondo cristiano a partire dall’ora di Gesù.
“Da quell’ora, il discepolo la prese”. È il discepolo che agisce; ciò è senza dubbio importante, ma quel che richiama soprattutto l’attenzione è la parola “élaben”, dal verbo “. lambάno”. Di solito si traduce: “Egli prese…”
Le lingue moderne sono incapaci di esprimere le tre sfumature di questo verbo con una sola parola. Considerando il contesto, esso può avere tre significati differenti che compaiono tutti e tre nel quarto vangelo. […]
Ora, in tutto il quarto vangelo non c’è che un solo caso in cui il verbo “lambáno” si riferisce a una persona che non sia Gesù, ed è la presente situazione, in cui si tratta di sua madre. In francese si impone la traduzione “il discepolo l’accolse”: in italiano si parlerebbe di accoglienza […]”
(IGNACE DE LA POTTERIE, Het Passieverhaal volgens Johannes. Tekst en geest (1983), tr. it. La passione di Gesù secondo il Vangelo di Giovanni, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano, 1988, pp. 129-130)

Edizioni Cattoliche e Cenacolo La Casa di Miriam 24h
(Studi) – Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

– Atto di rinuncia a Satana – 

L’eloquenza della tua parola, Signore Gesù, è per noi principio di conoscenza.
Per la verità e la forza della tua parola, noi rinunciamo a Satana,perché vogliamo aderire pienamente alla tua disposizione salvifica per noi.
Noi rinunciamo innanzitutto alle sue voci, che disorientano la nostra coscienza e indeboliscono la nostra volontà. Noi rinunciamo alle sue proposte spirituali, alle sue inclinazioni ed ai suoi condizionamenti interiori.
Per ogni ferita prodotta dalla tua incoronazione spinosa, noi domandiamo liberazione del pensiero, purificazione intellettuale e rinnovamento spirituale. Proporzionatamente al male che Satana ha inflitto alla tua carne umana, per scoraggiare l’ingresso umano nella dimora dei redenti, noi domandiamo profondità di conoscenza, libertà nell’acquisto delle virtù, volontà di santificazione e spirito di carità. Noi rinunciamo, ancora, alle immagini, alle memorie, ai ragionamenti che con arguta malizia Satana infligge alla nostra autocoscienza; rinunciamo ai dubbi, ai sospetti ed alle argomentazioni con cui, con astuto inganno, cerca di atterrire il nostro slancio vitale e la nostra disposizione verso il bene e la pace.
Noi rinunciamo, per il sangue che copiosamente è fuoriuscito dall’Agnello immolato, a qualunque genere di colloquio, confronto, argomentazione, relazione con il Principe del male, l’insolente e falso locutore infernale. Ora, in forza del nostro Santo Battesimo, con il quale siamo stati edificati alla divina filiazione, domandiamo a te, Signore del cielo e della terra, di liberarci da Satana, da qualunque molestia psicologica, intellettiva, attitudinale, emozionale, comportamentale possa irriverentemente disturbare la nostra pace personale e deficitare il nostro ardore testimoniale alla Santa Verità. Per l’intercessione della purissima Madre ed il consiglio di tutti i Santi, rinunciamo fermamente alle sataniche malizie, alle interpretazioni, alle premonizioni, alle seduzioni consce ed inconsce ed a qualunque forma di dominio, di superbo attaccamento al creato ed alle creature, per cedere il posto al Dio vivente, all’Unitrino Creatore ed alla perfetta fede nella sua esistenza e nel suo amore per noi.
Amen.

(Dal libro “Liberaci dal male. Volume 2” – di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam)

Ogni mercoledì ore 22,30 – in sede

Riprendono gli incontri notturni di preghiera alla Casa di Miriam (in sede ogni mercoledì di quaresima): Santo Rosario e Preghiera di liberazione (dal nostro libro “Liberaci dal male” – vol. 1) – Partecipazione libera (i nostri visitatori online possono unirsi spiritualmente a noi a questa iniziativa)

Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino

Sul perché di certe omissioni del nome di Maria presenti in Luca

a cura di Francesco G. Silletta – 

L’evangelista Luca descrive la vita pubblica di Gesù proprio cominciando da un luogo che non menzionerà mai più lungo tutta la sua redazione, ossia la città di Nazareth (Lc 4,16-30). Si tratta appunto del resoconto della visita di Gesù a sua Madre, nella città della propria infanzia, forse preannunciata nel racconto di Mc 3,31-35 (“Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare […]”). Luca ha in comune questo episodio con la redazione marciana di Mc 6,1-6 e con quella matteana di Mt 13,53-58, dove pure viene presentata la visita di Gesù a Nazareth, ma ciò nonostante si presenta per certi versi indipendente da queste fonti nella prospettiva teologica con cui elabora il proprio resoconto. Egli, infatti, pone questo episodio a ridosso del racconto delle origini e dell’infanzia, immediatamente dopo le tentazioni nel deserto, quasi a stabilire una linea di continuità fra l’infanzia nascosta e l’inizio della vita pubblica di Gesù, proprio servendosi di questa città, per l’appunto Nazareth di Galilea, e soprattutto del rapporto singolare che Gesù ebbe con essa.
Ora, ciò che interessa alla nostra riflessione è la totale assenza del nome di Maria in tutto il riporto lucano, pur trattandosi, con buona probabilità, di una visita di Gesù in quella città compiuta principalmente per salutare sua madre. Questa omissione può sorprendere, soprattutto, considerato come invece venga menzionato Giuseppe, seppure una volta sola e per bocca dei nazaretani, in Lc 4,22:

“Non è il figlio di Giuseppe?”.

Nella redazione di Marco è Maria, non il suo sposo, colei che viene rivendicata dalla folla quale presunta prova della non divina filiazione di Gesù. Luca, invece, sembra considerare l’ovvietà, nella mente dei nazaretani, del riferimento al padre piuttosto che non alla madre quale criterio di elaborazione della discendenza, dimostrandosi allora coerente con se stesso, considerato ciò che scrive riguardo la genealogia di Gesù in 3,23:

“Gesù quando cominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli”.

Quel “come si credeva” (gr. ώς έν ένομίζετο), infatti, può facilmente essere inquadrato anche nel contesto della vicenda di Nazareth che stiamo esaminando, dando credito al valore della tradizione maschile nella ricostruzione della discendenza e ponendo, al contempo, la redazione di Marco nella singolare posizione di essere intenta ad un elogio della maternità mariana.
Proprio quest’oggettività secondo cui “nell’ambiente tipicamente giudaico di Nazareth si veniva chiamati in riferimento al proprio padre, si era figlio della tal persona” (DE LA POTTERIE I., Maria nel mistero dell’Alleanza, op. cit., p. 100.), la redazione lucana della visita di Gesù a Nazareth sembra più antica di quella di Marco, nel quale la presenza dell’espressione “il figlio di Maria” appare già come una elaborazione teologica posteriore.
Ad ogni modo, la collocazione di questo brano in questo contesto del suo Vangelo è certamente un artifizio voluto da Luca, a motivo del fatto che gli apostoli dovevano essere certamente presenti, almeno i “fratelli” di Gesù, all’episodio avvenuto nella sua città, mentre invece la scelta dei dodici viene riportata solo più tardi in Lc 6,12-16. Lo stesso ragionamento giustifica come, ciò che i nazaretani domandano a Gesù (“Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”, Lc 4,23b), si riferisca a dei fatti che l’evangelista riporta soltanto successivamente, verosimilmente in Lc 4,31-41.
Vi sono poi altri casi in cui Luca apparentemente omette il nome di Maria, mentre in realtà non solo lo sottende, ma addirittura lo esalta proprio attraverso la sua omissione. Un caso di questi, infatti, è quello di Lc 7,28:

“Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”.

Quest’espressione di Gesù, infatti, secondo una lettura superficiale potrebbe essere interpretata nel senso di una maggiore importanza data da Gesù al Battista nei confronti di Maria, come pure dello stesso Giuseppe, poiché appunto si legge: “Tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni”. In realtà, intelligentemente, l’evangelista Luca sa benissimo che Maria, come pure il suo sposo Giuseppe, appartengono già all’ordine teologico del Regno di Dio, e vi appartengono in una maniera singolarissima, perciò specifica subito: “Il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Il fine per cui Dio crea una creatura, infatti, ne giustifica la grandezza ai suoi occhi, e in questo senso Maria non ha davanti nessuno, se non il proprio Figlio, agli occhi stessi di Dio.
Vi è poi un’altra omissione mariana in Luca, che ancora una volta anziché svilire la figura di Maria, la esalta. Si tratta del brano di Lc 8,2:

“C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni”.

In questo contesto, Luca sta tracciando ai suoi lettori una sintesi di coloro che, fra le donne, seguivano assiduamente Gesù nei suoi spostamenti e, come si nota facilmente, non viene menzionata Maria sua madre. Secondo il Laurentin, “di fatto Gesù non ha incluso sua madre nel gruppo delle discepole – Maria Maddalena, Giovanna e Susanna (Lc 8,1-3) – che lo seguivano” (LAURENTIN R., Maria chiave del mistero cristiano, op. cit., p. 5), ribadendo questo concetto in una sua opera più sistematica: “Maria non era fra le donne-discepole che hanno seguito Gesù nel suo ministero, anche se forse ha potuto desiderare questo privilegio che non le fu concesso. Se è stata discepola di Cristo, in modo più vicino e più profondo di qualsiasi altra donna, lo è stata nel quadro concreto della sua stessa maternità, a cominciare dalla vita familiare a Nazareth per finire con la sua compassione, che è in maniera specifica quella di una madre” (IDEM, Trattato sulla Trinità, Edizioni Art, Roma 2009, p. 363). .
Ci pare, a ragion veduta, che l’evangelista in senso proprio non considerasse Maria come discepola di Gesù, laddove con questo termine si identifichi un soggetto che passi da una condizione ad un’altra di conoscenza rispetto ad un altro soggetto, il quale funge appunto da parametro di una sequela. Se si osservano, infatti, sin dove possibile, le biografie delle donne esplicitamente indicate come discepole di Gesù, si può individuare in ciascuna di esse un dinamismo cognitivo rispetto alla persona di Gesù, il quale conduce ad una sempre progressiva adesione al suo insegnamento, sino al momento vetta del condizionamento di sequela. Per Maria, invece, questo discorso non è valido, dal momento che ella sin da principio, in senso proprio, è stata edotta dallo Spirito Santo riguardo la persona del suo Figlio, a motivo della pienezza di grazia. Parlare di un dinamismo di sequela in termini mariani, dunque, rischia di contraddire ciò che per rivelazione angelica Maria ha conosciuto interamente e, ancor prima dell’annunciazione e senza una sua effettiva coscienza intellettuale, già ha posseduto dal momento stesso del suo concepimento. Piuttosto, invece, ci pare coraggioso, pur tuttavia teologicamente sostenibile, affermare che l’omissione lucana, da noi condivisa, di Maria tra le discepole di Gesù intende elevare Maria ad una dimensione addirittura “metadiscepolare”, nel senso che per la sua singolarissima vicinanza al Cristo “coloro che avvicinavano Maria direttamente non potevano rimanerne senza ripercussione. Lasciò dietro a sé una scia di santità operante e, solo che i cuori non respingessero la Grazia, gli avvicinati divennero dei predestinati alla santità. Quando tutto sarà cognito dell’uomo, vedrete che nei primi seguaci del Figlio di Maria sono molti di quelli che ebbero con lei anche casuale rapporto e rimasero lavati e penetrati dalla Grazia che da lei si effondeva. Molti prodigi conoscerete, allora, operati dalla mia Tutta Bella e Tutta Grazia” (M. Valtorta, I Quaderni, 28 novembre 1943) .
Un altro momento importante della redazione lucana, nel quale l’evangelista apparentemente sembra omettere, in un certo senso ridimensionandola, la figura mariana, è quello presente nel racconto di Lc 11,27-28:

“Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: ‘Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!’. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”

Commentando l’enciclica mariana di Giovanni Paolo II intitolata Redemptoris Mater, Joseph Ratzinger a riguardo di questo brano lucano scrive: “Soltanto in apparenza siamo qui di fronte ad affermazioni antimariane. In realtà questi testi ci fanno conoscere due cose molto importanti. La prima: al di là della nascita fisica irripetibile di Cristo, esiste un’altra dimensione della maternità, che può e deve continuare. La seconda: tale maternità, che fa nascere continuamente Cristo è basata sull’ascolto, sulla conservazione e sulla realizzazione della parola di Gesù. Ora proprio Luca, dal cui Vangelo sono desunti questi due passi, descrive Maria come l’ascoltatrice esemplare della parola, come colei che la porta in sé, la conserva e la fa maturare. Ciò significa: Luca, tramandando queste parole del Signore, non nega la venerazione di Maria, ma vuole precisamente collocarla sul suo vero fondamento. Egli mostra che la maternità di Maria non è solo un evento biologico irripetibile, bensì che essa fu ed è madre con tutta la sua persona e che quindi tale rimane” (RATZINGER J., Maria Chiesa nascente, op. cit., pp. 46-47).
Sembra evidente, quindi, come Gesù prenda le distanze da quanto asserito da quella donna non certo per svilire il carattere umano della maternità di Maria, bensì piuttosto al fine di salvaguardarlo da una cattiva interpretazione e di rendere giustizia alla profondità del suo significato. Chi più di sua madre, infatti, è tra coloro che “ascoltano la parola di Dio e la osservano?”. A riguardo, la Valtorta scrive: “L’esser Madre di Gesù – dice Maria – fu una grazia di cui non mi era lecito gloriarmi. […] L’avere Egli succhiato al mio seno neppure poteva suscitarmi vampe di superbia. Egli avrebbe ben potuto venire sulla Terra ed essere Evangelizzatore e Redentore senza avvilire la sua Divinità incarnata ai naturali bisogni di un infante. Come al Cielo salì dopo la sua Missione, così dal Cielo poteva scendere per iniziarla dotato di un corpo adulto e perfetto, necessario alla vostra pesantezza di carnali. Tutto può il mio Signore e Figlio, ed io non sono stata che uno strumento per rendere più comprensibile e più persuasiva a voi la reale Incarnazione di Dio, purissimo Spirito, nelle vesti di Gesù Cristo Figlio di Maria di Nazareth. Ma l’avere osservato la Parola di Dio e affinato i sensi dell’anima con una purezza totale sin dall’infanzia, questo era grandezza; e l’aver ascoltato la Parola che mi era Figlio per renderla mio pane e sempre più fondermi al mio Signore, questa era beatitudine” (I Quaderni, 7 dicembre 19434) .
Il fine della sottolineatura lucana, dunque, ben lungi dal diminuire la portata della lode mariana proferita da quella donna, la eleva ancora di più inserendola nel giusto ordine teologico: “Dire, infatti: ‘Sia fatta l’anima di Maria senza colpa’ è prodigio del Creatore – dice Gesù – A Lui solo, dunque, ne va data lode. Ma dire: ‘Sia fatto di me secondo la tua parola’, è prodigio di mia Madre. Per questo, dunque, grande è il suo merito. Tanto grande che solo per quella sua capacità di ascoltare Dio, parlante per bocca di Gabriele, e per la sua volontà di mettere in pratica la parola di Dio, senza stare a soppesare le difficoltà e i dolori immediati e futuri che da essa adesione sarebbero venuti, è venuto il Salvatore nel mondo. Voi dunque vedete che Ella è la mia beata Madre non solo perché mi ha generato e allattato, ma perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha messa in pratica con l’ubbidienza” (L’Evangelo, 288.5/6) .

Edizioni La Casa di Miriam 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

“Vergogna e pudore in Giovanni Paolo II”

dagli studi di Francesco G. Silletta “La teologia del corpo in Giovanni Paolo II” – Edizioni La Casa di Miriam –

“[…] Alla luce di Gen 3,7 la vergogna, ormai inevitabile a causa della caduta originaria, è tuttavia uno strumento di difesa necessario per la salvaguardia della dignità della persona che avverte il pericolo di essere oggettivata. Tuttavia, come osserva Giovanni Paolo II, essa può e deve essere oltrepassata, poiché il comandamento dell’amore illumina la coscienza in una prospettiva tale per cui essa può esprimere veramente una condizione di non-rischio di oggettivazione della persona, nel senso di “un amore vero, quello che affermando il valore della persona cerca con tutte le sue forze il bene più completo del proprio oggetto” (WOJTYLA K., Amore e responsabilità). È questa la sintesi più esplicita di ciò che Giovanni Paolo II, nella sua metafisica del pudore, definisce come “l’assorbimento della vergogna nell’amore”. Nell’uomo maschio-femmina, pertanto, proprio alla luce di Gen 3,7, deve instaurarsi una capacità di discernimento del giusto rapporto tra i valori della sessualità e la persona umana: “Non basta che la vergogna venga eliminata da un qualsiasi <<amore>>, perché questo è proprio all’opposto dell’essenziale del pudore sessuale, profondamente compromesso. Al contrario, nei legami erotici, è sempre presente una forma di impudicizia. L’impudicizia approfitta di questi legami per farsi legittimare. La facilità con la quale il sentimento di vergogna si annulla davanti al primo stato erotico emotivo-affettivo, rappresenta la negazione stessa della vergogna e del pudore. La vergogna, infatti, cede difficilmente e può essere assorbita solo da un amore vero, quello che affermando il valore della persona cerca con tutte le sue forze il bene più completo del proprio oggetto” (WOJTYLA K., Amore e responsabilità).
I valori sessuali, in questo senso, per quanto “turbati” dall’istinto e dalla concupiscenza ad una interpretazione fallace del corpo e del fine sessuale, devono tuttavia essere volontariamente soprasseduti dalla coscienza del valore superiore e primario della persona; la prospettiva dello “sfogo” di tali impulsi sessuali frutto della concupiscenza è pertanto erronea non tanto dal punto di vista dell’immoralità, quanto più ancora da quello della metafisica del corpo, poiché l’antropologia umana è orientata a valorizzare il corpo stesso e l’amore come corrispondenza reciproca dei corpi proprio per esprimere il valore unico della persona […]”

(Francesco G. Silletta – “La teologia del corpo in Giovanni Paolo II – art. “Vergogna e pudore” – Edizioni La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 340-5892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org)

 

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