Le quattro virtù cardinali – Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:

Le quattro virtù cardinali (per vivere secondo la grazia e non secondo il mondo) – Dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
 
1806 La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo «accorto controlla i suoi passi» (Prv 14,15). «Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera» (1 Pt 4,7). La prudenza è la «retta norma dell’azione», scrive san Tommaso sulla scia di Aristotele. Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione. È detta «auriga virtutum – cocchiere delle virtù»: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. L’uomo prudente decide e ordina la propria condotta seguendo questo giudizio. Grazie alla virtù della prudenza applichiamo i principi morali ai casi particolari senza sbagliare e superiamo i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.
1807 La giustizia è la virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto. La giustizia verso Dio è chiamata «virtù di religione». La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune. L’uomo giusto, di cui spesso si fa parola nei Libri Sacri, si distingue per l’abituale dirittura dei propri pensieri e per la rettitudine della propria condotta verso il prossimo. «Non tratterai con parzialità il povero, né userai preferenze verso il potente; ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia» (Lv 19,15). «Voi, padroni, date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo» (Col 4,1).
1808 La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. «Mia forza

e mio canto è il Signore» (Sal 118,14). «Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).
1809 La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio istinto e la propria forza assecondando i desideri del proprio cuore. La temperanza è spesso lodata nell’Antico Testamento: «Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri» (Sir 18,30). Nel Nuovo Testamento è chiamata «moderazione» o «sobrietà». Noi dobbiamo «vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo» (Tt 2,12).
Amen
 
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Il versetto 5 del Primo capitolo della Prima Lettera di S. Giovanni

Il versetto 5 del Primo capitolo della Prima Lettera di S. Giovanni, molto simile al versetto 5 del Primo capitolo del Vangelo di San Giovanni, ambedue simili al versetto 5 del Primo capitolo della Genesi:

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Prima Lettera di S. Giovanni

1,5 Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna.

Vangelo di San Giovanni

1,5 La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.

Genesi

1,5 E chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

 

Ciò testimonia (non solo questo, ovviamente), come alla fonte dei due scritti neotestamentari vi sia il medesimo autore, il cui pensiero aveva un momento nucleico nell’identificazione di Gesù come Luce in opposizione alle tenebre del male, prefigurato già nel testo genesiaco. Amen

 

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Sacrificio, istituzione della Nuova Alleanza ed eredità senza fine – Da uno studio di Robert Abeynaike ***

Sacrificio, istituzione della Nuova Alleanza ed eredità senza fine – Da uno studio di Robert Abeynaike ***
 
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“[…] Come esito della nostra indagine possiamo affermare che l’ultima cena fu: un sacrificio in cui Cristo “offrì se stesso a Dio” (cfr. Lettera agli Ebrei, 9, 14) per la remissione dei peccati; la promulgazione della Nuova Alleanza da parte di Cristo; la disposizione di un testamento, in cui Gesù lasciava in “eredità eterna” (cfr. Lettera agli Ebrei, 9, 15) ai suoi discepoli, il regno del suo Padre (cfr. Matteo, 26, 29; Luca, 22, 29-30).
Per tutti e tre i motivi la sua morte in croce adesso doveva seguire ineluttabilmente. Le parole e le azioni di Cristo all’ultima cena erano, infatti, tutte indirizzate verso il loro adempimento nella sua morte, senza la quale, non avrebbero avuto nessun senso o valore.
Ma, la morte di Gesù non doveva essere la fine della sua opera redentrice. Come, infatti, il punto culminante della cerimonia del Giorno d’Espiazione era l’ingresso del sommo sacerdote levitico con il sangue sacrificale nel santuario terrestre per portare a compimento l’espiazione dei peccati, così anche Cristo nella sua ascensione era entrato nel santuario celeste “per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore” (Lettera agli Ebrei, 9, 24); “procurandoci così una redenzione eterna” (Lettera agli Ebrei, 9, 12). Appunto perché Cristo “offrì se stesso con uno Spirito eterno” (Lettera agli Ebrei, 9, 14), il suo sacrificio ha una eterna efficacia, ed Egli rimane “sommo sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek” (Lettera agli Ebrei, 6, 20). Abbiamo dunque, potremmo dire, un “Giorno di Espiazione” che dura per sempre, cui l’autore si riferisce quando dice: “Il sangue di Cristo purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente” (Lettera agli Ebrei, 9, 14). E ancora: “Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario (celeste) per mezzo del sangue di Gesù… e un sacerdote grande sopra la casa di Dio accostiamoci… (Lettera agli Ebrei, 10, 19-22). In un altra occasione egli parla di cristiani come di un popolo che si è accostato “al monte Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste, al Dio giudice di tutti e a Gesù, mediatore della nuova alleanza e al sangue dell’aspersione…” (Lettera agli Ebrei, 12, 22-24). Il “sangue di Gesù” è per il nostro autore un simbolo plastico per indicare i frutti della redenzione, ossia quei beni a cui i cristiani hanno accesso, un accesso che dal contesto di questi passaggi si può intravedere appunto nella Celebrazione eucaristica. […]”
 
*** (Robert Abeynaike, L’essenza della celebrazione eucaristica secondo il Nuovo Testamento – Ultima cena e sacrificio) – Pubblicato in L’Osservatore Romano, 24 luglio 2009.
 
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Novena a San Giovanni Paolo II

Inizio novena a San Giovanni Paolo II

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A te, noi chiediamo aiuto,

Santo Pastore che tanto hai amato, servito e difeso il gregge di Cristo, affinché la nostra fede, per la tua intercessione, sia sempre

rafforzata, il nostro amore per Gesù sia reso immacolato dalle infatuazioni e dalle contaminazioni del mondo, e la nostra amicizia con Dio costantemente rinsaldata.

Tu che tanto hai narrato al popolo dei fedeli sulla potenza dello Spirito Santo e del prodigio della sua grazia, testimoniando sino all’ultimo, con l’esempio del tuo dolore, cosa significhi portare la croce con Cristo, fa’ che anche noi, alla luce dello Spirito di liberazione, siamo resi una realtà unica con Cristo, anche attraverso il transito della croce sulle spalle della nostra esistenza.

Concedici di avere in te il medesimo amore per la Madonna, che tutto conosce e consola di ciò che appartiene all’intimità dei nostri giorni. Amen.

Giovanni Paolo II, prega per noi. Amen.

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San Cirillo e la sua lettera a Nestorio sulla divinità di Cristo e sulla vera maternità di Maria ***

San Cirillo e la sua lettera a Nestorio sulla divinità di Cristo e sulla vera maternità di Maria ***

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“Così si può affermare che, pur sussistendo prima dei secoli, ed essendo stato generato dal Padre, Egli è stato generato anche secondo la carne da una donna; ma ciò non significa che la sua divina natura abbia avuto inizio nella santa Vergine, né che essa avesse bisogno di una seconda nascita dopo quella del Padre (sarebbe infatti senza motivo, oltre che sciocco, dire che colui che esisteva prima di tutti i secoli, e che è coeterno al Padre, abbia bisogno di una seconda generazione per esistere); ma poiché per noi e per la nostra salvezza, ha assunto l’umana natura in unità di persona, ed è nato da una donna, così si dice che è nato secondo la carne. Non dobbiamo pensare, infatti, che prima sia stato generato un uomo qualsiasi dalla santa Vergine, e che poi sia disceso in lui il Verbo: ma che, invece, unica realtà fin dal seno della madre, sia nato secondo la carne, accettando la nascita della propria carne.

Così, diciamo che egli ha sofferto ed è risuscitato, non che il Verbo di Dio ha sofferto nella propria natura le percosse, i fori dei chiodi, e le altre ferite (la divinità, infatti non può soffrire, perché senza corpo); ma poiché queste cose le ha sopportate il corpo che era divenuto suo, si dice che egli abbia sofferto per noi: colui, infatti, che non poteva soffrire, era nel corpo che soffriva. Allo stesso modo spieghiamo la sua morte. Certo, il Verbo di Dio, secondo la sua natura, è immortale, incorruttibile, vita, datore di vita; ma, di nuovo, poiché il corpo da lui assunto, per grazia di Dio, come dice Paolo, ha gustato la morte per ciascuno di noi, si dice che egli abbia sofferto la morte per noi. Non che egli abbia provato la morte per quanto riguarda la sua natura (sarebbe stoltezza dire o pensare ciò), ma perché, come ho detto poco fa, la sua carne ha gustato la morte. Così pure, risorto il suo corpo, parliamo di resurrezione del Verbo; non perché sia stato soggetto alla corruzione – non sia mai detto – ma perché è risuscitato il suo corpo […]”.

 

Allo stesso modo, confesseremo un solo Cristo un solo Signore; non adoreremo l’uomo e il Verbo insieme, col pericolo di introdurre una parvenza di divisione dicendo ‘insieme’, ma adoriamo un unico e medesimo Cristo, perché il suo corpo non è estraneo al Verbo, quel corpo con cui siede vicino al Padre; e non sono certo due Figli a sedere col Padre ma uno, con la propria carne, nella sua unità. Se noi rigettiamo l’unità di persona, perché impossibile o indegna (del Verbo), arriviamo a dire che vi sono due Figli: è necessario, infatti definire bene ogni cosa, e dire da una parte che l’uomo è stato onorato col titolo di figlio (di Dio), e che, d’altra parte il Verbo di Dio ha il nome e la realtà della filiazione. Non dobbiamo perciò dividere in due figli l’unico Signore Gesù Cristo. E ciò non gioverebbe in alcun modo alla fede ancorché alcuni parlino di unione delle persone: poiché non dice la Scrittura che il Verbo di Dio sì è unita la persona di un uomo ma che si fece carne. Ora, che il Verbo si sia fatto carne non è altro se non che è divenuto partecipe, come noi, della carne e del sangue: fece proprio il nostro corpo, e fu generato come un uomo da una donna, senza perdere la sua divinità o l’essere nato dal Padre, ma rimanendo, anche nell’assunzione della carne, quello che era”.

(SECONDA LETTERA DI CIRILLO A NESTORIO)

 

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Anche Barabba si chiamava di nome “Gesù”?

Anche Barabba si chiamava di nome “Gesù”?

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Alcuni manoscritti (copie del Nuovo Testamento) riportano, accanto al nome di Barabba in Mt 27,20-21, il nome di “Gesù”, come se cioè il famoso delinquente, rilasciato da Pilato al posto di Gesù Cristo, si chiamasse a sua volta, con primo nome, Gesù.

Le Bibbie contemporanee omettono questo nome vicino a Barabba, tuttavia è un dato oggettivo che alcuni manoscritti lo presentano chiaramente. Il fatto, tuttavia, pesa contro la verità, e non solo testuale, ma anche teologica. Sappiamo dagli studi testuali che quando vi è una differenza fra dei manoscritti, di natura testuale, si dà privilegio alla lezione più difficile se questa va contro il pensiero del copista. Qui ciò avviene palesemente. Quale copista, infatti, avrebbe “sponte sua” chiamato “Barabba” con il nome di “Gesù”, se non lo avesse fatto lo stesso Evangelista per primo?

Ovviamente sono ipotesi, ma oggettive e documentate. Se poi pensiamo alla scena di Pilato che chiede ai Giudei “chi dei due condannati” vogliano sia salvato, se “Gesù il Cristo” o “Barabba” (che significa “figlio del padre”), allora l’accostamento del nome di Gesù – possibile – da parte di Matteo, andrebbe teologicamente a crea re un contesto teologico molto significativo: “Gesù il Cristo”, oppure (scimmiottatura diabolica) “Gesù, ‘figlio del padre’ -“?

Amen

 

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