Crea sito

Categoria: La Casa di Miriam Page 2 of 7

Da una splendida udienza sul mistero dello Spirito Santo

Da una splendida udienza di san Giovanni Paolo II sul mistero dello Spirito Santo (qui nn. 1-3a)*:

  1. Nel Nuovo Testamento è contenuta la ri-velazione circa lo Spirito Santo come Persona, sussistente col Padre e col Figlio nell’unità della Trinità. Ma non è rivelazione con i tratti marcati e precisi di quella riguardante le due prime Persone. L’affermazione di Isaia, secondo cui il nostro è un “Dio nascosto” (Is 45, 15), si può riferire in particolare proprio allo Spirito Santo. Il Figlio, infatti, facendosi uomo, è entrato nella sfera della visibilità sperimentale per quelli che hanno potuto “vedere con i loro occhi e toccare con le loro mani qualcosa del Verbo della vita”, come dice san Giovanni (1 Gv 1, 1); e la loro testimonianza offre un concreto punto di riferimento anche per le generazioni cristiane successive. Il Padre, a sua volta, pur rimanendo nella sua trascendenza invisibile e ineffabile, si è manifestato nel Figlio. Diceva Gesù: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14, 9). Del resto la “paternità” – anche a livello divino – è abbastanza conoscibile per l’analogia con la paternità umana, che è un riflesso, sia pure imperfetto, di quella increata ed eterna, come dice san Paolo (Ef 3, 15).
  2. La Persona dello Spirito Santo, invece, è più radicalmente al di là di tutti i nostri mezzi di avvicinamento conoscitivo. Per noi la Terza Persona è un Dio nascosto e invisibile, anche perché ha analogie più fragili in ciò che avviene nel mondo della conoscenza umana. La stessa genesi e spirazione dell’amore, che nell’anima umana è un riflesso dell’Amore increato, non ha la trasparenza dell’atto conoscitivo, che in qualche modo è autocosciente. Di qui il mistero dell’amore, a livello psicologico e teologico, come fa notare san Tommaso. Si spiega così che lo Spirito Santo – come lo stesso amore umano – trovi espressione specialmente nei simboli. Questi indicano il suo dinamismo operativo, ma anche la sua Persona presente nell’azione.
  3. Così il simbolo del vento, che è centrale nella Pentecoste, evento fondamentale nella rivelazione dello Spirito Santo: “Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano (i discepoli con Maria)” (At 2, 2).

*S. GIOVANNI PAOLO II, Udienza del 17 ottobre 1990, nn. 1-3a.

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

 

L’importanza del celibato sacerdotale

Risultato immagini per John Paul II priestly celibacy

“L’importanza del celibato sacerdotale” – da una splendida udienza di S. Giovanni Paolo II (17 luglio 1993) – nn. 5-6:

  1. Il Concilio Vaticano II enuncia i motivi di tale “intima convenienza” del celibato con il sacerdozio: “Con la verginità o il celibato osservato per il Regno dei cieli, i Presbiteri si consacrano a Cristo con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a Lui con un amore non diviso, si dedicano più liberamente in Lui e per Lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo Regno e la sua opera di rigenerazione divina, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo”. Essi “evocando così quell’arcano sposalizio istituito da Dio, e che si manifesterà pienamente nel futuro, per il quale la Chiesa ha come suo unico Sposo Cristo… diventano segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio” (PO 16; cf. Pastores dabo vobis, 29; 50; CCC1579).

Sono ragioni di nobile elevatezza spirituale, che possiamo riassumere nei seguenti elementi essenziali: l’adesione più piena a Cristo, amato e servito con un cuore non diviso (cf. 1 Cor 7, 32-33); la disponibilità più ampia al servizio del Regno di Cristo e, all’adempimento dei propri compiti nella Chiesa; la scelta più esclusiva di una fecondità spirituale (cf. 1 Cor 4, 15); la pratica di una vita simile a quella definitiva nell’al di là, e perciò più esemplare per la vita nell’al di qua. Ciò vale per tutti i tempi, anche per il nostro, come ragione e criterio supremo di ogni giudizio e di ogni scelta in armonia con l’invito di “lasciare tutto”, rivolto da Gesù ai discepoli e specialmente agli Apostoli. Per questo il Sinodo dei Vescovi del 1971 ha confermato: “La legge del celibato sacerdotale, vigente nella Chiesa latina, deve essere integralmente conservata” (Ench. Vat., IV, 1219).

  1. È vero che oggi la pratica del celibato trova ostacoli, a volte anche gravi, nelle condizioni soggettive e oggettive in cui i Sacerdoti vengono a trovarsi. Il Sinodo dei Vescovi le ha considerate, ma ha ritenuto che anche le odierne difficoltà siano superabili, se si promuovono “le condizioni opportune, e cioè: l’incremento della vita interiore con l’aiuto della preghiera, dell’abnegazione, dell’ardente carità verso Dio e verso il prossimo, e con gli altri sussidi della vita spirituale; l’equilibrio umano attraverso un ordinato inserimento nella compagine delle relazioni sociali; i fraterni rapporti e i contatti con gli altri Presbiteri e col Vescovo. attuando meglio, a tale scopo, le strutture pastorali, e anche con l’aiuto della comunità dei fedeli” (Ivi, IV, 1216).

È una sorta di sfida che la Chiesa lancia alla mentalità, alle tendenze, alle mentalità, alle tendenze, alle malie del secolo, con una sempre nuova volontà di coerenza e di fedeltà all’ideale evangelico. Per questo, pur ammettendo che il Sommo Pontefice possa valutare e disporre il da farsi in taluni casi, il Sinodo ha riaffermato che nella Chiesa latina “l’ordinazione presbiterale di uomini sposati non è ammessa neppure in casi particolari” (Ivi, IV, 1220). La Chiesa ritiene che la coscienza di consacrazione totale, maturata nei secoli, abbia tuttora ragione di sussistere e di perfezionarsi sempre più.

La Chiesa sa pure, e lo ricorda ai Presbiteri e a tutti i fedeli col Concilio, che “il dono del celibato, così confacente al sacerdozio della Nuova Legge, viene concesso in grande misura dal Padre, a condizione che tutti coloro che partecipano del Sacerdozio di Cristo col sacramento dell’Ordine, anzi la Chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza” (PO 16).

Ma forse, ancor prima, è necessario chiedere la grazia di capire il celibato sacerdotale, che senza dubbio include un certo mistero: quello della richiesta di audacia e di fiducia nell’attaccamento assoluto alla persona e all’opera redentiva di Cristo, con un radicalismo di rinunce che agli occhi umani può apparire sconvolgente. Gesù stesso, nel suggerirlo, avverte che non tutti possono capirlo (cf. Mt 19, 10-12). Beati coloro che ricevono la grazia di capirlo, e rimangono fedeli su questa via!

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Novena a Padre Candido Amantini

Novena a Padre Candido Amantini (sacerdote ed esorcista)
 
– Credo –
(Sui grani del Padre Nostro si dice):
O Gesù mio Redentore per le tue piaghe e il tuo dolore:
concedi, per Maria, che Padre Candido glorificato sia.
Prega Gesù, o Madre Immacolata, per colui che santamente il tuo Nome ha portato! Che Padre Candido sia glorificato! Che Padre Candido sia glorificato!
 
(Sui grani dell’Ave Maria):
Padre Candido, per amore di Gesù appassionato, ottienici le grazie dal suo Cuore Immacolato!
 
(Giaculatoria, da ripetere tre volte alla fine della corona):
Oh Gesù appassionato, ascolta le preghiere che Padre Candido ti ha presentato! Oh Maria Addolorata, intercedi dal tuo Figlio che Padre Candido sia glorificato!
(Ave Maria – 7 volte per i dolori di Maria)
 
Preghiera conclusiva:
Onnipotente sempiterno Dio, tu che hai mandato nel mondo il tuo unico Figlio Gesù Cristo, nato da Maria Vergine, che morì in Croce per noi, per riscattarci dalla corruzione del peccato e dal potere dell’Inferno, ascolta la preghiera che ti rivolgiamo per intercessione della Candida Regina del Paradiso e del tuo servo Padre Candido dell’Immacolata, che in tutta la sua vita fu unito misticamente alla passione e morte del tuo Figlio: concedi che egli sia elevato alle glorie degli altari e per la sua intercessione fa’ che, imitando le sue virtù, possiamo essere liberati dalla schiavitù del Demonio e da ogni male dell’anima e del corpo, per giungere nel Regno eterno a cantare senza fine, insieme con Padre Candido, le tue lodi per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Potrebbe essere un'immagine raffigurante 1 persona
 
 
 
 
 
 

 

Quella strana risposta dei discepoli al Maestro, quando gli dicono: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?» (Mc 5,31)

Quella strana risposta dei discepoli al Maestro, quando gli dicono: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?» (Mc 5,31) – Meglio seguire, a volte, la propria ispirazione interiore, come ha fatto Gesù, contro il “consiglio” degli altri:

Risultato immagini per Christ and woman suffering for bleedings

Ad una prima lettura, questa risposta, data da quei discepoli a Gesù – discepoli evidentemente intimi, trovandosi così vicini a Gesù – parrebbe opportuna e a suo modo scontata, dato il contesto in cui viene posta: una folla di gente è attorno a Gesù, si fa fatica a procedere in avanti e Gesù ad un certo momento domanda: “Chi mi ha toccato?”. In realtà, tuttavia, questa stessa risposta sembra prescindere da una conoscenza di Gesù che i suoi discepoli, giunti a quel momento storico della loro sequela del Maestro, dovevano già possedere di lui. Gesù non pone, infatti, le domande tanto per porle. Ogni sua domanda è finalizzata a qualcosa di più profondo (si veda ad esempio la famosa domanda del “Chi dice la gente che io sia?”). A loro modo, quei discepoli, dicendo a Gesù: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?», ne offendono la preconoscenza delle cose e manifestano di non avere ancora capito chi sia davvero Gesù. E poiché, se non fosse stato per l’insistenza di Gesù stesso – nel volere che quella donna, “rea” di averlo toccato sul mantello, uscisse allo scoperto – quella stessa donna non sarebbe stata sino in fondo liberata dal suo male, allora sorge il sospetto che quella stessa domanda di quei discepoli mirasse – contro la loro volontà, evidentemente – all’interruzione di un evento prodigioso in atto, fosse cioè mossa da uno spirito immondo.

Gesù risolve la questione, appunto, “impuntandosi” nel voler vedere quella persona in termini fisici e storici, dicendole poi, dopo aver sentito la sua ammissione: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male» (Mc 5,34).

Come sarebbero andate le cose, tuttavia, se Gesù avesse ascoltato le parole dei suoi discepoli: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?”. Cosa sarebbe occorso a quella donna se Gesù avesse tirato dritto, “scortato” dal consiglio discepolare, e non si fosse fermato ad investigare su chi davvero avesse toccato il suo mantello?

Questo discorso può forse valere anche per noi, dinanzi a certi consigli dello Spirito che avvertiamo interiormente nonostante certa gente ci dica che non è niente, che non bisogna fissarsi su certe questioni e procedere oltre. Alle volte è meglio fermarsi, quando si ha la certezza – come Gesù l’aveva – di un evento particolare in atto – e seguire il proprio orientamento interiore, alla luce dello Spirito. Qualcuno certamente beneficerà, come quella donna emorroissa, di questa nostra insistenza personale.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino- www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Conoscenza ed azione negli interrogativi che Gesù ci pone – Dal libro di J. Navone, “Dono di sé e comunione”:

“Come in ordine alla conoscenza, così sorgono domande in ordine all’azione. Domande di tipo decisionale sorgono quando si chiede se una cosa è conveniente, se è solo apparentemente o realmente buona, che cosa ha valore oggettivo. Quando Gesù dice: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso” (Lc 10,37), e: “Maria ha scelto la parte migliore” (Lc 10,42) e ancora: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28), risponde a domande di tipo decisionale. Gesù pone domande di identità: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?” (Mc 3,33); “Come ti chiami?” (Mc 5,9); “E voi, chi dite che io sia?” (Mc 8,29). Egli pone domande per capire: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40); “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria…?” (Mc 6,2-3). Domande precisano il rapporto fra il Maestro e i discepoli; perché la retta comprensione del discepolato è correlativa alla retta comprensione del Maestro. Quando Pietro riconosce che Gesù è il Cristo, e subito dopo rifiuta la sua via di sofferenza e morte, rivela il suo fallimento a comprendere il vero significato sia del Maestro che del discepolato (Mc 8,27-9,1). Andando oltre, l’incapacità a capire il vero significato di Gesù è l’incapacità di capire l’identità che ci è donata da Dio. Gesù è la risposta di Dio alla domanda: Che cosa siamo chiamati ad essere? […]”
(J. Navone, Dono di sé e comunione, tit. orig. Self-giving and sharing, Ed. Cittadella, Assisi 1990, qui pp. 165-166)Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam –

Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

Il libro di Giona: una conferenza dell’esegeta J.L. Ska

Una conferenza dell’esegeta Jean Louis Ska sul libro del profeta Giona e sul senso del racconto:

HOMILY FOR THE THIRD SUNDAY IN ORDINARY TIME YEAR B (4) - Catholic For Life

“La parola del Signore fu rivolta a Giona” – linguaggio profetico: c’è una parola rivolta a Dio ad un profeta.

Giona figlio di Amidail: è un profeta menzionato nel secondo libro dei Re sotto il regno di Geroboamo II (periodo felice della storia di Israele). L’unico appiglio concreto al libro di Giona. Nel resto “tutto è grande”: il pesce, la rabbia di Giona, la tempesta, ecc. Non è realistico. Una città pagana che si converte in un giorno? C’è un’iperbole.

Giona riceve un ordine e immediatamente esso suscita una aspettativa nel lettore: “Va’ a Ninive”. Giona non obbedisce: “Si alzò per fuggire”. Un profeta di solito obbedisce, al limite fa qualche obiezione, però si fa convincere. Giona invece va a Tarsis, cioè nella direzione opposta di Ninive.

Va nella nave. Scoppia “la grande tempesta”. Una domanda il lettore deve porla: “Perché Giona fugge?” – Non viene detto nel testo: lacuna sui motivi. (Ninive era una città crudele, spietata – Si legga il libro di Naum – Non c’è città peggiore).

Giona non saprebbe, forse, come rivolgersi a Ninive. Non sappiamo però il perché dal testo. C’è un’altra aspettativa nel lettore: l’aspettativa del castigo di Ninive. Ninive ha assediato Gerusalemme nel 701 sotto Ezechia.

Il destinatario è certamente un ebreo che aspetta il castigo di Ninive. Se Giona è mandato a Ninive è perché Dio finalmente si decide ad agire. Ma Giona non vuole essere strumento della giustizia divina.

Giona è nella nave, tranquillo finché non scoppia la tempesta. I marinai buttano parte del carico nel mare. Poi decidono di pregare ognuno il proprio “dio” per salvare la nave. Giona viene svegliato. Gettano le sorti per capire chi sia la causa di quella sciagura, che cadono su Giona.

“Chi sei tu?” – chiedono. Risponde Giona: “Sono ebreo. Temo il Signore del cielo e della terra” (‘Temere’ in ebraico è una parola ambivalente: aver paura, ma anche rispettare, venerare, adorare). Il lettore intende l’ironia verbale: una parola che ha un significato per chi la pronuncia e un altro per il lettore che conosce la situazione. “Se il tuo Dio è quello che ha creato il cielo e il mare, perché allora il mare è così?”.

Giona dice: “Buttatemi nel mare”. I marinai però provano a remare per salvarlo. Alla fine si rassegnano e lo buttano nel mare. Il racconto finisce nel primo capitolo dicendo che “immediatamente si calma la tempesta”. La tempesta è grande, ma anche il timore dei marinai, che dopo offrono sacrifici al Dio di Giona. Dove trovano l’occorrente per offrire un sacrificio sulla nave?

Si tratta di una conversione.

Un “grande” pesce ingoia Giona. Giona non ha pregato sulla nave, ma nel ventre del pesce si ricorda di pregare. Alla fine Giona è “vomitato” (traduzione letteraria) dal pesce. Qui Giona si sveglia e d’un colpo arriva la parola del Signore per la seconda volta. Su, va a Ninive e di’ quello che dirò. Non gli consegna immediatamente il contenuto del messaggio, tuttavia: “Quando sarai arrivato, ti dirò cosa dire”.

Ninive era una “grande” città: ci volevano tre giorni per percorrerla. I Romani percorrevano 30km ogni giorno, perciò le città nel nord europa si trovano normalmente a 30 km di distanza.

Ora, 3 volte trenta fa 90: Ninive è una città di 90 km.

Gionata predica un giorno solo. Non viene detto perché.

Ancora 40 giorni è Ninive sarà capovolta (distrutta).

“Tutta la città credette nel Signore e si mise a digiunare”: mai un profeta ha avuto un tale successo. Un solo giorno e la città più pagana del mondo si converte. “La notizia giunse al re di Ninive che proclamò un digiuno per tutti, pure gli animali”. Nemmeno Gioele si è sognato un digiuno di questo tipo, così radicale.

Il re dice qualcosa che i marinai hanno detto prima: “Forse Dio si pentirà di quello che ha deciso e non periremo” – Il versetto che segue la predica di Giona dice “… e iniziarono un digiuno”. Quando il re stabilisce il digiuno sembra che questo già si stesse facendo (ordina una cosa che già si fa: subito dopo un’iniziativa, si vuol dire qual è stato l’effetto: l’effetto della predica di Giona è la conversione)

“Dal più grande al più piccolo” è un’espressione che indica una totalità (sommario)

Dio si pentì del male che aveva deciso di fare e non lo fece. Tutti felici, tranne Giona.

Fu preso da “grande” collera: “Io lo sapevo che tu sei misericordioso, e perciò sono fuggito…” –  All’inizio del capitolo 4 abbiamo la risposta alla domanda fatta al capitolo 1: perché Giona fugge? Perché non voleva sperimentare il perdono divino: “Sapevo bene che tu perdoni” – Anche qualche lettore, forse, si aspettava la fine di Ninive: ora che tutto finisce bene, poi ricominceranno a fare il male.

“Io preferisco morire, piuttosto che vivere” – dice Giona. I marinai invece avevano detto: “Forse non periremo, se preghiamo” – Opposizione: non vuole unirsi a Dio che perdona.

Si dice che Giona uscì dalla città, andò ad est, si costruì una capanna ed ivi aspettò cosa dovesse accadere alla città.

Capitolo 4. Il racconto non segue la cronologia, ma la logica: missione e predicazione di Giona, effetto: conversione della città – cambiamento di volontà di Dio – rabbia di Giona.

Cosa ha fatto Giona durante i 39 giorni dopo aver predicato 1 giorno? Durante la notte cresce un ricino. La notte seguente Dio manda un verme che fa morire questo ricino e al mattino non c’è più ombra, quindi manda un forte scirocco da est che fa bruciare la testa di Giona: Giona dice di voler morire. Allora Dio dice a Giona: “Tu sei arrabbiato perché è morta quella pianta, nata e morta in una notte. Allora io, non dovrei forse aver pietà di migliaia di abitanti di Ninive?”.

Giona per la prima volta si rallegra quando vede quel ricino, una pianta.

Giona di fatto non risponde.

Chi risponde alla domanda? Il lettore. Il personaggio presentato nel libro in realtà rappresenta una mentalità, quella di molti lettori del libro di Giona. Viene rivelato alla fine che Giona è il lettore. Per cui è il lettore che deve rispondere: tu vuoi vivere o morire? Riconciliarti con un Dio di misericordia o no?

Dio come tratta Giona? – Il lettore come deve trattarlo?

Il finale è aperto: al lettore viene chiesto di continuare il racconto (come nella parabola del figlio prodigo).

Ci sono tanti tipi di racconto ed ogni racconto propone un itinerario al lettore. Quello di Giona parla di conversione. Il racconto è fatto per cambiare la mentalità di chi la pensa come Giona.

Altri racconti invece hanno un personaggio che è un modello (ad es. i fioretti di S. Francesco, che propongono S. Francesco come modello), cioè racconti edificanti.

Es 24,3-8: Mosè scende dalla montagna, riporta al popolo le parole date da Dio sul monte, costruisce un altare, offre sacrifici, versa una parte del sangue sull’altare, legge il libro, il popolo dice “faremo tutto ciò che è scritto”, allora versa il sangue dall’altra parte: il lettore che legge questo libro è chiamato a ripetere la risposta del popolo d’Israele: “faremo tutto ciò che è scritto”

2Re 22: Giosia fa riparare il tempio, legge il libro che è stato ritrovato (il Deuteronomio): il lettore vede come deve comportarsi.

Ger 36: Anche qui c’è un rotolo letto davanti al re (Ioiakin), che prende un paragrafo, lo taglia e lo butta nel bracere: Geremia dice “Se non ascoltate…, se non siete attenti…”, ecco le conseguenze.

Neemia 8: Esdra legge la Torah davanti a tutto il popolo.

Altri racconti ancora, invece, presentano non una risposta chiara di comportamento data al lettore, ma una proposta di condivisione di una esperienza.

Nel libro di Giobbe non ci sono spiegazioni. Sono i suoi amici a fornirle, ma Dio dice a Giobbe: tu hai parlato bene di me, i tuoi amici no. Giobbe chiede ragioni a Dio. Quel comportamento è lodato da Dio.

In Gen 22: il sacrificio di Isacco. Dio dice “adesso so che tu temi”. Non sappiamo dal principio che è una prova. Non ci viene detto cosa pensa Abramo. C’è un invito per il lettore di condividere il dramma di Abramo (empatia).

Wayne Booth: ci sono tre tipi di interessi (che corrispondono alle tre grandi idee di Platone: vero, bello, buono). Un primo tipo è di tipo cognitivo, intellettuale: si vuol conoscere una verità. Es. Chi è il colpevole? Chi è Gesù Cristo? Luca vuol confermare Teofilo sulla verità degli insegnamenti.  In 1Re 18 si domanda se c’è davvero un profeta. Il secondo elemento è di tipo qualitativo, estetico: vogliamo la conseguenza di un effetto. Es. La storia di Giuseppe: i fratelli lo odiano, vogliamo vedere l’effetto di quest’odio e se la famiglia si potrà ricomporre.  Aspettiamo una qualità. Nell’Esodo, il faraone riduce Israele in schiavitù: vogliamo allora vedere la conseguenza. Gesù si sedette presso il pozzo. Viene la donna. Ci si domanda l’esito di questo incontro. Tre volte nell’Antico Testamento: Gen 24, 29 e Es 2: tre matrimoni nati così. Alla fine del versetto infatti Giovanni aggiunge che era “l’ora sesta”, ciò fa intendere che a quell’ora nessuna viene mai al pozzo. Le ragazze scendono al pozzo per attingere acqua la sera, mai a mezzogiorno. La samaritana va al pozzo quando nessuna donna va mai al pozzo: ci va proprio perché Gesù si è posto al pozzo a quell’ora: il racconto gioca su un’aspettativa, quella di un matrimonio (es. Mosé con Zippora), ma poi la capovolge, trovare l’unico vero sposo. Perché la donna lascia la giara e torna al villaggio? Perché c’è una conversazione sul culto. “Marito” in ebraico si dice “Baal”. Ora la donna ha tanti Baal, ma non un vero marito. Si gioca su uno schema.

La terza categoria di Booth è l’interesse pratico nella sorte dei personaggi, che fine fanno: es. la sorte di Gesù. La sorte di Israele in Egitto. La sorte di Elia: Acab riuscirà a prenderlo?

(Jean Louis Ska, Una conferenza pubblica sul profeta Giona)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

Un estratto dal commento di S. Agostino al Salmo 36

Sant’Agostino straripa di immagini a commento del Salmo 36:

CHRIST WILL COME AS KING AND JUDGE
“È un non piccolo dono di conoscenza, essere unito a Chi sa. Egli ha gli occhi della conoscenza, abbi tu gli occhi della fede. Ciò che Dio vede, tu credi. Verrà infatti il giorno dell’ingiusto, che Dio vede. Quale giorno? Il giorno della sua vendetta. È necessario infatti che si vendichi sull’empio, che si vendichi sull’ingiusto, sia che questi si converta, sia che non si converta. Se si sarà convertito, proprio per questo si vendicherà in lui, in quanto è stata distrutta l’iniquità. Il Signore non ha forse riso vedendo i giorni dei due ingiusti, di Giuda il traditore e di Saul il persecutore (1,9)? Ha visto il giorno del primo per la condanna, il giorno del secondo per la giustizia. In ambedue si è vendicato; perché quello è stato destinato al fuoco della Geenna, mentre questo è stato atterrato dalla voce celeste. Anche tu, dunque, che sopporti l’ingiusto, guarda, insieme con Dio, con gli occhi della fede, il suo giorno: e quando lo vedrai incrudelire contro di te, di’ a te stesso: Costui, se corretto, sarà con me; se invece persevererà, non sarà con me […]”
(S. Agostino, Esposizione sul Salmo 36, Discorso 2/2)
 
TESTI DI S. AGOSTINO DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – Edizioni Cattoliche e Cenacolo

Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Professione d’amore al cuore di Gesù”

“Professione d’amore al cuore di Gesù” – di Francesco G. Silletta – “Preghiere” – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam:
 
 
Con questa preghiera
decido di pormi coscientemente sotto la custodia del Signore Gesù Cristo, come parte viva di lui stesso, dal quale riconosco di dipendere in ogni mia facoltà, pensiero, atto, esperienza.
So di essere creato ad immagine di Dio, e il Cristo è questa immagine, alla quale stabilisco ora di conformarmi nella mia volontà, nelle mie decisioni, nella mia vita nel mondo.
Al Signore Gesù Cristo offro pertanto ogni mia personale realtà, sia essa appartenente alla mia esteriorità fisica, sia essa appartenente alla mia interiorità morale e spirituale. Tutto consegno di quanto mi appartiene a Colui al quale appartengo, come membro di un unico Corpo. A tutto rinuncio di quanto sia disomogeneo rispetto all’integrità di questa appartenenza e lo deploro, lo rigetto e ne depongo il ricordo presso la Memoria eterna del Signore, perché gli comandi di cancellarsi dalla mia esperienza umana e di retrocedere per sempre nella propria alterità di disobbedienza e di peccato.
Sotto la tutela di Gesù Cristo affido tutti i miei progetti, le mie aspettative, la mia economia di uomo nel mondo, per il tempo in cui il Signore stesso vorrà mantenermi come esistente in esso. Sin d’ora dispongo che quanti sono attorno a me, cominciando dal mio nucleo familiare, e tutte le persone per cui prego, siano sostenute, edificate e sorrette dalla benedizione del Signore del cielo e della terra, al quale io personalmente mi affido ed affido per la mia preghiera l’esperienza di ognuno di loro.
Sia tutto santificato per l’appartenenza a Cristo Signore, che ora dichiaro di possedere: la dichiaro dinanzi al Cristo stesso, come mio testimone di verità e di grazia, affinché la mia preghiera sia intima al suo cuore e la mia voce interna alla sua coscienza.
Sono del Signore Gesù Cristo in quanto vivente creatura che lui solo riconosce come Dio, come assoluta bellezza e verità, e in cui solo intendo dimorare, per il cui unico fine destinare la mia vita e nella cui unica intimità consegnare la mia anima.
La Vergine Maria mi accompagni in questa mia professione d’amore al cuore di Gesù, il Cristo Redentore, perché io possa essere accolto ed ivi immerso, nella pace e nella gioia che da lui solo è generata e dispensata a quanti la invocano.
Amen
(Francesco G. Silletta – “Preghiere”)
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Sulla “compassione” di Gesù

Sulla “compassione” di Gesù – di Francesco G. Silletta

Spesse volte nel Vangelo troviamo situazioni particolari in cui ci viene narrato lo stato d’animo “compassionevole” di Gesù. Così ad esempio quando si dice, in Mt 9,36, che Gesù, vedendo le folle, ebbe compassione di loro, perché erano stanchi e abbandonati “come pecore senza pastore”. Poco oltre, in Mt 14,14, si dice che Gesù ebbe una profonda “compassione” per la folla che lo seguiva e per questo guarì molti dei malati in essa presenti. Prima della moltiplicazione dei pani, poi, ancora si fa riferimento al sentimento di “compassione” di Gesù, dove egli stesso si dice preoccupato per quanti lo seguono da giorni, affinché possano avere nutrimento (cfr. Mt 15,32). Si tratta ancora di un moto compassionevole quando si parla della guarigione operata da Gesù in favore di due uomini ciechi che lo supplicavano di riavere la vista, secondo il racconto di Mt 20,34. La “compassione” di Gesù, inoltre, è quella realtà interiore che conduce Gesù stesso, nel Vangelo di Luca, ad intervenire in favore della donna vedova che aveva perso il suo unico figlio, ridonando la vita a quest’ultimo (Lc 7,12); ed ancora, in Marco, a muovere Gesù verso la completa guarigione del lebbroso che lo supplicava di guarirlo. Vi sono poi ancora altri casi, nei Vangeli, in cui questa compassione di Gesù viene sottolineata. Ma che cosa significa “compassione”? Alcuni omileti, volendo ricorrere all’etimologia, partono dal latino, traducendo il termine formalmente come “patire con”. In realtà, tuttavia, la forza vera di questo termine sta nell’originale greco (originale secondo i Vangeli, non di per se stesso), che interpella il termine “σπλάγχνα” (traslitterato: splankna), che letteralmente significa “viscere” e, figurativamente, emozione interiore bramosa. Meno etimologicamente e in forma più affettiva, ciò che accade a Gesù quando si parla della sua compassione riguarda allora una partecipazione intima, “viscerale”, di ordine empatico all’esigenza dell’altro che gli è dinanzi.

Gesù prova anche per noi, continuamente, questo genere di sentimento e, proprio perché viscerale, non può essere contenuto se non nella sua risoluzione, “gettando amore” come rimedio all’esigenza percepita nell’altro.

Siamo in questo ordine di rapporto con il nostro Signore. Lui pensa a noi “visceralmente”. Beneficiamo allora di questa così grande “compassione” e imitiamo Gesù nel nostro rapporto con gli altri.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

La differenza fra “imitazione” e “trasmissione” del peccato secondo S. Agostino

La differenza fra “imitazione” e “propagazione” del peccato secondo sant’Agostino:

Abusing scriptures: “Go and sin no more.” | Dave Barnhart

Da genio dell’investigazione teologica qual è, sant’Agostino distingue “la propagazione” del peccato dalla “imitazione” nel peccato, dicendo che in tal senso la prima deriva da Adamo, la seconda riguarda direttamente il diavolo. Pertanto, quando si parla di “peccato originale”, come “propagazione” (cioè una trasmissione, non un atto imitativo commesso personalmente), Agostino scrive: “L’Apostolo perciò, volendo riferirsi a quel peccato e a quella morte che da uno passarono in tutti mediante la propagazione, ne ha posto qual principe quegli da cui ha preso l’avvio la propagazione del genere umano, cioè Adamo” (9.9). Per rendere ancor meglio l’idea, Agostino fa l’esempio opposto, dell’imitazione di Cristo (volontaria) che è differente dalla grazia che si riceve da Cristo (involontaria). Così Agostino distingue chi imita Cristo volontariamente, citando ancora San Paolo: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1Cor 11,1), da chi è sotto l’azione invisibile della grazia di Cristo, indipendente dalla volontà del soggetto su cui essa opera. In tal senso, il peccato originale non è un peccato di “imitazione” (perché se così fosse, tale imitazione riguarderebbe il diavolo, non Adamo), bensì di “trasmissione” e riguarda unicamente Adamo come fonte di essa. Scrive infatti ancora Agostino: “Adamo ha pure corrotto in sé, per la marcia segreta della sua concupiscenza carnale, tutti coloro che verranno dalla sua stirpe. Proprio per questo e non per altro l’Apostolo dice: ‘A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, e cosi ha raggiunto tutti gli uomini, che tutti hanno peccato in lui’ (Rm 5,12) […].”

“A causa di un solo uomo”, specifica sant’Agostino, si ha la trasmissione di questo peccato che conduce alla morte. Non si dice, invece: “A causa del diavolo”, perché se così fosse (in senso letterale) allora quel peccato riguarderebbe appunto l’imitazione volontaria, non la trasmissione.

(Cfr. S. Agostino, A Marcellino. Sul castigo, sul perdono dei peccati e il battesimo ai bambini, Prefazione, 9.9-10)

Amen

TESTI DI S. AGOSTINO DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

Sul purgatorio del buon ladrone

Celebrating the Birth of Mary - Catholic Action For Faith and Family

Sul purgatorio del buon ladrone

Alcuni teologi corrono nel condurre subito in Paradiso il cosiddetto “buon ladrone” (che per una tradizione aveva il nome di Disma), dimenticando l’esperienza “immediata” del suo purgatorio, previa al suo stesso ingresso nel Regno. Sant’Agostino lo fa notare a quanti – fra i negatori dell’esistenza del purgatorio – fanno riferimento proprio alla parola di Gesù: “Oggi tu sarai con me in Paradiso”. Vi è un transito da fare, infatti, verso quell’oggi. Il suo purgatorio, Disma lo visse in quella stessa situazione in cui veniva a trovarsi, crocifisso, con l’orribile seguito narrato dall’Evangelista Giovanni in 19,32: “Spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui”. Questo avvenne – logicamente – dopo la parola di salvezza riferita da Gesù al buon ladrone (dal momento che quando spezzarono le gambe a lui, Gesù era già morto).

Si deve quindi intendere come certamente vera l’attuazione dell’ingresso nel Regno per il buon ladrone, come al contempo la sua partecipazione alla purificazione – necessaria a quell’eterno premio – attraverso la sofferenza umana patita sulla croce.

Ogni ingresso nel Regno, richiede l’assenza di un conto da pagare. Quel conto, se esistente, occorre che sia evaso attraverso una purificazione, conforme alla sua stessa natura e gravità.

Amen

 

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino –

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Agostino risponde ai Manichei che affermano che il diavolo abbia visto Dio

L'immagine può contenere: 1 persona

Uno straordinario Agostino risponde ai Manichei che affermano che il diavolo abbia visto Dio, contraddicendo Gesù che dice: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”.

“[…] Presentiamo ancora i loro inganni (dei manichei, ndr.), affinché siano vagliati dagli occhi del vostro cuore, perché non solo, per quanto sta in voi, li evitiate, ma anche perché insegniate ad altri, deboli nella fede e inesperti nelle divine Scritture, per quanto ciascuno di voi lo potrà fare, ad evitarli e a non prenderli neanche in considerazione. “Nel libro di Giobbe – dicono (i manichei, ndr.) – sta scritto: ‘Un giorno gli angeli andarono a presentarsi davanti a Dio e il diavolo era in mezzo ad essi. Dio domandò al diavolo: Donde vieni? Il diavolo gli rispose dicendo: Son venuto, percorrendo tutta la terra’ (Gb 1,6-7)”.

Qui – dicono – risulta chiaramente che il diavolo non solo vide Dio, ma che si mise anche a parlare con lui. Nel Vangelo invece – continuano – si dice: ‘Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio’ (Mt 5,8). E ancora si dice: ‘Io sono la porta” (Gv 10,7); ‘Nessuno può venire al Padre se non per me’ (Gv 14,3)”.

Aggiungono quindi un ragionamento dicendo: “Se soltanto i puri di cuore vedono Dio, come mai il diavolo, dal cuore sommamente sordido e immondo, poté vedere Dio? O in che maniera passa per la porta, cioè per Cristo? E ancora aggiungono: “L’Apostolo afferma e dichiara che né i Principati, né le Potestà, né le Virtù hanno conosciuto Dio” (cfr. Rm 8,38).

[…] Da tali parole appare molto bene il loro inganno, e veramente il problema posto può essere superato da un qualunque cristiano, che sia saggio. Anzitutto vorrei chiedere ad Adimanto (che è colui che mette in giro certe falsità) in quale passo dell’Apostolo abbia letto che né i Principati né le Potestà né le Virtù hanno conosciuto Dio (cfr. Rm 8,38), dal momento che il Signore dice che anche gli angeli di coloro che credono in lui vedono sempre la faccia del Padre (cf. Mt 18,10). […] Ma anche se l’Apostolo avesse detto in quel modo, forse per ciò il diavolo non poté sentire la voce di Dio? Sta scritto infatti che il diavolo si presentò al cospetto di Dio, non che abbia visto Dio. […] Tutti i peccati obbediscono al diavolo, che con libera determinazione volle essere principe del peccato; per questo vien detto principe di questo mondo (Gv 12,31). Vi prego di ben imprimere nei vostri cuori questa norma di interpretazione. […] Se dunque non è scritto che il diavolo ha visto Dio, ma solo che è pervenuto insieme agli angeli alla presenza del Signore e che ha udito la sua voce (Gb 1,6-7), perché questi disgraziati si danno tanto da fare per attribuire alle Scritture che il diavolo ha visto Dio, adescando gli inesperti? Questa loro difficoltà si risolve con una brevissima risposta […] Noi risponderemo: “Il diavolo non ha visto Dio”. “Come, allora” – soggiungono – “il diavolo è giunto alla sua presenza?”. Alla stessa maniera – rispondiamo – con cui il cieco è alla presenza di chi vede, anche se non lo può vedere. […]

Forse Dio è circoscritto da un luogo, lui al quale è presente ogni coscienza angelica e umana, non solo buona, ma anche cattiva? Veramente è importante questa distinzione: che mentre alle buone coscienze è presente come Padre, alle cattive è presente come giudice. Sta scritto infatti: ‘Dio giudica il giusto e l’empio’ (Sal 10,6). Come anche sta scritto: ‘Saranno esaminati i pensieri dell’empio’ (Sap 1,9). Il Signore non si fa sentire alle orecchie del corpo in maniera più forte che nel segreto del pensiero, dove lui solo ascolta, dove lui solo è udito. Non succede forse che anche gli empi, quando dicono il vero e non si crede loro, giurano dicendo (e lo dicono con perfetta verità): “Mi è testimone Dio”? Dove, per favore, è testimone? Nella lingua o nel cuore? Nel rumore della voce o nel silenzio della coscienza? […]”

(Sant’Agostino, Discorso 12,3)

TESTI DI S. AGOSTINO DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM Edizioni e Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

San Paolo VI e San Bonaventura: un commento

Da un bellissimo commento di San Paolo VI all’opera di San Bonaventura, L’itinerario della mente a Dio:

“[…] Itinerario: pare a noi di scoprire in questo stesso titolo un movimento dello spirito ricercatore, conforme al gusto inquieto e progrediente della cultura contemporanea, la quale, sì, si propone la ricerca, ma spesso lungo i sentieri del sapere speculativo della filosofia e della teologia, facilmente si stanca e si arresta a determinate stazioni, quasi fossero ultime e supreme, mentre l’Itinerario, rivolto alla meta che sola può compensare la fatica dell’aspro e lungo cammino, prosegue verso il termine sommo della divina Verità, la quale coincide con la divina Realtà. L’Itinerario di San Bonaventura riconosce il valore delle tappe intermedie, che segnano la scala del nostro sapere, ma esso tende a più alta ascensione, sempre mettendo in atto lo sforzo sia sperimentale, che logico del pensiero, assecondando così le esigenze innate d’una pedagogia sensibile e razionale e spirituale, quale anche la migliore scuola del nostro tempo può apprezzare.

E poi l’itinerario, confortato dall’illuminazione agostiniana, che aveva incoraggiato l’ascensione del quaere super nos, finalmente giunge alle soglie del Mistero infinito; né qui si arresta, ma prosegue, non più salendo, ma in altra direzione, quasi in discesa, tracciando una nuova via, quella dell’interiorità dello spirito umano, dove Cristo, luce ed alimento, procede nelle regioni dell’anima, verso una nuova e non meno ardua ricerca, non più fuori, nelle creature, ma dentro di noi, rivolta sempre, com’è, alla ineffabile Presenza di Dio, che mediante la grazia ha fatto dell’anima sua nuova e mistica dimora.

Questo il sentiero che Frate Bonaventura ha felicemente compiuto, e che sapientemente ripropone anche all’uomo moderno: l’Itinerarium mentis in Deum, che porti al rifacimento dell’uomo dal di dentro e lo spinga a rinnovato accesso a Cristo nostro Signore.

Abbiamo detto: itinerario percorso e proposto da Frate Bonaventura.

Sì: di « Frate Bonaventura », perché ci sembra che sia questo appellativo, non meno di quello prestigioso di Cardinale, a qualificare la sua vita e il suo messaggio.

In realtà, in maggior grado di altri personaggi religiosi sorti nella santa Chiesa, egli condivise l’avventura del suo Ordine nato da poco, al quale molto dette dopo averne molto ricevuto. E seppe stabilire un permanente contatto esistenziale col Fondatore, dal quale trasse ispirazione ascetica e genio ecclesiale, e del quale divenne quasi coscienza pensante. A tal fine, egli si recò nei luoghi dove S. Francesco era nato, vissuto e morto, per ricostruire e trasmettere la verità autentica della sua vita […]”

DISPONIBILI MOLTI TESTI DI SAN BONAVENTURA ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

Preghiera di san Tommaso d’Aquino prima della comunione

Dio onnipotente ed eterno, mi accosto al sacramento del tuo unigenito Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo.

Mi accosto come infermo al medico della vita; come immondo alla fonte della misericordia; come cieco alla luce dell’eterna chiarezza; come povero e miserabile al Signore del cielo e della terra.

Imploro pertanto l’abbondanza della tua immensa larghezza, perché tu voglia guarire la mia infermità, lavare le mie sozzure, illuminare la mia cecità, arricchire la mia povertà, coprire la mia nudità, per cui riceva il Pane degli Angeli, il Re dei re, il Signore dei signori, con tale riverenza e umiltà, con tale purezza e fede quale si richiede per la salvezza della mia anima.

Concedimi, ti prego, di ricevere non solo il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma anche la realtà e la virtù di questo sacramento.

Dolcissimo Dio, fa’ che io riceva il Corpo del tuo unigenito Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, che egli prese nel seno della Vergine Maria, in modo da essere unito al suo Corpo mistico e annoverato fra i suoi membri.

Concedimi, Padre amorosissimo, di contemplare infine apertamente e per sempre il Figlio tuo diletto, che ora mi propongo di ricevere adombrato sotto i veli eucaristici.

Tu che vivi e regni, o Dio, insieme con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

(Testi di san Tommaso disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Edizioni Cattoliche e Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org)

 

 

 

Ave maris stella (Testo in italiano)

Ave Mary, bright Star of the Sea | Blessed mother mary, Mother mary, Blessed  mother

Ave, stella del mare, madre gloriosa di Dio

vergine sempre, Maria, porta felice del cielo.

L’ «Ave» del messo celeste reca l’annunzio di Dio,

muta la sorte di Eva, dona al mondo la pace.

Spezza i legami agli oppressi, rendi la luce ai ciechi,

scaccia da noi ogni male, chiedi per noi ogni bene.

Mostrati Madre per tutti, offri la nostra preghiera,

Cristo l’accolga benigno, lui che si è fatto tuo Figlio.

Vergine santa fra tutte, dolce regina del cielo,

rendi innocenti i tuoi figli, umili e puri di cuore.

Donaci giorni di pace, veglia sul nostro cammino,

fa’ che vediamo il tuo Figlio, pieni di gioia nel cielo

Lode all’altissimo Padre, gloria al Cristo Signore,

salga allo Spirito Santo, l’inno di fede e d’amore.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Contro il concetto di “teopatia” (cioè una passione intradivina di ordine immanente)

 

L'immagine può contenere: 1 persona

Contro il concetto di “teopatia” (cioè una passione intradivina di ordine immanente). Sulla possibilità che Dio soffra, non si deve parlare come viene, secondo parametri dedotti unicamente dall’esperienza umana immediata. La sofferenza di Dio – che solo alla luce di Cristo è possibile argomentare – è un fenomeno che necessita di approfondimenti teologici e biblici continui, per non cadere in banalità di ordine affettivo (“il Padre soffre per il Figlio”) o sentimentalista (Dio soffre perché ci vede soffrire). In modo particolare, va ricordato come l’idea di un dolore “proprio” di Dio (cioè intradivino) appartenga al pensiero di Origene, un grande genio del pensiero cristiano – forse il più grande dei primi secoli dell’oriente cristiano – non esente, tuttavia, da alcune gravi deviazioni dogmatiche (ad esempio quella della preesistenza delle anime), pur non essendo al suo tempo alcuni “dogmi” ancora costituiti formalmente. Ora, il tema della sofferenza di Dio si deve comprendere e argomentare unicamente alla luce della croce di Cristo e in generale di tutta la sua esperienza storica, finalizzata a tale evento. Andare a “teologare” un dolore di natura di fatto “separazionista” del Padre per il Figlio, appartiene ad una logica di pensiero certamente vivente in tanti pensatori cristiani, ma che sostanzialmente tende sempre in qualche modo a scindere il legame sostanziale fra Padre e Figlio dissociando il loro statuto di natura volitiva unitaria. Il Figlio patisce – di dice – ed il Padre “soffre” per il suo patimento: ma questa è una separazione, non un’unione, in ambito trinitario immanente. Lo Spirito Santo viene peraltro subordinato in questa ipotetica “passione” paterna, interpretato in maniera fluttuante e in fondo non veramente ipostatica. Prima di parlare di un “dolore del Padre” nei riguardi del “Figlio”, occorre dunque rimanere cristologicamente contemplativi dell’evento della croce, evento storico di salvezza, e solo alla luce di questo evento intuire ciò che – sempre e solo in maniera congiunta e mai disgiunta trinitariamente – si può intendere come “dolore di Dio”. Il discorso ovviamente non si può risolvere in poche parole. Tuttavia non siamo d’accordo con quanti sostengono una via “teopatica”, un dolore di Dio inteso addirittura nell’in sé di Dio, cioè al di qua dell’evento dell’incarnazione (immanente in Dio). Amen.

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

La natura significa Cristo e partecipa della sua esperienza umana

Dalla nuova edizione del libro “Meditazioni sulla fede” – di Francesco G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam

Heinrich Hofmann Tumblr posts - Tumbral.com

“[…] L’orto del Getsemani a suo modo è rimasto vicino a Gesù, lo ha accolto quale Signore, più di ogni altra figura umana rappresentata nella scena della permanenza di Gesù in quel luogo. Esso infatti lo ha accolto, gli ha dato conforto disponendogli uno spazio naturale per pregare, lo ha confortato, come può farlo la natura creata, dinanzi alla straziante constatazione del sonno apostolico, e non solo del sonno fisico, ma pure spirituale. Si è reso persino docile a farsi calpestare dai nemici del Creatore, offrendo tuttavia se stesso quale teatro per la loro vergogna al momento della loro caduta, quando Gesù manifestò, solo presentandosi, la propria potenza. Ed è divenuto triste, come l’intera creazione, nel momento in cui il Redentore del mondo veniva percosso ed umiliato […]”

(Nuova edizione “Meditazioni sulla fede” – Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Tel. 3405892741)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Il segno di croce con la mano destra

Per alcuni sacerdoti che dicono che fare il segno di croce con la mano destra o con la sinistra è uguale (al di là di impedimenti di salute): – Da un discorso di sant’Agostino:

L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi, bambino e spazio al chiuso

“Insieme con Gesù furono crocifissi due uomini (cfr. Gv 19, 18), uno da una parte e uno dall’altra. Si indica che un giorno alcuni saranno alla sua destra, altri alla sua sinistra (cfr. Mt 25, 33). Di coloro che saranno alla sua destra è detto: ‘Beati quelli che soffrono persecuzioni per la giustizia’ (cfr. Mt 5,10); di quelli che stanno alla sinistra è detto: ‘Quand’anche avessi dato alle fiamme il mio corpo, se non avrò la carità non mi giova a nulla’ (1Cor 13,3.8)” (S. Agostino, Discorso 218,4)

La destra, aggiungiamo noi, è sempre designata, nella Bibbia, come la parte eletta da Dio (famoso a riguardo il “siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi”, del Salmo 109).

Se nella tradizione cristiana si è da sempre segnata la croce con la mano destra, non è per una pura preferenza di ordine fisiologico. Certo, chi non ha la destra, per motivi di salute o altro, usi la sinistra: ma il fatto di voler contestare anche questa santa abitudine, che ha le sue radici nella notte dei tempi cristiani, assomiglia ad un disprezzo e ad un inutile spirito di contestazione della tradizione cattolica. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Preghiera in un momento difficile” –

 
 
L'immagine può contenere: 1 persona

“Preghiera in un momento difficile” – Francesco G. Silletta – 4 volumi – “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam:

Alla nostra Madre Maria,
che nel gaudio dell’annuncio angelico,
che le rivelava la divina maternità,
ha preventivato intuitivamente il dolore immenso
associato a questo ineffabile dono,
domandiamo in questo momento forza e pace nella nostra vita,
in particolare la rimozione e la vanificazione
di questo particolare pensiero o situazione presente
che disturba la nostra quiete (dire di cosa si tratta…).
Per la potenza della fede di Maria,
rimasta inalterata dinanzi al susseguirsi di tanti dolori
e resa sublime nella visione materna del Figlio crocifisso, domandiamo in questo momento coraggio e sapienza,
per affrontare questo nostro male presente (dire di cosa si tratta…), perché possiamo glorificare il Signore Gesù Cristo
nella pazienza della sua sopportazione
e nella riuscita del suo superamento.
Per l’invincibile amore materno di Maria,
a cui nessuna potenza malvagia ha saputo porre resistenza, domandiamo per noi in questo momento
la vittoria su questo particolare momento di dolore
(dire di cosa si tratta…),
perché nel riscatto della nostra sofferenza
Dio conceda a noi, in Cristo suo Figlio,
gioia e benedizione.
Amen

“Liberaci dal male. Preghiere di liberazione”
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Digrignavano i denti contro di lui (Stefano)” – Il fenomeno somatico del “bruxismo”

The Stoning of Stephen – Drive Thru History®

“Digrignavano i denti contro di lui (Stefano)” – Il fenomeno somatico del “bruxismo” (dal verbo greco “βρύκειν”, brukein) – I demoni fanno così contro i santi testimoni di Cristo

Nella prima lettura della S. Messa mattutina odierna (non quella serale vespertina), l’attenzione è catalizzata sulla figura di santo Stefano, che oggi la Chiesa ricorda. Il racconto tratto dagli Atti degli Apostoli è estrapolato con versetti non consecutivi, per sintetizzare in qualche modo la vicenda del martire Stefano in pochi versetti. Emerge tuttavia all’attenzione di un ascoltatore attento, un particolare – fra i vari – che riguarda l’atteggiamento fisiologico/emotivo degli accusatori del santo e che, come sappiamo, culmina nella sua lapidazione. Essi, dice ad un tratto il narratore, “All’udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui (At 7,54)” L’atteggiamento di “digrignare i denti”, da un punto di vista estetico e somatico, è significativo di una intolleranza somatizzata nei riguardi di qualcuno, che si avverte come insopportabile nemico personale. Letteralmente, dal greco, l’espressione “digrignavano i denti” è resa con “ἔβρυχον τοὺς ὀδόντας” (traslitterato: “ebruchon tus odontas”). Somaticamente la scena esprime un atteggiamento a metà fra il mordersi (inglese: to bite) nervosamente le labbra e, appunto “digrignare”, cioè stringere con ira i denti stirando le guance e assumendo uno sguardo furioso. Questo atteggiamento produce una inevitabile salivazione involontaria, tipica di un incontrollato riflesso somatico. Questo atteggiamento in italiano è chiamato “bruxismo”, proprio dal verbo greco “βρύκειν” (brukein), che esprime la natura di questo fenomeno: stridere i denti, contraendo la muscolatura Ora, osservando il testo degli Atti, ciò che ha fatto scaturire questo atteggiamento “collettivo” negli avversari di Stefano non è stata tanto la sua testimonianza in generale dell’operato di Dio nella storia (perché molto lungo è il discorso di Stefano e comprende i grandi interventi salvifici di Dio nella storia d’Israele), bensì specificatamente quel suo riferimento al Giusto (il Cristo), preannunciato dai quei profeti sempre perseguitati lungo la storia. Il nome di Gesù, cioè, in quanto Giusto e Signore, fa scatenare l’ira dei suoi ascoltatori, tanto più quando poco dopo, ancora, Stefano dice di vederlo attualmente, in visione, alla destra di Dio. Questo è l’elemento scatenante la sua lapidazione. Dietro questa furia umana, che conduce una moltitudine di gente a scagliarsi congiuntamente contro una persona sola, vi è la mozione satanica. L’atteggiamento di digrignare i denti è uno tra i vari fenomeni somatici attraverso i quali l’esorcista, in molti casi, riconosce una presenza diabolica in un soggetto che a lui è presentato, proprio dinanzi al pronunciamento del nome di Gesù, della sua opera di Redenzione o, come nel caso di Stefano, anche di coloro che in qualsiasi modo ne hanno testimoniato la venuta e l’opera. Il perdono che Stefano invoca sui suoi uccisori (perché tali sono divenuti coloro che inizialmente erano puri accusatori) è molto emblematico anche per noi. Esso infatti pone la vittima in un atteggiamento di totale unione al Cristo, dinanzi al quale l’avversario, pur eventualmente “uccidendo il corpo”, non può nulla relativamente alla pace ineffabile della sua anima, custodita da Cristo Redentore. In Stefano, dunque, si compie perfettamente non solo la supplica di perdono per i propri avversari (umani) impetrata dal Crocifisso morente, ma anche l’avvertenza di Cristo riguardo alla necessità di non temere “quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10,28). Il fatto che qualcuno “digrigni i denti” contro di noi che professiamo la verità di Cristo, in tal senso, non deve in alcun modo né sorprenderci, né tantomeno spaventarci, ma renderci lieti, perché ci rende intimamente uniti a Cristo e a quanti per lui hanno saputo offrire una testimonianza efficace, anche a costo della propria vita. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Dalla lettera di san Paolo VI “Lumen ecclesiae” (1974), per il 7° centenario della morte di S. Tommaso d’Aquino

The Life of St. Thomas Aquinas and His Greatest Work - OnePeterFive

Dalla lettera di san Paolo VI “Lumen ecclesiae” (1974), per il 7° centenario della morte di S. Tommaso d’Aquino – Qui il rapporto fra ragione e fede (I,8-9):

“[…] Il punto centrale e quasi il nocciolo della soluzione che egli diede al problema del nuovo confronto tra la ragione e la fede con la genialità del suo intuito profetico, è stato quello della conciliazione tra la secolarità del mondo e la radicalità del Vangelo, sfuggendo così alla innaturale tendenza negatrice del mondo e dei suoi valori, senza peraltro venir meno alle supreme e inflessibili esigenze dell’ordine soprannaturale. Tutta la costruzione dottrinale di San Tommaso è infatti fondata su quell’aureo principio, da lui enunciato fin dalle prime pagine della Summa Theologiae, secondo il quale la grazia suppone e perfeziona la natura e la natura si subordina alla grazia, la ragione alla fede, l’amore umano alla carità. Tutta l’ampia sfera di valori in cui si sviluppa l’impulso vitale della natura umana – essere, intelligenza, amore – è supposta e penetrata di energie nuove dall’infusione della grazia, che è principio di vita eterna. Così la stessa perfezione completa dell’uomo naturale si attua – attraverso un processo di purificazione redentiva e di elevazione santificatrice – nell’ordine soprannaturale, che ha il suo definitivo compimento nella beatitudine celeste, ma che già in questa vita dà luogo a una armonica composizione di valori, difficile da attuare come la stessa vita cristiana, ma affascinante. 9. Si può dire che superando una certa fase di esagerato soprannaturalismo delle scuole medioevali, e insieme resistendo al secolarismo che si diffondeva nelle scuole europee mediante la versione naturalistica dell’aristotelismo, Tommaso seppe mostrare – in sede di teoria della cultura e con la pratica attuazione del suo lavoro scientifico – come si uniscano nel pensiero e nella vita l’assoluta fedeltà alla Parola di Dio e la massima apertura al mondo e ai suoi valori, lo slancio dell’innovazione e del progresso e la fondazione d’ogni costruzione sul terreno solido della tradizione. Egli, infatti, non solo si preoccupò di conoscere le nuove idee, i nuovi problemi, le nuove proposte e contestazioni della ragione di fronte alla fede, ma anche di investigare il contenuto, anzitutto, della Sacra Scrittura, che spiegò fin dai primi anni del suo insegnamento a Parigi, dei Padri e scrittori cristiani, della tradizione teologica e giuridica della Chiesa, e insieme di ogni filosofia precedente e contemporanea, non solo aristotelica, ma anche platonica, neo-platonica, romana, cristiana, araba, giudaica, senza pretendere di operare una rottura col passato, la quale lo avrebbe privato della sua radice; si può dire che egli avesse assimilato questa massima di San Paolo: non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te (Rom. 11, 18). Per questa stessa ragione egli fu fedelissimo al Magistero della Chiesa, che custodisce e determina la regola della fede per tutti i credenti, e prima di tutto per i teologi, in forza della istituzione divina e dell’assistenza assicurata da Cristo ai Pastori del suo gregge. Ma, soprattutto nel Magistero del Pontefice Romano egli riconosceva la definitiva autorità direttiva e risolutrice delle questioni riguardanti la fede (14), e, proprio per questo, al suo giudizio, in punto di morte, forse perché consapevole dell’ampia e ardita azione innovatrice da lui svolta, sottomise tutta la propria opera […]” (S. Paolo VI, Lettera Lumen Ecclesiae, 1974)

TESTI DI S. TOMMASO DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – EDIZIONI E CENACOLO 24H – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Un bellissimo estratto dall’opera “Introduzione al Cristianesimo”, di Joseph Ratzinger

Un bellissimo estratto dall’opera “Introduzione al Cristianesimo”, di Joseph Ratzinger (Libro da leggere e rileggere):
 
Benedict XVI | Biography, Resignation, Legacy, & Facts | Britannica
 
“[…] Nella formula ‘la fede nasce dall’ascolto’ (Rm 10,17) ci viene data una definizione strutturale permanente di ciò che qui accade. In essa appare evidente la distinzione fondamentale fra fede e mera filosofia; distinzione che, peraltro, non impedisce alla fede di mettere nuovamente in azione, al suo interno, la ricerca filosofica della verità. In maniera ancora più incisiva si potrebbe dire che, in effetti, la fede proviene dall’udire e non dal ‘riflettere’, come la filosofia. La sua essenza non consiste nell’essere una elucubrazione del pensabile, che alla fine è messa a mia disposizione come risultato del mio pensiero: è invece sua peculiare caratteristica quella di provenire dall’avere udito, di essere la ricezione di qualcosa che non ho pensato di mia iniziativa, sicché in ultima analisi nella fede il pensiero è sempre un ripensare quanto si è udito e ricevuto in precedenza. In altri termini, nella fede si ha una precedenza della parola sul pensiero, che la stacca strutturalmente dall’impostazione tipica della filosofia. Nella filosofia il pensiero precede la parola, essa è quindi un prodotto della riflessione, che dopo si cerca di rendere a parole […]”
(Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, tit. or. Einführung in das Christentum (1968), ed. it. Queriniana, 17ª ed., Brescia 2010, qui p. 39)
 
TESTI DI BENEDETTO XVI DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – EDIZIONI E CENACOLO 24H –
Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Sulla bellezza della contemplazione” – Da una lettera di Guigo il Certosino,

“Sulla bellezza della contemplazione” – Da una lettera di Guigo il Certosino, cap. X:

L'immagine può contenere: una o più persone

“[…] Non temere, o sposa, non disperare, non crederti disprezzata se per un po’ di tempo lo Sposo ti sottrae il suo volto. Tutto ciò coopera al tuo bene (cfr. Rm 8,28) e tu trai vantaggio sia dalla sua venuta, sia dal suo allontanamento. Egli viene per te e si allontana per te. Viene per consolarti, si allontana per prudenza, perché tu non monti in superbia per la grandezza della consolazione (cfr. 2Cor 12,7), perché se lo Sposo fosse sempre con te, tu non abbia a disprezzare le tue compagne e ad attribuire questa consolazione, non alla grazia, ma alla natura. Invece questa grazia viene data dallo Sposo quando e a chi vuole, non la si possiede quasi fosse un diritto ereditario. Un proverbio popolare dice che un’eccessiva familiarità genera disprezzo. Egli si allontana dunque, perché, se troppo assiduo, non venga disprezzato, se assente venga maggiormente desiderato, se desiderato venga più avidamente cercato, se a lungo cercato venga infine con più gioia trovato. Inoltre, se non venisse mai meno questa consolazione, la quale, rispetto alla futura gloria che si rivelerà in noi, è confusa e parziale, forse riterremmo di «avere quaggiù una città stabile e andremmo meno in cerca di quella futura» (cfr. Eb 13, 14). È dunque perché non riteniamo patria l’esilio e premio la caparra, che lo Sposo ora viene, ora s’allontana, ora portando la consolazione, ora «mutandola interamente in un giaciglio di dolore» (cfr. Sal 40,4). Per un po’ ci permette di gustare quanto sia soave, e prima che l’abbiamo gustato pienamente si sottrae; e quasi volando sopra di noi ad ali spiegate ci stimola a volare, come se dicesse: Ecco, avete gustato per un po’ quanto io sia soave e dolce, ma se volete saziarvi pienamente di questa dolcezza correte dietro di me, nell’odore dei miei profumi, elevate i vostri cuori fin dove io sono alla destra di Dio Padre. Ivi mi vedrete «non come in uno specchio, in maniera confusa, ma a faccia a faccia » (1Cor 13,12), «e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16, 22-23). (Guigo il Certosino, Lettera sulla vita contemplativa, cap. X)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Sul trasferimento di demoni da una persona a un’altra

L'immagine può contenere: 1 persona
Dai 4 volumi dell’opera “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – di Francesco G. Silletta – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam
Gesù ha detto in un suo insegnamento che il demonio, dopo essere uscito da un uomo, “va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell’uomo diventa peggiore della prima” (Lc 11,26). Ciò che Gesù qui non svela esplicitamente, è “dove” quel demonio vada a prendere “altri sette spiriti peggiori di lui” per rientrare nella persona abbandonata in precedenza e tormentarla maggiormente rispetto a prima. “Dove” si genera questa “unione” di demoni? Rispondere: “All’inferno”, è una risposta a buon mercato, troppo semplice. Esiste, piuttosto, un’altra dimora in cui il demonio trova “conforto”, in senso numerico, per le proprie mire e che l’esperienza della preghiera di liberazione ci rivela molto spesso: quel “luogo” è dato infatti da altre persone umane, già soggette alla sua tirannia. Lì, in esse, spesso il demonio va ad attingere dei “rinforzi”, affinché per mezzo di essi egli possa “trasferirsi” in un’altra persona in maniera efficace e devastante. In tal senso, ci è capitato diverse volte – sottolineando apertamente ad alcuni esorcisti alcuni loro palesi errori (forse viziati dal demonio stesso) durante le loro preghiere, come ad esempio confondere i nomi dei demoni che possiedono una persona con quelli che possiedono un’altra, oppure le patologie proprie di una persona con quelle di un’altra, e via dicendo – abbiamo messo in evidenza come con le preghiere di liberazione e tanto più con gli esorcismi occorra essere svegli, lucidi, santi, umili, fermi, preparati e anche in buona salute psico-fisica, perfettamente coscienti della potenza del nemico con cui ci si mette a combattere. Il rischio è infatti quello di permettere che un’anima libera si ritrovi intossicata da una presenza di demoni, a motivo del trasferimento di questi da una persona ad un’altra, proprio a causa di alcune distrazioni o “sufficienze” rituali da parte dei ministri della liberazione, oltre che ovviamente da ragioni di altra natura, legate a quella persona e che qui, rientrando nell’ordine soggettivo, non possiamo spiegare. Con il demonio non si deve mai scherzare, né quando si è liberi dalla sua tirannia (perché comunque sempre soggetti alla sua minaccia), né tantomeno quando si è posseduti, ossessi o vessati in maniera particolare. La preghiera rimanga il continuo e forte rimedio da parte del soggetto al proprio male, in particolare la preghiera del santo Rosario, unita quotidianamente alla santa Messa.
Amen
4 volumi – “Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam Con Cenacolo 24h – Tel. 34505892741 www.lacasadimiriam.altervista.org
Utenti connessi

Dalla “Trinità” – di S. Ilario di Poitiers

Un bellissimo estratto dall’opera di S. Ilario di Poitiers, “La Trinità”
L'immagine può contenere: 2 persone
 
“L’esercizio della parola, di cui mi hai fatto dono, non può avere ricompensa più ambita che quella di servirti facendoti conoscere, di mostrare a questo mondo che ti ignora, o all’eretico che ti nega, che tu sei Padre, Padre cioè dell’Unigenito Dio. Questo solo è il fine che mi propongo. Per il resto bisogna invocare il dono del tuo aiuto e della tua misericordia, perché tu col soffio del tuo Spirito possa gonfiare le vele della nostra fede e della nostra lode e guidarci sulla rotta della proclamazione intrapresa. Non viene meno infatti alla sua parola colui che ci ha fatto questa promessa: ‘Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto’ (Mt 7,7). Allora noi, poveri come siamo, ti chiederemo ciò che ci manca e scruteremo con zelo tenace le parole dei tuoi profeti e dei tuoi apostoli, e busseremo a tutte le porte che sbarrano il riconoscimento della verità. Ma dipende da te concedere l’oggetto della nostra preghiera, essere presente a quanto si chiede, aprire a chi bussa. La natura è presa da una strana pigrizia e non possiamo capire ciò che ti riguarda per la debolezza della nostra intelligenza […]”
(S. Ilario di Poitiers, La Trinità – Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam)
Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741

 

“Sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia”

Utenti connessi

 

“Sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia” – qui da un articolo del Card. Avery Dulles, dalla rivista 30giorni (9/2005):

“[…] Innanzitutto bisogna dire che la Chiesa accetta la presenza reale come materia di fede, perché è inclusa nella Parola di Dio, come attestato dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione. Gesù ha detto chiaramente: «Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue» e, polemizzando con i Giudei, ha insistito che non stava usando una metafora. «La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6, 55-56).

Molti discepoli hanno trovato queste parole molto ardue e l’hanno lasciato, ma Gesù non ha modificato le sue affermazioni per farli ritornare indietro.

I Padri e i Dottori della Chiesa hanno confessato con fiducia la presenza reale, secolo dopo secolo, nonostante tutte le obiezioni e i fraintendimenti. Finalmente, nel 1551, il Concilio di Trento ha fornito una esposizione completa della dottrina cattolica dell’Eucaristia dando molta importanza alla presenza reale. Da allora, ripetuto da molti papi e da documenti ufficiali, l’insegnamento di Trento rimane ancora oggi normativo. Il Catechismo della Chiesa cattolica non teme di citarlo alla lettera (cfr. nn. 1374.1376-77).

Parlando della presenza di Cristo in questo sacramento il Concilio di Trento ha usato tre avverbi. Egli è contenuto in esso, dice il Concilio, «veramente, realmente e sostanzialmente» (Denzinger-Schönmetzer 1651). Questi tre avverbi sono le chiavi che aprono la porta dell’insegnamento cattolico ed escludono i punti di vista contrari, che sono dunque da rigettare.

Dicendo prima di tutto che Cristo è veramente contenuto nelle specie eucaristiche, il Concilio ha respinto l’idea che il sacramento sia meramente un simbolo o una figura che addita un corpo che è assente o che forse è da qualche parte in cielo. Questa affermazione è fatta contro l’eretico Berengario dell’XI secolo e contro alcuni suoi seguaci protestanti del XVI secolo.

In secondo luogo la presenza è reale. Cioè è ontologica e oggettiva. Ontologica perché accade a livello dell’essere; oggettiva perché non dipende dai pensieri o dai sentimenti del ministro o dei comunicandi. Il corpo e il sangue di Cristo sono presenti nel sacramento in forza della promessa di Cristo e del potere dello Spirito Santo che sono legati all’esecuzione corretta del rito da parte di un ministro validamente ordinato.

Insegnando ciò, la Chiesa rifiuta l’idea che la fede sia lo strumento che determina la presenza di Cristo nel Sacramento. Secondo l’insegnamento cattolico, la fede non rende Cristo presente, ma riconosce con gratitudine quella presenza e permette che la santa comunione porti i suoi frutti di santità. Ricevere il Sacramento senza fede è inutile, persino peccaminoso, ma la mancanza di fede non rende la presenza irreale.

In terzo luogo, il Concilio di Trento ci dice che la presenza di Cristo nel Sacramento è sostanziale. La parola “sostanza” non è usata qui come un termine filosofico tecnico, come nella filosofia di Aristotele. Essa era usata nell’alto Medioevo molto prima che circolassero le opere di Aristotele.

“Sostanza” nell’uso comune denota la realtà fondamentale della cosa, ciò che la cosa è in sé. Derivata dalla radice latina sub-stare, significa ciò che è sotto le apparenze, che possono mutare da un momento all’altro lasciando l’oggetto intatto.

Le apparenze possono essere ingannevoli. Potresti non riuscire a riconoscermi se mi travesto o se sono seriamente malato, ma io non cesso di essere la persona che ero; la mia sostanza resta immutata. Non c’è niente di oscuro, dunque, nel significato di “sostanza” in questo contesto.

“Sostanza”, significando ciò che una cosa è in sé, può essere contrapposta a “funzione”, che fa riferimento all’azione. Cristo è presente tramite il suo potere dinamico e la sua azione in tutti i sacramenti, ma nell’Eucaristia la sua presenza è, in più, sostanziale. Per questo motivo l’Eucaristia può essere adorata. È il più grande di tutti i sacramenti.

Dopo la consacrazione, il pane e il vino, in un modo misterioso, diventano Cristo stesso. Il Concilio ecumenico Vaticano II cita san Tommaso per dire che questo Sacramento contiene l’intera ricchezza spirituale della Chiesa, dato che la Chiesa non ha altre ricchezze spirituali se non Cristo e quanto Egli comunica a essa […]”

(Card. Avery Dulles, Rivista 30giorni, 9/2005)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

Lo splendido brano di Sapienza 3,1-11

Lo splendido brano di Sapienza 3,1-11

L'immagine può contenere: 1 persona

Le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio,

nessun tormento li toccherà.

Agli occhi degli stolti parve che morissero,

la loro fine fu ritenuta una sciagura,

la loro partenza da noi una rovina,

ma essi sono nella pace.

Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,

la loro speranza resta piena d’immortalità.

In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici,

perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé;

li ha saggiati come oro nel crogiuolo

e li ha graditi come l’offerta di un olocausto.

Nel giorno del loro giudizio risplenderanno,

come scintille nella stoppia correranno qua e là.

Governeranno le nazioni, avranno potere sui popoli

e il Signore regnerà per sempre su di loro.

Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità,

i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui,

perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti.

Ma gli empi riceveranno una pena conforme ai loro pensieri;

non hanno avuto cura del giusto e si sono allontanati dal Signore.

Infatti è infelice chi disprezza la sapienza e l’educazione.

Vana è la loro speranza e le loro fatiche inutili,

le loro opere sono senza frutto.

(Sap 3,1-11)

 

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Preghiera di liberazione alla Vergine Consolata” – di Francesco G. Silletta

“Preghiera di liberazione alla Vergine Consolata” – di Francesco G. Silletta – dai 4 volumi del libro: “Liberaci dal male. Preghiere di Liberazione” – Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam:

Pin on +++ A Catholic YEARBOOK

Vergine Consolata,

quando non ti conoscevamo, tu già eri nostra Madre.

Come possa un figlio non conoscere sua Madre

è un mistero grande, tanto più se la Madre sei tu.

Ma certi misteri non si devono per forza comprendere,

ma soltanto accettare,

iniziando a ragionare dove il mistero finisce,

ed incomincia la luce della conoscenza.

E dunque a te, che sei nostra Madre,

e che più del sangue, più della carne, più del nostro stesso cuore

sei unita alla nostra vita,

poiché è in vista della tua maternità

che la Vita stessa ha avuto la sua elargizione per noi

e in forza di essa il nostro cuore ha ricevuto la fede,

ora noi ti supplichiamo di donarci la tua pace,

che non ha un volto materiale,

ma la forma spirituale dell’intimità filiale con te,

l’assorbimento nel tuo cuore materno

di ogni nostra paura ed angoscia,

di ogni nostra afflizione e malattia.

Lasciaci permanere sotto il tuo manto materno,

come a proteggerci dalle intemperie del mondo,

della storia, dell’esistenza umana:

vieni a consolare la nostra coscienza

e a inondare del tuo santo silenzio

tanti rumori interiori ad essa,

tanti pensieri, ricordi, fantasie.

Tu sei la Vergine della Consolazione,

consolata e consolante,

amata ed amante,

eletta ed elettrice dei tuoi figli.

Vieni dunque fra di noi, Maria,

rendici ospiti della casa del tuo cuore,

come tanta gente hai ospitato nella tua casa di Galilea.

Apri la porta anche a noi,

perché possiamo partecipare della tua liberazione,

e tutto il male che confonde la nostra mente,

tutte le seduzioni che disorientano la nostra fede

e le amarezze che affliggono la nostra speranza,

accoglile tu, come cosa tua,

allo stesso modo in cui sei stata accolta

nella casa del discepolo che tuo Figlio ti ha consegnato.

Benedici la nostra vita, Vergine Consolata,

e conducila nelle mani di Cristo tuo Figlio

in ogni suo aspetto, dimensione, atto,

perché mai trionfi il Maligno su di noi

e per sempre ci ritroviamo nell’unica famiglia di Dio,

nel Regno che tuo Figlio ci ha promesso.

Amen

(Francesco G. Silletta)

“Liberaci dal male. Preghiere di liberazione” – 4 volumi – Disponibili subito i primi tre – Copyright Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“La fede nel quarto Vangelo” – da un articolo del biblista D. Mollat

Archdiocese of NY on Twitter: "Some scribes who were Pharisees saw that  Jesus was eating with sinners and tax collectors and said to his disciples,  "Why does he eat with tax collectors

“Il primo carattere distintivo della fede giovannea è quello di essere un atto di conoscenza. Questo non significa che fede e conoscenza siano assolutamente sinonimi in san Giovanni; ma significa che la fede è giudizio di verità, affermazione dello spirito. Lo slancio di confidenza soprannaturale che anima la fede e la porta verso Gesù come verso il Salvatore è uno slancio illuminato e conscio: “Noi non crediamo più sulla tua parola” – dicono i Samaritani alla donna – “perché noi stessi l’abbiamo udito e sappiamo che egli è veramente il Salvatore del mondo” (4,42). La fede è l’adesione dell’anima alla verità divina che si rivela” […] [,,,] L’oggetto della fede (tuttavia) non si presenta soltanto come una nuova proposizione, che verrebbe ad aggiungersi alle nostre conoscenze, ma come una realtà piena di mistero, che avvolge tutto il nostro essere, come uno sbocciare della vita nell’infinito, e come una chiamata ad una comunione con Dio nella luce e nell’amore. Così la verità che si manifesta in Gesù Cristo rimane la verità che salva, e la fede giovannea, fede illuminata, fede dogmatica, fede dell’intelligenza, rimane ciò che è veramente: quello slancio soprannaturale che trasporta tutta l’anima verso la rivelazione della sua salvezza in Gesù Cristo; solo che questo slancio si rivela in modo sempre più chiaro come la risposta a un movimento in senso inverso, che lo ha prevenuto, movimento che parte dalla vita intima di Dio per raggiungere l’uomo in Gesù e trascinarlo nell’unità del Padre e del Figlio. La fede è un incontro di cui Dio ha preso l’iniziativa. Nel suo nucleo più essenziale, la fede è un incontro d’amore”

(D. Mollat, La fede nel quarto Vangelo, in AA.VV., Catechesi con San Giovanni, ABI – Studi Biblici Pastorali, Paideia, Brescia 1965, qui pp. 38.40 TESTI DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM Edizioni Cattoliche e Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Il papiro P52

20+ Guercino's Evangelists ideas | art, st john the evangelist, saint  matthew

Il Papiro 52, anche detto Papiro di Rylands, è il frammento papiriaceo più antico che si conosca del Nuovo Testamento. Il nome di “Rylands” è derivato dalla John Rylands Library di Manchester (con la sigla P. Ryl. Gk. 457), nel Regno Unito. Il suo valore è molto grande per la papirologia ma anche per gli studi storici sul Nuovo Testamento, poiché esso presenta alcuni versetti molto antichi del Vangelo di Giovanni: nella parte anteriore (detta parte recto) esso contiene il testo di Gv 18,31-33, mentre nella pate posteriore (detta parte verso) contiene Gv 18,37-38.

Questo papiro viene considerato come redatto solo una cinquantina di anni dopo l’originale composizione del Vangelo di Giovanni, quindi nella prima metà del secolo II. Si tratta evidentemente di una cosa importante perché ammetterebbe che un’opera antica (quale è il Vangelo di Giovanni) abbia un proprio reperto manoscritto (cioè una copia) estremamente vicina a livello temporale.

Il testo del papiro è in greco e la modalità di scrittura è quella detta in gergo della “scriptio continua”, cioè senza interruzioni tra una parola e l’altra. Da rinvenire, di ulteriormente importante in questo papiro, è il nome di Pilato, la quale citazione attesta una storicità reale (come del resto poi dimostrato dalla scoperta, nel 1961, di una lapide a Cesarea Marittima, risalente al primo secolo e contenente il nome di Pilato) del “prefetto” della Giudea responsabile formale della condanna a morte di Gesù.

Amen

 

Un estratto dalla Dives in misericordia, II,3

Un bellissimo estratto dalla “Dives in misericordia”, di san Giovanni Paolo II – 2,3:

L'immagine può contenere: 1 persona

“Dinanzi ai suoi compaesani a Nazaret, Cristo fa riferimento alle parole del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore». Queste frasi, secondo Luca, sono la sua prima dichiarazione messianica, a cui fanno seguito i fatti e le parole conosciute per mezzo del Vangelo. Mediante quei fatti e quelle parole Cristo rende presente il Padre tra gli uomini. È quanto mai signifìcativo che questi uomini siano soprattutto i poveri, privi dei mezzi di sussistenza, coloro che sono privi della libertà, i ciechi che non vedono la bellezza del creato, coloro che vivono nell’afflizione del cuore, oppure soffrono a causa dell’ingiustizia sociale, ed infine i peccatori. Soprattutto nei riguardi di questi ultimi il Messia diviene un segno particolarmente leggibile di Dio che è amore, diviene segno del Padre. In tale segno visibile, al pari degli uomini di allora, anche gli uomini dei nostri tempi possono vedere il Padre. È signifìcativo che, quando i messi inviati da Giovanni Battista giunsero da Gesù per domandargli: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?», egli, rifacendosi alla stessa testimonianza con cui aveva inaugurato l’insegnamento a Nazaret, abbia risposto: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella», ed abbia poi concluso: «E beato è chiunque non si sarà scandalizzato di me!». Gesù, soprattutto con il suo stile di vita e con le sue azioni, ha rivelato come nel mondo in cui viviamo è presente l’amore, l’amore operante, l’amore che si rivolge all’uomo ed abbraccia tutto ciò che forma la sua umanità. Tale amore si fa particolarmente notare nel contatto con la sofferenza, l’ingiustizia, la povertà, a contatto con tutta la «condizione umana» storica, che in vari modi manifesta la limitatezza e la fragilità dell’uomo, sia fisica che morale. Appunto il modo e l’ambito in cui si manifesta l’amore viene denominato nel linguaggio biblico «misericordia». Cristo quindi rivela Dio che è Padre, che è «amore», come si esprimerà nella sua prima lettera san Giovanni; rivela Dio «ricco di misericordia», come leggiamo in san Paolo. Tale verità, più che tema di un insegnamento, è una realtà a noi resa presente da Cristo. Il render presente il Padre come amore e misericordia è, nella coscienza di Cristo stesso, la fondamentale verifica della sua missione di Messia, lo confermano le parole da lui pronunciate prima nella sinagoga di Nazaret, poi dinanzi ai suoi discepoli ed agli inviati di Giovanni Battista. In base ad un tal modo di manifestare la presenza di Dio che è Padre, amore e misericordia, Gesù fa della misericordia stessa uno dei principali temi della sua predicazione. Come al solito, anche qui egli insegna innanzitutto «in parabole», perché queste esprimono meglio l’essenza stessa delle cose. Basta ricordare la parabola del figliol prodigo, oppure quella del buon samaritana, ma anche – per contrasto – la parabola del servo spietato. Sono molti i passi dell’insegnamento di Cristo che manifestano l’amore-misericordia sotto un aspetto sempre nuovo. È suffìciente avere davanti agli occhi il buon pastore, che va in cerca della pecorella smarrita, oppure la donna che spazza la casa in cerca della dramma perduta. L’evangelista che tratta particolarmente questi temi nell’insegnamento di Cristo è Luca, il cui Vangelo ha meritato di essere chiamato «il Vangelo della misericordia». Quando si parla della predicazione, si apre un problema di capitale importanza in merito al significato dei termini ed al contenuto del concetto, soprattutto al contenuto del concetto di «misericordia» (in rapporto al concetto di «amore»). La comprensione di quel contenuto è la chiave per intendere la realtà stessa della misericordia. Ed è questo quel che per noi più importa. Tuttavia, prima di dedicare un’ulteriore parte delle nostre considerazioni a questo argomento, cioè di stabilire il significato dei vocaboli e il contenuto proprio del concetto di «misericordia», è necessario constatare che Cristo, nel rivelare l’amore – misericordia di Dio, esigeva al tempo stesso dagli uomini che si facessero anche guidare nella loro vita dall’amore e dalla misericordia. Questa esigenza fa parte dell’essenza stessa del messaggio messianico, e costituisce il midollo dell’ethos evangelico. Il Maestro lo esprime sia per mezzo del comandamento da lui definito come «il più grande», sia in forma di benedizione, quando nel Discorso della montagna proclama: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». In tal modo, il messaggio messianico sulla misericordia conserva una particolare dimensione divino-umana. Cristo – quale compimento delle profezie messianiche – divenendo l’incarnazione dell’amore che si manifesta con particolare forza nei riguardi dei sofferenti, degli infelici e dei peccatori, rende presente e in questo modo rivela più pienamente il Padre, che è Dio «ricco di misericordia». Contemporaneamente, divenendo per gli uomini modello dell’amore misericordioso verso gli altri, Cristo proclama con i fatti ancor più che con le parole quell’appello alla misericordia, che è una delle componenti essenziali dell’«ethos del Vangelo». In questo caso non si tratta solo di adempiere un comandamento o una esigenza di natura etica, ma anche di soddisfare una condizione di capitale importanza, affinché Dio si possa rivelare nella sua misericordia verso l’uomo: «I misericordiosi… troveranno misericordia».

(S. Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, II,3) Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

L’Anticristo in San Tommaso d’Aquino – da un articolo di W. Dąbrowski

Five Famous Hymns Written by St. Thomas Aquinas - THE MYSTERY O F FAITH  ................................ Discovering Catholic Spirituality

 

“L’Anticristo” secondo il commento di san Tommaso d’Aquino al “Corpus Paulinum” – di Wiesław Dąbrowski in Angelicum, Vol. 88, No. 3 (2011), pp. 611-680, qui un estratto libero dalle pp. 612-622

Il vocabolo greco antìchristos (Anticristo, contro Cristo) significa alla lettera oppositore del Messia ed è un neologismo creato dalla letteratura cristiana nella seconda metà del I sec. d.C., e nella Bibbia si trova esclusivamente in 1Gv 2,18.22; 4,3; 2Gv 7. La stessa realtà, però, o una realtà analoga, cioè i ritratti della sua figura, sono nettamente riconoscibili anche in diversi passi apocalittici del Nuovo Testamento: Mc 13,14 e parall.; Ap 13,4-18 e 2Ts 2,3-12.

San Tommaso d’Aquino, però, non ha commentato né l’Apocalisse, né le lettere di san Giovanni; nella sua Catena Aurea (Glossa continua super Evangelia), che “è un’opera che glossa progressivamente il testo, servendosi di citazioni dei Padri della Chiesa”, dove troviamo l’interpretazione di Mc 13,14, l’Aquinate parla molto dell’Anticristo. Noi però, ci occuperemo qui solo del commento dell’Angelico al Corpus Paolinum, cioè della Super Epistula S. Pauli Lectura, in cui troviamo l’interpretazione della Seconda Lettera ai Tessalonicesi, con una ricca dottrina sull’Anticristo.

L’Aquinate, essendo professore di teologia come Magister in Sacra Pagina – ed il compito di Magister era precisamente l’esposizione, cioè l’esegesi della Sacra Scrittura – è stato un assiduo frequentatore, un profondo studioso e un grande conoscitore della Bibbia, al punto che della Sacra Scrittura, specialmente del Nuovo Testamento, aveva una conoscenza straordinaria, quasi unica, come risulta dai suoi commenti ai Vangeli e alle lettere di san Paolo.

Per san Tommaso […] san Paolo era il grande sistematico del Nuovo Testamento, il professore di teologia fra gli apostoli, e perciò ebbe una grande stima sia per le Lettere paoline che per l’Apostolo stesso. Egli era convinto che l’intero Corpus Paulinum fosse scritto da san Paolo e lo commentò due volte: prima in Italia fra il 1259 e il 1265, poi a Parigi, durante il suo secondo insegnamento fra il 1269 e il 1272 […]

[…] Ora, per san Tommaso non c’è nessun dubbio: “L’apostolo Paolo tratta delle persecuzioni future e specialmente al tempo dell’Anticristo, nella seconda Lettera ai Tessalonicesi” (cfr. In Rom., Prologo, n. 11) […] In questa lettera (ai Tessalonicesi, ndr.), si tratta delle cose che accadranno negli ultimi giorni, cioè dei pericoli della Chiesa al tempo dell’Anticristo (2Ts 3,1: “Negli ultimi giorni, saranno tempi pericolosi, ecc.” (cfr. In 2Thess., Prologo, 1). Ancora, dice san Tommaso, “nel capitolo 2 della Lettera l’Apostolo annuncia le cose future quanto ai pericoli della Chiesa, che ci saranno al tempo dell’Anticristo” (In 2Thess., cap. 2, lect. 1, n. 27).

L’Aquinate è quindi molto convinto che la 2 Lettera ai Tessalonicesi parli dell’Anticristo.

Alcuni cristiani di Tessalonica, infatti, fondandosi su una erronea interpretazione dell’insegnamento di Paolo, erano persuasi dell’imminente ritorno  glorioso di Cristo (2Ts 2,1-2; cfr. 1Ts 5,1-11), e c’erano di quelli che, nell’attesa, vivevano disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione (2Ts 3,11). L’Apostolo Paolo dissipa questa pericolosa illusione e precisa che il ritorno di Cristo non è imminente e sarà preceduto da avvenimenti ben riconoscibili (cfr. 2Ts 2,3-10). […]

Secondo l’Aquinate, l’Apostolo Paolo annuncia ai Tessalonicesi la verità circa i futuri pericoli ed esclude la falsità e perciò indica tre cose: commemora ciò per cui essi devono essere persuasi, poi mostra ciò a cui devono essere persuasi e, in fine, rimuove ciò da cui possono essere mossi. Ciò, dunque, da cui bisogna essere persuasi san Tommaso lo presenta in tre punti: “In primo luogo – dice Tommaso – l’Apostolo lo dimostra per mezzo dei propri preci  e non dei comandi, perciò dice: ‘vi preghiamo’. […] In secondo luogo, dalla venuta di Cristo, desiderabile per i buoni, benché terribile per i cattivi […] In terzo luogo, dal desiderio ed amore di tutto il raduno dei santi, in Lui, cioè là dove c’è Cristo […]” (Cfr. 2Thess., c. 2, lect. 1, n. 28).

[…] Alla domanda: a che cosa l’Apostolo li persuade?, l’Aquinate risponde con le parole di Paolo, dandone anche una spiegazione teologica che non è del tutto propia:

“Perché non subito siate mossi dai vostri sensi. Altra cosa, però, è essere mossi, e altra essere spaventati. Mosso dal suo senso è chi tralascia ciò che teneva. L’Apostolo così sembra dire: ‘Non tralasciate subito la mia dottrina’. […] Lo spavento (terror) è invece qualche trepidazione con paura delle contrarietà. E perciò l’Apostolo dice:  – E non spaventatevi” (cfr. In 2Thess., c. 2, lect. 1, n. 29).

Adesso l’Apostolo passa alla considerazione di ciò da cui i credenti possono essere mossi, cioè sedotti. E prima lo considera nei particolari:

“Qualcuno viene sedotto dalla falsa rivelazione. Perciò l’Apostolo dice: ‘Né per spirito’, cioè: Se qualcuno dicesse di aver ricevuto rivelazioni per mezzo dello Spirito Santo o di aver ricevuto dallo Spirito Santo qualcosa che è contro la mia dottrina, non spaventatevi […]. Talvolta, infatti, Satana si trasfigura in angelo di luce, cfr. 1Cor 11,14 e 1Re 22,22. In secondo modo, per mezzo del ragionamento o della falsa esposizione della Sacra Scrittura: perciò l’Apostolo dice: Né per sermone. In terzo modo, per autorità indotta nella cattiva comprensione. […] Ma da che cosa veniamo sedotti? ‘Quasi che il giorno del Signore sia imminente’. E l’Apostolo dice: Né per qualche lettera fatta passare come nostra. Perché nella prima lettera, se non è ben compresa, l’Apostolo sembra dire che la venuta del Signore sia imminente, come in 1Ts 4,17” […]

(Wiesław Dąbrowski, “L’Anticristo” secondo il commento di san Tommaso d’Aquino al “Corpus Paulinum”, Angelicum, Vol. 88, No. 3 (2011), pp. 611-680, qui pp. 612-622)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org   

 

Dalla Cost. dogm. “Dei Verbum”, il ° 4 del cap. 1

Creating Questions That Invite Revelation | Religious Studies Center

  1. Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio « alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini » [3], « parla le parole di Dio » (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).

(Cost. dogm. Dei Verbum, cap. 1, n. 4, 18 novembre 1965)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

San Clemente – Dalla prima Lettera ai Corinzi

File:Joakim Skovgaard - Christ in the Realm of the Dead - Google Art  Project.jpg - Wikimedia Commons

Un estratto dalla sua prima Lettera ai Corinzi:

“[…] I cieli che si muovono secondo l’ordine di Lui gli ubbidiscono nell’armonia. Il giorno e la notte compiono il corso da Lui stabilito e non si intralciano a vicenda. Il sole e la luna e i cori delle stelle secondo la Sua direzione girano in armonia senza deviazione per le orbite ad essi assegnate. La terra, feconda per Sua volontà, produce abbondante nutrimento per gli uomini, per le fiere e per tutti gli animali che vivono su di essa, senza riluttanza e senza cambiare nulla dei Suoi ordinamenti. Le cose misteriose degli abissi e i giudizi inesplicabili degli inferi sono retti dagli stessi ordinamenti. La massa del mare immenso che nella sua creazione si raccolse nei suoi antri, non supera i limiti posti, ma come fu ad esso ordinato, così agisce. Disse infatti: “Fin qui tu verrai, e i tuoi flutti si infrangeranno in te stesso”. L’oceano senza fine per gli uomini e i mondi, che sono oltre, sono retti dalle stesse leggi del Signore. Le stagioni di primavera, d’estate, d’autunno e d’inverno si susseguono in armonia una dopo l’altra. I venti nell’incalzarsi compiono nel proprio tempo il loro servizio senza intralcio; le sorgenti perenni create per il rinfrancamento e la salute, senza mai cessare, offrono da bere per la vita degli uomini. Anche gli animali più piccoli si riuniscono nella pace e nella concordia. Il Creatore e Signore dell’universo dispose che tutte queste cose fossero nella pace e nella concordia, benefico verso tutto e particolarmente verso di noi che ricorriamo alla Sua pietà per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo. A Lui la gloria e maestà nei secoli dei secoli. Amen”

(S. Clemente, Prima Lettera ai Corinzi, c. XX)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Cristo Re” – da un’omelia di San Giovanni Paolo II

“Cristo Re” – Da un’omelia di san Giovanni Paolo II
(25 novembre 1979 – fonte: vatican.va – nn.1.4-5)
 
Christ the King Sunday, Year C - November 24, 2019 - 11:05 — St. Paul's  United Methodist Church
 
“[…] Nel calendario liturgico postconciliare la solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo è stata collegata con l’ultima domenica dell’anno ecclesiastico. Ed è bene così. Infatti le verità della fede che vogliamo manifestare, il mistero che vogliamo vivere racchiudono, in un certo senso, ogni dimensione della storia, ogni tappa del tempo umano e aprono, insieme, la prospettiva “di un nuovo cielo e di una nuova terra” (Ap 21,1), la prospettiva di un regno, che “non è di questo mondo” (Gv 18,36). È possibile che si capisca erroneamente il significato delle parole sul “Regno”, pronunciate da Cristo davanti a Pilato, sul regno cioè che non è di questo mondo. Tuttavia il contesto singolare dell’avvenimento, nell’ambito del quale esse sono state pronunciate, non permette di comprenderle così. Dobbiamo ammettere che il regno di Cristo, grazie al quale si aprono davanti all’uomo le prospettive extraterrestri, le prospettive dell’eternità (Gv 18,37), si forma nel mondo e nella temporalità. Esso, quindi, si forma nell’uomo stesso mediante “la testimonianza alla verità” che Cristo ha reso in quel momento drammatico della sua Missione messianica: davanti a Pilato, davanti alla morte sulla croce, chiesta al giudice dai suoi accusatori. […]
4. In questa verità sono racchiuse anche quelle parole ulteriori dell’Apocalisse, con le quali il Discepolo prediletto completa, in certo qual modo, alla luce del colloquio che ha avuto luogo il Venerdì Santo nella residenza gerosolimitana di Pilato, ciò che, un tempo, aveva scritto il profeta Daniele. San Giovanni annota: “Ecco, viene sulle nubi (così si era già espresso Daniele) e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero… Sì. Amen!” (Ap 1,7).
 
Appunto: Amen. Questa unica parola sigilla, per così dire, la verità su Cristo Re. Egli è non soltanto “il testimone fedele”, ma anche “il primogenito dei morti” (Ap 1,5). E se è il principe della terra e di quelli che la governano (“il principe dei re della terra” [Ap 1,5]) lo è per questo, soprattutto per questo, e definitivamente per questo, perché “ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre” (Ap 1,5-6).
5. Ecco la piena definizione di quel regno, ecco tutta la verità su Cristo Re. Siamo convenuti oggi in questa Basilica per accettare queste verità ancora una volta, con gli occhi della fede largamente aperti e col cuore pronto a dare la risposta. Poiché questa è verità che esige in modo particolare una risposta. Non soltanto la comprensione. Non soltanto l’accettazione da parte dell’intelletto, ma una risposta che emerge da tutta la vita […]”
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h – Tel. 3405892741
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Commento spirituale a Ger 46,5c

The Coming Persecution - Catholic Daily Reflections

Commento spirituale a Ger 46,5c – “Fuggono a precipizio senza voltarsi; il terrore è tutto intorno” –
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam –
 
Dice il testo: “Fuggono a precipizio, senza voltarsi; il terrore è tutto intorno” (Ger 46,5c). Qui non ci interessa il contesto in cui l’autore sta parlando, il momento narrativo in cui inserisce queste parole. Ci interessano queste ultime di per se stesse, come volendo astrarle dal testo per la nostra riflessione.
Ecco, dice il testo: “Fuggono a precipizio, senza voltarsi”. Ci viene da pensare, in questo momento, alle anime perdute, ai nostri fratelli che in maniera ultimativa hanno preferito le tenebre alla luce.
E noi? Qui è il momento di interrogarci realmente sull’indirizzo che ha assunto la nostra esistenza rispetto alle nostre scelte. L’effetto finale lo conosciamo, il testo stesso ce lo annuncia: “Terrore tutto intorno”. Questo è il destino di quanti non rassegnano la propria superbia, sino all’ultimo istante della propria esistenza, all’amore di Cristo. Ma ecco che qui possiamo entrare in scena anche noi, domandandoci appunto quale genere di rapporto, fra le tenebre e la luce, noi istituiamo nel nostro presente. Perché il fatto di guardare a chi ha già lasciato questo mondo – e in una maniera purtroppo fallimentare – non deve illuderci di essere estranei in maniera certa a questo destino. Vi è un fattore determinante, infatti, che non dipende dal soggetto, a differenza della sua scelta libera contro Cristo. Questo fattore è la chiamata di Cristo stesso, il suo far ritornare l’uomo in polvere nel momento in cui questi non lo sa, non lo immagina e non lo aspetta.
Ecco perché anche noi dobbiamo sentirci in qualche modo – purtroppo – solidali con quelle anime sopraccitate: non in quanto alla risoluzione finale (dal momento che per loro l’atto definitivo si è già compiuto), ma proprio nel fatto che, se per noi non si è compiuto, ciò non dipende tanto da nostri meriti speciali – perché anche noi con le nostre colpe avremmo meritato la medesima sorte – bensì dalla scelta (misteriosa e inconoscibile) di Cristo stesso di preservarci, rimandando nel tempo, quella stessa chiamata a sé con la quale invece, ad un certo momento, ha chiamato quelle anime.
Ossia: noi siamo ancora qui, nonostante le tenebre oscure dei nostri peccati. Abbiamo cioè ancora del tempo per rimediare, per espiare, per acquisire dei meriti che sopperiscano alle nostre cattive azioni. Tutto questo unicamente per la grazia di Cristo, che ci concede ancora del tempo a disposizione, nonostante tutto.
Possiamo riflettere, in tal senso, su quante volte, nella nostra esperienza terrena sin qui maturata, Cristo avrebbe potuto sorprenderci chiamandoci a sé nell’ora del peccato, magari senza darci il tempo di un ravvedimento, di un pentimento, di una conversione. Forse ciò, nella nostra vita personale, si è verificato molte volte. E nonostante tutto, ancora, riprendiamo la via antica della colpa, della seduzione, della superficialità, quasi che il tempo futuro sia qualcosa di certo, di scontato e poi alla fine – chissà come – ci venga automaticamente elargita la salvezza.
No. Dobbiamo fare tesoro della misericordia di Dio in un senso di re-investimento della nostra esistenza alla luce di quella. Se è vero che la misericordia divina è infinita, è anche vero che non è infinito il tempo terreno a nostra disposizione perché essa fruttifichi nella nostra vita.
Adeguiamoci allora alla misura di Dio. Risaliamo dal male che noi stessi abbiamo compiuto, e compiuto in maniera reiterata, in maniera funzionale alla luce che attraverso la sua grazia Cristo ci pone davanti. Perché ogni occasione persa, rischia di diventare l’ultima. Dunque quale differenza esiste fra noi e i dannati? La misericordia di Cristo in cui crediamo e che utilizziamo per il bene, affinché del male compiuto non rimanga alcunché, se non un processo di trasformazione delle tenebre in luce con le quali illuminare noi stessi ed il mondo accanto a noi.
Amen
 
Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org
 
 

 

Dalla Terza lettera di sant’Antonio Abate

Nessuna descrizione della foto disponibile.

 

2. Sappiate che Dio ama sempre le sue crea­ture: la loro natura è immortale e non è destina­ta a dissolversi insieme col corpo. Dio ha visto la natura spirituale precipitare nell’abisso e trovar­vi morte totale. La legge dell’alleanza si è inari­dita ma Dio nella sua bontà ha visitato le creatu­re per mezzo di Mosè. Mosè gettò le fondamen­ta della casa della verità e desiderò sanare la grande ferita, ma non vi riuscì e partì. Poi di nuovo ci fu l’assemblea dei profeti, i quali co­struirono sulle basi di Mosè, ma anch’essi non riuscirono a sanare la grande ferita del genere umano e si riconobbero impotenti. Poi si riunì l’assemblea dei santi che pregarono il Creatore dicendo: «Non v’è forse balsamo in Galaad? Non c’è più nessun medico? Perché non si cicatrizza la ferita della figlia del mio popolo?» (Ger 8,22) e «Abbia­mo curato Babilonia, ma non è guarita. Lasciate­la e andiamo ciascuno al proprio paese» (Ger 51,9).

Tutti i santi imploravano la bontà del Padre riguardo al Figlio unigenito. Se non fosse venuto, nessuna creatura avrebbe potuto sanare la gran­de ferita dell’uomo e così il Padre, nella sua bon­tà, disse: «Tu, figlio dell’uomo, fa’ il tuo bagaglio da deportato, preparati a emigrare» (Ez 12,3). Il Padre «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Rm 8,32), «schiacciato per le nostre iniquità; per le sue piaghe noi siamo stati guari­ti» (Is 53,5). Ci ha radunati dai confini della terra, ha fat­to risorgere il nostro intelletto dalla terra, ci ha insegnato che siamo membra gli uni degli altri […]”

 

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h

Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

La bellezza del rito liturgico

Pin on CHRIST, HOLY SITES, ANGELS

Dal documento dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice – Novembre 2010 – Fonte: vatican.va

“[…] Chi non sa apprezzare il valore gratuito (cioè di grazia) della bellezza e, in particolare, della bellezza liturgica, difficilmente può compiere un adeguato atto di culto divino. Scrive il Von Balthasar: «Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare» (Von Balthasar H.U., Gloria, Gloria. Una estetica teologica, Jaca book, Milano 1994, II rist., p. 11).

La bellezza del rito, quando è tale, corrisponde all’azione santificatrice propria della sacra liturgia, la quale è opera di Dio e dell’uomo, celebrazione che dà gloria al Creatore e Redentore e santifica la creatura redenta. Conformemente alla natura composita dell’uomo, la bellezza del rito deve sempre essere corporea e spirituale, investire il visibile e l’invisibile. Altrimenti si cade o nell’estetismo che vuole soddisfare il gusto, o nel pragmatismo che supera le forme alla ricerca utopica di un contatto “intuitivo” col divino. In fondo, in entrambi i casi si scade dalla spiritualità all’emotività.

Il rischio oggi è meno quello dell’estetismo e molto più quello del pragmatismo informale. Abbiamo bisogno al presente non tanto di semplificare e sfrondare, ma di riscoprire il decoro e la maestà del culto divino. La sacra liturgia della Chiesa attrarrà l’uomo del nostro tempo non vestendo sempre più i panni della grigia e anonima quotidianità, cui egli è già ben avvezzo, bensì indossando il manto regale della vera bellezza, abito sempre nuovo e giovane, che la fa percepire come finestra aperta sul Cielo, come punto di contatto con il Dio Uno e Trino, alla cui adorazione essa è ordinata, attraverso la mediazione di Gesù Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote”

(Fonte: vatican.va)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Su alcuni chiari riferimenti mariani nella liturgia di oggi, domenica 15 novembre 2020

L'immagine può contenere: 1 persona

Chi oggi ha potuto partecipare alla santa Messa, avrà avuto modo certamente di rendersi conto come nelle letture proposte fosse intenso un riferimento alla “donna” e alla “sposa” nella prima lettura e nel salmo, mentre, in forma più trasversale, ma reale, ancora un riferimento alla “donna” (incinta) nella seconda lettura; vi è poi il Vangelo, con il racconto del padrone che depone a tre servitori una diversa misura di talenti affinché li reinvestano, con il noto epilogo del terzo di quelli che nasconde sottoterra il proprio talento. Un riferimento alla “donna” è possibile anche qui, e non in maniera così “artificiosa” come si potrebbe pensare.

Ora, in linea di principio, uno può dire che non è detto che ogni volta che nella Bibbia si parli di “donna” o di “sposa” o ancora di “donna incinta” uno debba cercare per forza un riferimento, anche solo figurato o tipologico, alla Madonna. Eppure, ci pare che in tutte le letture di questa domenica, in qualche modo, questo riferimento sia possibile. Ora, pur avendo partecipato in chiese diverse tanto alla Messa vespertina (con le stesse letture), che a quella domenicale, nella maniera più assoluta non abbiamo sentito alcun riferimento mariano rispetto a quanto letto.

Eppure, ci domandiamo: quale migliore argomentazione – rispetto a quelle parole della prima lettura, estrapolate in maniera discontinua (perché sono stati fatti dei piccoli tagli) dal libro dei Proverbi – verrebbe mai da porre, se non un’argomentazione mariana? Il testo proposto inizia proprio così: “Una donna forte, chi potrà mai trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore”. In un’assemblea cristiana, come quella della santa Messa, forse l’omileta/gli omileti avrebbero potuto “balbettare” un riferimento a Maria, tanto più in altri due dolcissimi momenti testuali di quella medesima lettura. Il primo, laddove il testo dice: “(Quella donna) si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani”. Sarà quello che si vuole, ma noi abbiamo pensato subito – con delle proiezioni mentali talvolta involontarie – alla Madonna che preparava i vestitini al piccolo Gesù, ma anche a quell’abito tanto arditamente minacciato, ma per divina volontà non sciupato, rappresentato dalla tunica senza cuciture, al momento della crocifissione, certamente creata dalla madre di Gesù. Ci è venuta in mente “la mano di brava sarta” di Maria, quella stessa mano che, continuando con la lettura dei Proverbi, il testo dice ancora che “la stende al povero”, cioè a tutti noi, poveri forse economicamente, forse moralmente, forse spiritualmente, forse ancora teologicamente e certamente bisognosi della sua intercessione. E che dire di quella bellissima frase conclusiva di questa prima lettura: “Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani”? Qui il nostro pensiero è andato subito al Frutto per eccellenza che le sue mani hanno accarezzato, accudito, toccato, abbracciato, ma anche consegnato a noi, Gesù. Forse – anche se qualcuno penserà ad una nostra forzatura ermeneutica – qualcosa di mariano si poteva dunque individuare nel commento a questo testo.

Anche il Salmo, tuttavia, ci ha dato l’impressione di sottintendere un’evocazione mariana. Esso iniziava così: “Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie”. Sin qui, certo, uno può obiettare che è un’esortazione rivolta a tutti, senza dover per forza pensare alla Madonna. Ma chi è colei che davvero “di generazione in generazione chiameranno beata?”. Non è forse proprio quella “sposa che è come una vite feconda” di cui lo stesso Salmo parla poco dopo? Non viene detto, ancora, subito dopo: “Ti benedica il Signore da Sion?” E la Madonna non è forse massimamente intrinseca a questa benedizione, dal momento che si dice: “Benedetto colui che teme il Signore?”.

Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi (verosimilmente, cioè, la più antica delle lettere di Paolo), in linea di principio si parla del “giorno del Signore”, con allegata esortazione dell’autore a vivere nella luce, per non essere colti di sorpresa. Nella sua narrazione, tuttavia, Paolo si serve dell’immagine della “donna incinta”, per esemplificare il dolore di quanti d’improvviso saranno colti dalla rovina. Il riferimento a questa “donna” può essere contemplato in maniera per questo continuata nel corso della lettura proposta, poiché la Vergine Maria, venerata come “stella del Mattino”, è proprio colei che in maniera sublime “appartiene al giorno, non alla notte”. Ella ha sperimentato, proprio nella “gravidanza” di noi tutti, le tenebre del dolore, ma nella risurrezione di suo Figlio ha pure conosciuto la luce della Vita nella sua forma più radicale, come definitiva vittoria sulle tenebre di cui parla Paolo. Ella “non dorme”, poiché è la sentinella sempre attiva di Dio, nella custodia della fede nel suo Figlio dentro i nostri cuori.

In quanto al Vangelo, introdotto da un’antifona che ancora una volta ha un rimando mariano: “… chi rimane in me porta molto frutto”, possiamo individuare alcuni punti dove, nel contesto complessivo della narrazione, si individua una referenza mariana che diviene a questo punto “inevitabile” considerata la totalità delle letture proposte oggi. Dove si registra questa referenza mariana? La Vergine Maria è innanzitutto colei che “dal padrone” ha ricevuto più di qualsiasi altra creatura il maggior numero di talenti. A tal punto il dono è stato grande per lei, da ricevere addirittura “il Padrone stesso in se stessa” (cfr. i canti di Sofonia e di Zaccaria sulla presenza del Re presso la figlia di Sion). “Subito”, la Vergine Maria “andò ad impiegare” i propri talenti, e continua a farlo ancora adesso nella gloria del Cielo. Ella è stata fedele nel poco, e prende parte in maniera somma alla gioia del Padrone. In lei, in maniera perfetta si compie ciò che il Padrone stesso profetizza: “A chi ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza”. La Vergine Maria non ha tenuto per sé il proprio dono, ma davvero ha utilizzato “i banchieri” (che possono essere gli angeli o i discepoli di Cristo di ogni tempo) affinché essi contribuissero all’esercizio dei talenti nella prospettiva di una loro sempre maggiore fruttificazione.

Ed ecco la ricompensa, nel suo caso ineguagliabile. L’abbondanza dell’amore del Padrone, partecipata da Maria in maniera ineffabile e singolarissima.

Ora, ripetiamo, forse da parte nostra qualcuno può rinvenire un’esasperata ermeneutica mariana. A nostra volta, tuttavia, avendo sentito ben tre volte, da tre diversi ministri, il commento a queste letture, ci stupisce e ci amareggia un po’ il loro totale, assoluto e per giunta pure “soddisfatto” silenzio mariano rispetto a quanto oggi, domenica, le letture hanno cantato della gloria di Dio e della fede di Maria. Amen

Francesco G. Silletta

 

Dal Breviloquio di san Bonaventura

Living Cross of Limpias

“L’universo è prodotto all’essere nel tempo; è prodotto ex nihilo da un principio solo e sommo, la potenza del quale, benché immensa, tutte le cose dispone con un certo peso, numero e misura. Questo vuolsi intendere universalmente rispetto alla produzione di tutte le cose. Per ciò che dicesi “nel tempo”, si esclude l’errore di chi pone il mondo essere eterno; per ciò che dicesi “dal nulla”, s’esclude l’errore di coloro che pongono l’eternità nella materia; per ciò che dicesi “da un solo principio”, si esclude l’errore dei Manichei, che ammettono pluralità di principi; per ciò che dicesi principio solo e sommo, s’esclude l’errore che Dio abbia prodotto le creature inferiori per il ministero delle intelligenze; per ciò che si aggiunge per un certo peso, numero e misura, si mostra che il mondo è un effetto della Triade creatrice sotto un trino genere di causalità: 1. Di causalità efficiente, da cui procede l’unità, il modo e la misura di ogni cosa creata; 2. Di causalità esemplare, da cui è nella creatura verità, bellezza e numero; 3. Di causalità finale, di cui è nella creatura bontà, ordine e peso” (Parte 2, cap. 1).

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

 

Da un’omelia di San Gregorio Nazianzeno sulla Trinità

Holy Trinity De Sacchis print on wood 15x11 | online sales on HOLYART.com

Da un’omelia di San Gregorio Nazianzeno sulla Trinità

“[…] Tre sono le più antiche opinioni su Dio: quella dell’anarchia, quella della poliarchia e quella della monarchia. Le prime due sono state un vero divertimento per i figli dei Greci, e continuino pure ad esserlo! Infatti, l’anarchia è disordine; la poliarchia è dissidio, e quindi anarchia e quindi disordine. L’una e l’altra implicano la

stessa conseguenza, cioè il disordine, e il disordine comporta la dissoluzione: il disordine, infatti, precede e prepara la dissoluzione. Per noi, invece, la concezione che merita onore è quella della monarchia, intendendo per monarchia non quella che è delimitata da una sola persona (“monarchianismo”, eresia ndr.). Infatti, è possibile che anche l’unità, se è in dissidio con se stessa, dia luogo alla molteplicità; intendiamo, piuttosto, quella monarchia che è formata da un’uguale dignità di natura, dall’accordo di opinione, dall’identità del movimento, dalla convergenza verso un unico punto di ciò che da essa proviene, cosa che è impossibile in una natura generata. In tal modo, anche se c’è diversità nel numero,

tale natura non viene recisa nella sostanza. Per questo la monade “da principio” (Gv 1,1), mossasi verso la diade, si arrestò alla triade. Questa triade è per noi il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo […]”

(S. Gregorio Nazianzeno, Omelia 29, n.2)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Sulla verginità di Maria – di C. Feckes

“[…] tutto ciò che è stato insegnato del Corpo mistico, del capo e dei membri di esso, non avrebbe il proprio fondamento nella realtà, se non si basasse sulla vera e reale maternità di Maria. Poiché solo chi è nato da donna è nostro vero fratello, appartiene al nostro genere umano. Senza l’effettiva maternità di Maria non sarebbe stata possibile la realizzazione di un piano salvifico di tale realtà terrena e, al tempo stesso, di tanta sublime profondità ed immensa ampiezza, quale quello realmente attuato da Dio. Vale sempre l’assioma: Ciò che non è stato assunto da Cristo, non è stato salvato. Per questo è stato fatto spesso riferimento all’intendimento di Dio di divenire un bambino, di passare attraverso le fasi della vita umana, per poter salvare e santificare, così, tutti. Ed Egli poté farlo tramite l’umana maternità di Maria, santificando nello stesso tempo la cellula originale dell’umanità, la famiglia. Il piano salvifico di Dio disponeva che il Redentore fosse il primogenito dei suoi fratelli e, conseguentemente, che provenisse da una donna. Questo piano determinava anche il suo concepimento da parte di una vergine. Sicché, dovendo essere Cristo uno di noi, doveva, come avviamo visto, nascere da donna, ma dovendo essere nel tempo stesso il capostipite nuovo, il nuovo Adamo, non doveva confondersi nella successione delle generazioni ed incorrere, di conseguenza, in una dipendenza, indegna di lui, da quell’Adamo che era caduto in peccato. Egli doveva essere indipendente dal capostipite umano, doveva eccellere su di lui e su tutti i propri fratelli. Di qui il suo concepimento verginale derivato dalla potenza dell’Altissimo. Mediante il concepimento verginale la generazione umana del Salvatore è in armonia con la creazione del primo uomo. Di questo raffronto trattano ripetutamente i Padri. S. Ambrogio, ad esempio, dice: “Ambedue provengono da una vergine e si sono affacciati alla terra senza promiscuità carnale, questo dall’illibata Vergine, quello da una ancor vergine terra” (Sermo de primo Adamo et secundo, 45,1 (PL 17,715). Questo concepimento verginale libera il Salvatore da ogni indegna dipendenza dal vecchio Adamo, particolarmente dall’ombra del peccato che Adamo aveva proiettato sulla propria discendenza. […] Con il concepimento verginale di Cristo è stato iniziato un nuovo divenire soprannaturale e, con esso, è stata posta la base per un nuovo divenire divino di tutti gli uomini e per un nascere da Dio in giustizia ed in santità. Quel concepimento avvenne “affinché gli uomini rinascessero in qualità di figli di Dio, non è però per volere della carne né per volere dell’uomo, ma di Dio, vale a dire ad opera della potenza originale di Dio. Il prototipo di questo evento doveva rivelarsi nel concepimento di Cristo” (Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petrum, 2,17 (PL 65,675-676).
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam Con Cenacolo 24h Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Sul ricordarsi di Dio “solo nel bisogno”

 
L'immagine può contenere: 1 persona
 
Se uno prega solo quando ha bisogno di qualcosa di urgente, sa da se stesso che è come una persona opportunista, che si ricorda di un’altra persona soltanto quando da quella possa trarre un’utilità immediata. Ora, non è detto che la magnanimità di quell’altra persona possa concedere ugualmente, all’altro, quanto gli occorre, nonostante la sua manifesta viltà. Tuttavia, anche dopo l’ottenimento di quanto richiesto – anzi, tanto più alla luce di esso – quel soggetto rimane viziato nella propria condotta, sia in quanto alla forma di domandare qualche cosa, sia in quanto all’averla ricevuta. In un duplice modo, quindi, quella persona dovrà correggere se stessa, per non essere sottoposta ad uno sconveniente giudizio: l’aver supplicato qualcuno unicamente per necessità propria e senza alcun riguardo verso di lui, e l’aver ottenuto da lui un dono che – per la misericordia con la quale è stato elargito – richiede a sua volta un giudizio più grande nei confronti del ricevente.
Per questo non ricordiamoci di Dio solo nel bisogno, poiché lui in senso proprio non ha alcun bisogno di noi, e pertanto, se dovesse ricordarsi di noi “solo nel bisogno”, non dovrebbe ricordarsi mai di noi. Amen
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
 
 
 
 

 

“Il dono della perlustrazione di se stesso” – Da un discorso di sant’Agostino –

Fear Not"—One of Jesus' Most Challenging Commands in 2017 - Seedbed

“[…] Indaga dunque bene la tua coscienza, se non vuoi avere più paura. E non accarezzarne la superficie: scendi dentro, penetra nell’intimo del tuo cuore indagando attentamente se non vi scorre una vena di velenoso amore del mondo, se non sei ancora sensibile agli allettamenti del piacere carnale, se non ti compiaci di vuote ostentazioni, se non ti affanni ancora in occupazioni vane. Vedi se, esplorando i penetrali della tua coscienza, puoi osare riconoscerti puro e libero da atti parole pensieri cattivi; e qualora tu non sia più tormentato da attaccamento al male, guarda se non viene mai meno in te lo zelo per la giustizia.

Se questo esame dà risultato positivo, allora puoi essere davvero contento, devi essere contento di non sentire alcuna paura. Te ne avranno reso libero, ci auguriamo, l’amore volto a Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, e l’amore che volgi al tuo prossimo come a te stesso (Mt 22,32.39), dandoti da fare perché anch’esso con te ami Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. Infatti l’amore che si volge anche a se stessi non deve far diminuire l’amore di Dio: solo così si può dire di amare se stessi in modo retto. Se non avverti più in te gli stimoli delle passioni – cosa che nessuno oserebbe attribuire a proprio vanto -, ma hai ancora radicato in te l’amore di te stesso, e di te stesso ti compiaci, proprio questo tuo essere libero da timore dovrebbe essere motivo di forte paura. Non può valere a scacciare la paura un amore qualunque, ma solo il retto amore che volgiamo totalmente a Dio e per questo anche al nostro prossimo, cercando di coinvolgerlo nello stesso amore di Dio. Fare oggetto di compiacimento se stessi non è amore retto, ma è vanità della superbia. L’Apostolo ha colpito con il suo giusto rimprovero chi ha tale atteggiamento (2Tm 3,1-5). Dunque, come si è detto, la carità perfetta scaccia il timore (1Gv 4,18), ma si può parlare di ‘caritas’ solo a proposito di qualcosa che vale; e poiché l’uomo senza Dio non ha alcun valore, chi ama se stesso per se stesso, al di fuori di Dio, volge il suo amore a una cosa da nulla […]”

(Sant’Agostino, Discorso n. 348)
TESTI DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
 
 
 
 

 

L’incarnazione del Verbo dove già era il Verbo – Un passo di sant’Agostino dal suo libro “La dottrina cristiana”:

Feast of the three wise men in India

“[…] Di Lui si dice che è venuto a noi, non nel senso che abbia attraversato degli spazi, ma nel senso che si è fatto vedere ai mortali in una carne mortale. Venne dunque in un luogo dove già era, poiché egli era in questo mondo, anzi il mondo fu creato per opera sua (Gv 1,10). Gli uomini però si erano lasciati prendere dalla insana voglia di godere della creatura invece che del Creatore e, configurati con questo mondo, giustissimamente erano stati chiamati mondo (Rm 12,2). Non lo avevano quindi conosciuto, sicché l’Evangelista dice: E il mondo non lo conobbe (Gv 1,10). Nel piano sapiente di Dio, pertanto, il mondo non fu in grado di conoscere Dio mediante la Sapienza, poiché, in effetti, essa già stava quaggiù. […] E come venne a noi se non in quanto il Verbo si fece carne ed abitò fra noi (Gv 1,14)? Un esempio: quando noi parliamo, affinché quel che noi abbiamo nell’animo si comunichi, attraverso le orecchie, all’animo di chi ci ascolta, la parola chiusa nel nostro cuore diventa suono e si chiama linguaggio. Tuttavia, il nostro pensiero non si tramuta in quel suono, anzi, restando intero in se stesso, assume la forma di voce con cui penetra nelle orecchie, e ciò senza subire alcuna menomazione a causa del suo mutamento. Così è stato del Verbo di Dio: non subì alcun mutamento, ma si fece carne per abitare in mezzo a noi. Come, poi, qualsiasi cura è la via per recuperare la salute, così fu della cura adottata da Dio: si rivolse a dei peccatori, per guarirli e rimetterli in salute. E, come quando i medici fasciano le ferite, lo fanno non alla buona ma con arte, per cui dalla fasciatura deriva non solo un’utilità ma anche una specie di bellezza, così è stato della medicina della Sapienza quando, assumendo l’umanità, si è adeguata alle nostre ferite […]”

(S. Agostino, La dottrina cristiana, Libro 1, 12-14)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

 

San Leone Magno, Papa e dottore della Chiesa

San Leone Magno, Papa e dottore della Chiesa

Icona di Gesù Cristo in Legno, Greca Cristiano ortodossa, Fatto a Mano /  MP2: Amazon.it: Casa e cucina

Vissuto in un tempo di grande crisi per l’Impero, al contempo ha sperimentato e combattuto pericolose eresie in seno alla cristianità, come quella di Eutiche (detta “monofisismo”, perché riconosceva un’unica natura in Cristo), ma anche quella dei manichei e dei priscillianisti. Fu il grande promotore del Concilio Ecumenico di Calcedonia del 451. Parallelamente, incontrò Attila a Mantova, convincendolo a lasciare l’Italia. Tre anni dopo non riuscirà ad evitare il saccheggio di Roma ad opera dei Vandali, ma quantomeno a preservare la popolazione dalla furia del re Genserico.

Fra i suoi documenti e scritti vari, vogliamo ricordare la famosa “Lettera a Flaviano”, da cui estraiamo quanto segue:

“Eutiche, che pareva degno di onore per la sua dignità di sacerdote, ora ne balza fuori come molto imprudente ed incapace. Si potrebbe applicare anche a lui la parola del profeta: Non volle capire per non dover agire rettamente. Ha meditato l’iniquità nel suo cuore. […] Quale conoscenza può avere dalle pagine sacre del nuovo e dell’antico Testamento chi non sa comprendere neppure i primi elementi del Simbolo? Ciò che viene espresso in tutto il mondo dalla voce di tutti i battezzandi non è ancora compreso dal cuore di questo vecchio. Non sapendo perciò quello che dovrebbe pensare sulla incarnazione del Verbo di Dio, e non volendo applicarsi nel campo delle sacre scritture per attingervi luce per l’intelligenza, avrebbe almeno dovuto ascoltare con attenzione la comune e unanime confessione, con cui l’insieme dei fedeli professa di credere in Dio padre onnipotente, e in Gesù Cristo suo unico figlio, nostro signore, nato dallo Spirito santo e da Maria vergine: tre affermazioni da cui vengono distrutte le costruzioni di quasi tutti gli eretici. Se infatti si crede che Dio è onnipotente e padre, si dimostra con ciò che il Figlio è a lui coeterno, in nessuna cosa diverso dal Padre, perché è Dio nato da Dio, onnipotente da onnipotente, coeterno da eterno; e non è a lui posteriore nel tempo, inferiore per potenza, dissimile nella gloria, diverso per essenza. Questo eterno unigenito dell’eterno padre, inoltre, è nato dallo Spirito santo e da Maria vergine; e questa nascita nel tempo non ha tolto nulla, come nulla ha aggiunto, a quella divina ed eterna nascita, ma fu consacrata interamente alla redenzione dell’uomo, che era stato ingannato,- e a vincere la morte, e a distruggere col suo potere il diavolo, che aveva il dominio della morte. Noi non avremmo potuto vincere l’autore del peccato e della morte, se non avesse assunto e fatta sua la nostra natura colui che il peccato non avrebbe potuto contaminare e la morte avere in suo dominio. Egli infatti fu concepito dallo Spirito santo nel seno della vergine Madre, che lo diede alla luce nella sua integrità verginale, così come senza diminuzione della sua verginità l’aveva concepito. […]

Salva quindi la proprietà di ciascuna delle due nature, che concorsero a formare una sola persona, la maestà si rivestì di umiltà, la forza di debolezza, l’eternità di ciò che è mortale; e per poter annullare il debito della nostra condizione, una natura inviolabile si unì ad una natura capace di soffrire; e perché, proprio come esigeva la nostra condizione, un identico mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù potesse morire secondo una natura, non potesse morire secondo l’altra. Nella completa e perfetta natura di vero uomo, quindi, è nato il vero Dio, completo nelle sue facoltà, completo nelle nostre. Quando diciamo “nostre”, intendiamo quelle facoltà che il creatore mise. in noi da principio, e che ha assunto per restaurarle. Quegli elementi, infatti, che l’ingannatore introdusse, e che l’uomo, ingannato, accettò, non lasciarono alcuna traccia nel Salvatore. Né perché volle partecipare a tutte le umane miserie, fu anche partecipe dei nostri peccati. Egli prese la forma di servo senza la macchia del peccato, elevando ciò che era umano, senza abbassare ciò che era divino; perché quell’abbassamento per cui egli da invisibile si fece visibile, e, pur essendo creatore e signore di tutte le cose, volle essere dei mortali, fu condiscendenza della misericordia non mancanza di potenza.

[…] Ognuna delle due nature, infatti, opera insieme con l’altra ciò che le è proprio: e cioè il Verbo, quello che è del Verbo; la carne, invece, quello che è della carne. L’uno brilla per i suoi miracoli, l’altra sottostà alle ingiurie. E come al Verbo non viene meno l’uguaglianza nella gloria paterna, così la carne non abbandona la natura umana. La stessa e identica persona, infatti, – cosa che dobbiamo ripetere spesso – è vero figlio di Dio e vero figlio dell’uomo: Dio, per ciò, che in principio esisteva il Verbo: e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio; uomo, per ciò, che: il Verbo si fece carne e stabilì la sua dimora fra noi; Dio, perché tutte le cose sono state fatte per mezzo suo, e senza di lui nulla è stato fatto, uomo, perché nacque da una donna sottoposto alla legge La nascita della carne manifesta l’umana natura; il parto di una Vergine è segno della divina potenza […]”

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h

Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

Sul pensiero di Duns Scoto

The Badger Catholic: Blessed John Duns Scotus, ora pro nobis!

Premesso che una cosa è la santità della persona, altra è il suo contributo teologico offerto alla Chiesa (e dunque non è la teologia che fa il santo), possiamo ricordare questa grande figura francescana nell’una e nell’altra direzione, soffermandoci qui in particolare su alcuni grandi punti del suo ingegno teologico. Innanzitutto è davvero il caso di parlare di “ingegno”, dal momento che molti dei suoi scritti sono davvero elaborati nella struttura e nel linguaggio, talvolta difficili da comprendere anche per gli stessi teologi. Forse per questo alcune delle critiche pervenute alla sua opera (inestimabile) meritano ciò che di lui ha scritto un grande conoscitore del suo pensiero, E. Gilson, sostenendo che “su cento scrittori che hanno messo Duns Scoto in ridicolo, non ve ne sono due che l’abbiano letto e neppure uno che l’abbia compreso”.

Del resto occorre – per comprendere il pensiero di Duns Scoto – una grande disposizione teologica e al contempo spirituale, senza intervenire previamente con proprie e personali categorizzazioni e riuscendo a mettere da parte un po’ di se stessi, nel proprio supporsi sapienti e colti. In tal senso, alcune grandi innovazioni del frate di origini scozzesi non risultano così “drammatiche” anche quando vadano in qualche modo a mettere in discussione – se non addirittura a contraddire – alcuni punti fondamentali di un altro grande teologo a lui di poco antecedente, il grande san Tommaso d’Aquino. Uno di questi punti riguarda certamente il discorso sull’analogia dell’essere, difeso da san Tommaso e risolto da Duns Scoto in maniera distinta, parlando infatti di “univocità” dell’essere: il concetto di “essere” deve cioè essere inteso in un senso comune a Dio e all’uomo, senza interrompere (come fa il concetto di “analogia dell’essere”) la continuità ontologica fra l’uomo e Dio. Occorre cioè pensare l’essere in una maniera “univoca”, in quanto tale, sia per l’uomo che per Dio, senza che ciò in alcun modo annulli la differenza sostanziale fra l’uomo e Dio. Anche da un punto di vista “volontaristico” Duns Scoto intraprende una via distinta dal santo aquinate, affermando, contro la dottrina del primato dell’intelletto, che “è necessario assegnare alla volontà il primato della perfezione”.

Un altro grande tema di Duns Scoto è quello del “primato di Cristo”. Ora, questo tema è molto più complesso di quanto apparentemente possa apparire, trasformandolo in un banale “mettere Cristo al primo posto”. In realtà, il primato di Cristo in Scoto significa – come scrive il Bonansea – che “Cristo, il Verbo Incarnato, occupa il primato assoluto nel disegno creativo di Dio cosicché – come dice S. Paolo – Egli è il primogenito di ogni creatura e la ragione e il fine per cui tutte le cose sono state fatte”. Alla luce di questa considerazione – senza dilungarci qui oltre – Duns Scoto afferma che, indipendentemente dal peccato di Adamo, Cristo si sarebbe comunque incarnato e avrebbe rivelato in tal modo il Padre. Scrive testualmente Duns Scoto: “Egli (Dio Padre, ndr.) vuole essere amato da qualcuno che lo possa amare al massimo grado possibile come un essere estrinseco a se stesso; finalmente, Egli prevede l’unione ipostatica di quella natura [la natura umana di Cristo, ndr.] che deve amarlo al massimo grado possibile, indipendentemente dal fatto che l’uomo sia caduto” (Rep. par. III, d.7.).

Il peccato di Adamo non condiziona dunque il mistero dell’incarnazione nel suo attuarsi storico.

Anche in riferimento al tema della libertà, egli distingue “sottilmente” (per rifarci al titolo di Dottor Sottile con il quale è conosciuto) fra libertà essenziale e libertà contingente, entrando un’altra volta in opposizione al pensiero di san Tommaso che opponeva radicalmente libertà e necessità (senza considerare la libertà nei termini scotisti di “essenziale”, per cui ad esempio non ha senso per lui parlare di “libertà dei beati”).

Qui ovviamente evitiamo ogni approfondimento teologico di questi temi. Va ricordato tuttavia che Duns Scoto è conosciuto a livello popolare per il suo grande contributo offerto alla dottrina (e, conseguentemente, al dogma) dell’Immacolata Concezione di Maria, introducendo il noto tema della “redenzione anticipata” della Vergine, il quale tuttavia rientra nel discorso sul primato di Cristo sopra menzionato.

Con Duns Scoto ci troviamo quindi dinanzi ad un grande pensatore (forse incompreso ancora oggi in diversi aspetti del suo pensiero), oltre che ad un grande uomo di fede, il cui nome oggi ricordiamo con gioia e partecipazione. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

Contro il modalismo

What do Christians Believe about God and the Trinity? - JA Show Articles

“Non dobbiamo ascoltare coloro che dicono che solamente il Padre esiste, che non ha il Figlio, né che è con Lui lo Spirito Santo; ma che lo stesso Padre talora si chiama Figlio e talvolta Spirito Santo. Ignorano il Principio dal quale sono tutte le cose, la sua Immagine per la quale tutte le cose sono formate e la sua santità nella quale tutte le cose sono ordinate”. (S. Agostino, Il combattimento cristiano, 14)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741

“Il principe di questo mondo è stato cacciato fuori” – dall’opera di S. Agostino, “Il combattimento cristiano”:

L'immagine può contenere: 4 persone, spazio all'aperto
“[…] Dire che il diavolo è stato cacciato fuori, non significa che il diavolo è stato cacciato fuori dal mondo, come credono alcuni eretici, ma fuori dalle anime di coloro che aderiscono alla parola di Dio e non amano il mondo, di cui egli è il capo; infatti egli domina su quelli che amano le cose temporali, che sono contenute in questo mondo visibile, non perché egli sia padrone di questo mondo, ma perché è fonte di tutte quelle cupidigie, per le quali si brama tutto ciò che è passeggero, cosicché a lui sono soggetti quelli che trascurano l’eterno Dio ed amano le cose caduche e mutevoli. “La radice di tutti i mali è la cupidigia: seguendo la quale alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da sé tormentati con molti dolori” (1Tm 6,10). Occorre vincere la cupidigia per vincere il diavolo […]”
(S. Agostino, Il combattimento spirituale, 1)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Tel. 3405892741

La risurrezione dei morti – 1Cor 15,1-34

Resurrection of Jesus Christ | JESUS RESURRECTION GRAPHICS, JESUS CHRIST  TOMB, RESURRECTION OF JESUS ... | Jesus pictures, Jesus is risen, Christ

Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!

Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.

Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

Altrimenti, che cosa farebbero quelli che vengono battezzati per i morti? Se davvero i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro? E perché noi ci esponiamo al pericolo continuamente? Ogni giorno io affronto la morte, come è vero che voi siete il mio vanto, fratelli, in Cristo Gesù nostro Signore! Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. Non lasciatevi ingannare: «Le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna”.

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

L’unità della Chiesa in San Cipriano

Dall’udienza di Benedetto XVI del  giugno 2007

Dall’udienza di Benedetto XVI del 6 giugno 2007

[…] Cipriano compose numerosi trattati e lettere, sempre legati al suo ministero pastorale. Poco incline alla speculazione teologica, scriveva soprattutto per l’edificazione della comunità e per il buon comportamento dei fedeli. Di fatto, la Chiesa è il tema che gli è di gran lunga più caro. Distingue tra Chiesa visibile, gerarchica, e Chiesa invisibile, mistica, ma afferma con forza che la Chiesa è una sola, fondata su Pietro. Non si stanca di ripetere che «chi abbandona la cattedra di Pietro, su cui è fondata la Chiesa, si illude di restare nella Chiesa» (L’unità della Chiesa cattolica 4). Cipriano è convinto, e lo ha formulato con parole forti, che «fuori della Chiesa non c’è salvezza» (Epistola 4,4 e 73,21), e che «non può avere Dio come Padre chi non ha la Chiesa come Madre» (L’unità della Chiesa cattolica 4). Caratteristica irrinunciabile della Chiesa è l’unità, simboleggiata dalla tunica di Cristo senza cuciture (ibid., 7): unità della quale dice che trova il suo fondamento in Pietro (ibid., 4) e la sua perfetta realizzazione nell’Eucaristia (Epistola 63,13). «Vi è un solo Dio, un solo Cristo», ammonisce Cipriano, «una sola è la sua Chiesa, una sola fede, un solo popolo cristiano, stretto in salda unità dal cemento della concordia: e non si può separare ciò che è uno per natura» (L’unità della Chiesa cattolica 23) […]

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Piazza del Monastero, 3 Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“In alto i nostri cuori” – dal discorso 227 di S. Agostino

Somerset Fine Art - This is My Body by James Seward - Detail | Bible  pictures, Christ, Pictures of christ

[…] venite ammoniti di tenere in alto i vostri cuori; questo conviene a delle membra di Cristo. Se siete infatti diventati membra di Cristo, il vostro capo dov’è? Le membra hanno il capo. Se il capo non andasse avanti, le membra non potrebbero andargli dietro. Il nostro capo dov’è andato? Nel Simbolo che cosa avete recitato? Il terzo giorno risuscitò dai morti, salì al cielo, siede alla destra del Padre. Dunque il nostro capo è in cielo. Perciò quando vien detto: In alto i cuori, voi rispondete: Sono rivolti al Signore. E affinché questo avere il cuore in alto verso il Signore non lo attribuiate alle vostre forze, ai vostri meriti, ai vostri sforzi (l’avere il cuore in alto infatti è un dono di Dio), dopo che il popolo ha risposto: Sono in alto, rivolti al Signore, il vescovo o il presbitero che presiede continua dicendo: Rendiamo grazie al Signore nostro Dio; appunto per il fatto che noi teniamo il cuore in alto. Rendiamo grazie perché, se lui non ci avesse fatto questo dono, noi avremmo il cuore sulla terra. E anche voi confermate dicendo che è cosa buona e giusta rendergli grazie, per averci fatto tenere i cuori in alto presso il nostro capo. Quindi, dopo la santificazione del sacrificio di Dio, siccome egli ha voluto che anche noi fossimo coinvolti in questo sacrificio (e questo è chiaramente indicato nel momento in cui viene posto sull’altare il sacrificio di Dio e noi, ossia il segno e la cosa significata, che siamo noi, ecco, dopo fatta la santificazione, diciamo l’Orazione del Signore che voi avete ricevuto e reso. E dopo si dice: La pace sia con voi, e i cristiani si scambiano un bacio santo. È il segno della pace; quel che esprimono le labbra deve essere nella coscienza; ossia come le tue labbra si accostano alle labbra del tuo fratello, così il tuo cuore non sia lontano dal suo cuore. Grandi misteri dunque, veramente grandi! Volete sapere come ci sono stati raccomandati? […]

 

 

Intuizione e non conoscenza del futuro del demonio

Intuizione e non conoscenza del futuro da parte del demonio
 
80+ mejores imágenes de El Evangelio del Reino de los Cielos en 2020 |  evangelio, iglesia de dios, creer en dios
 
L’intuizione del futuro non è conoscenza di esso, poiché solo Dio ha questa facoltà. Essa consiste in un fenomeno correlato alla natura del soggetto intuente, il quale pur non sapendo che sarà del domani, comprende in anticipo, alla luce di determinati elementi, che cosa verosimilmente accadrà, quale sviluppo potrà avere una determinata situazione o quale epilogo una particolare esperienza. Questo è il modo, ad esempio, con il quale il diavolo “conosce” ciò che sarà di ogni singola creatura umana: non la perfetta conoscenza del suo futuro, ma la verosimiglianza, alla luce di determinate predisposizioni caratteriali o esistenziali, di ciò che essa stessa porterà a termine (o non a termine) nella propria vita. Di qui la sua invadenza, nel senso di interferenza in atto rispetto all’equilibrio dinamico della vita del singolo. Un’interferenza volta a destabilizzare qualsiasi cinetica verso la santificazione che, anche in uno stato di non perfetta coscienza o di partecipazione all’insegnamento di Cristo, quel soggetto intraprenda. L’azione del diavolo cresce quanto più quel soggetto si alimenta delle proprie scelte cristiane e persegue la via della santità. Quando poi il cristiano diviene egli stesso un “conoscitore” di colui che lo attacca, allora il diavolo mette in atto tutte le proprie tattiche per rendere il combattimento esauriente per il soggetto, il quale tuttavia, se radicato in Cristo, costantemente lo vince e lo “stupisce”, appunto perché, non conoscendo il futuro, il diavolo non immagina inizialmente una tale resistenza alla sua azione da parte di quel soggetto.
Combattiamo dunque la buona battaglia della fede anche noi, come ci ha insegnato san Paolo, senza mai farci intimorire dall’azione del diavolo e di quella di tutti coloro che, attorno a noi, non sono altro che strumenti dei quali spesso si serve per farci cadere o retrocedere. Amen
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino

 

Sul peccato originale e sul peccato angelico

Sul peccato originale e sul peccato angelico

(Dal Catechismo della Chiesa Cattolica)

Moses and the Brazen Serpent by Charles le Brun on artnet

388 […] Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere «il mondo quanto al peccato » (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.

389 La dottrina del peccato originale è, per così dire, «il rovescio» della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.

390 Il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all’inizio della storia dell’uomo. La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori.

391 Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c’è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, 509 la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. 510 La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. 511 La Chiesa insegna che all’inizio era un angelo buono, creato da Dio. « Diabolus enim et alii dæmones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali – Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi ».

392 La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. Tale «caduta» consiste nell’avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: «Diventerete come Dio» (Gn 3,5). «Il diavolo è peccatore fin dal principio» (1Gv 3,8), «padre della menzogna» (Gv 8,44).

393 A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell’infinita misericordia divina. « Non c’è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c’è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte».

394 La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama «omicida fin dal principio» (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre. «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l’uomo a disobbedire a Dio.

395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma « noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28). […]

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h

Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

 

Sulla dualità dell’anima secondo i Manichei

 

My Reflections...: Reflection for July 2, Thursday; Thirteenth Week in  Ordinary Time: Matthew 9:1-8

Quello che capitò all’Agostino ancora “manicheo”, è ciò che capita oggi a tante persone, invischiate in indottrinamenti settari e, seppur nuovi e distinti rispetto al manicheismo, in molti punti si coniugano con esso. Uno di questi è la totale assenza di responsabilità del soggetto, anche dinanzi ad un male oggettivamente compiuto. Scrive a riguardo di se stesso Agostino: “Ero tuttora del parere che non siamo noi a peccare, ma un’altra natura, chissà poi quale, pecca in noi. Lusingava la mia superbia l’essere estraneo alla colpa, il non dovermi confessare mai autore dei miei peccati affinché tu guarissi la mia anima rea di peccato contro di te. Preferivo scusarla, accusando un’entità ignota, posta in me stesso senza essere me stesso ” (Le confessioni, c. 5,18.10).

Si tratta appunto di un fenomeno soggettivo anche oggi molto diffuso e addirittura insegnato come buono in alcune pseudo-religioni o movimenti spirituali: non si è mai colpevoli di nulla e tutto il male, anche quello che si compie, è in realtà il frutto di un’anima cattiva coabitante in noi con quella buona, in lotta con essa e sulla quale non si dispone alcuna autorità.

La fede cattolica – di cui Agostino è divenuto uno dei massimi e più attenti testimoni dell’intera storia cristiana – combatte questo principio dualista dell’anima con il principio di libertà umana e di responsabilità soggettiva, alla luce dell’unicità dell’anima umana: questo non per isolare il soggetto nella propria colpa, ma per inserirlo in un percorso di ravvedimento, di confessione e di penitenza funzionali al perdono, dinanzi a Dio, del male responsabilmente compiuto.

Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h

Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Se il male c’è, è perché Dio esiste” – S. Tommaso d’Aquino

Come affermava san Tommaso d’Aquino – e tanti altri filosofi cristiani – l’esistenza del male è tutto il contrario della prova dell’inesistenza di Dio, poiché è proprio il fatto che il male esista a provare la divina esistenza. Ciò dipende ovviamente dal concetto di “male” proprio di san Tommaso, il quale esprime non una essenza di per se stessa – come se cioè esistesse un male per essenza – bensì una privazione dall’ordine del bene, il quale a sua volta può esistere unicamente a motivo dell’esistenza di Dio. Da cui l’espressione solo apparentemente contraddittoria di san Tommaso: “Se il male c’è, è perché Dio esiste” (cfr. la Somma contro i Gentili, III). Nei nostri incontri di preghiera alla Casa di Miriam abbiamo più volte ribadito questo concetto: proprio dove il male si manifesta più esplicitamente, tanto più eloquente è la manifestazione dell’esistenza di Dio e della sua presenza fra noi, che lo preghiamo, lo lodiamo e lo benediciamo a prescindere dall’andamento personale della nostra vita privata. Amen

TESTI DI SAN TOMMASO DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17) – sull’avverbio greco “ἄρτι”

«Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17) –

Ὁ πατήρ μου ἕως ἄρτι ἐργάζεται, κἀγὼ ἐργάζομαι.

 

10 Things You Should Know About the Incarnation

In realtà la traduzione del versetto di Giovanni, in cui Gesù dice che il Padre opera “sempre”, non rende sino in fondo l’idea dell’operare “proprio ora” (in inglese: just now) che nel greco rinveniamo con l’avverbio: “ἄρτι”, che appunto significa “proprio adesso, attualmente”. In Matteo, ad esempio, questo avverbio si rinviene in 9,18 a proposito della figlia di uno dei capi della sinagoga (Giairo) morta “or ora, proprio adesso”. Questo avverbio, riferito all’attività del Padre, viene appunto tradotto con “sempre”, e giustamente. Tuttavia, anche il “sempre” rischia di trascurare letterariamente la “puntualità” di quest’opera continua del Padre – che Gesù rivendica di imitare nella storia – cioè la sua “attualità”. Come il Padre opera “attualmente, adesso”, così anche Gesù fa nella storia. Si capisce come quell’avverbio greco sia molto importante nel discernimento sia del rapporto fra il Padre e il Figlio (che scatena le ire dei Giudei che lo ascoltano mentre lo rivela loro), sia del rapporto del Figlio stesso incarnato con la storia ed operante “attualmente” in essa. “Sempre” è dunque certamente giusto e corretto, poiché il Padre opera continuamente e continuamente il Figlio. Ma la “puntualità” di “questo preciso momento attuale” sarebbe forse resa ancor più significativa da una traduzione maggiormente rivolta alla considerazione di questa continuità dell’atto, piuttosto che non da un generico “sempre”. Amen

 

Preghiera di S. Antonio alla Trinità

 

St Anthony of Padua with Christ Child (detail) by Antonio De Pereda  (1611-1678, Spain) |

Ti supplichiamo, o Trinità e Unità:

quando verrà il giorno dell’afflizione

e dell’ultimo fuoco,

e sarà rotta l’argentea fune,

l’anima che tu hai plasmato

corra sicura verso di te.

Tu accoglila

e, liberata dalle strette del maligno,

possa meritare di ascendere a te

nella libertà e nella gloria dei figli di Dio.

Con il tuo aiuto,

tu che se benedetto, trino e uno Dio,

nei secoli dei secoli. Amen

 

 

Ritorniamo ai Padri della Chiesa, non per retrocedere, ma per “pro-cedere” in Cristo

Ritorniamo ai Padri della Chiesa, non per retrocedere, ma per “pro-cedere” in Cristo in un tempo spiritualmente difficile

Jesus statue in church public domain free photos for download 5472x3648  4.45MB

Non siamo certo noi a scoprire l’importanza dei Padri della Chiesa per la vita cristiana di ogni tempo, e dunque anche del tempo contemporaneo. Esistono precisi documenti magisteriali (un po’ dimenticati) che evidenziano questo aspetto della fecondità dei Padri anche per il tempo presente. Vi sono poi eminenti teologi, dal medioevo ad oggi, che hanno tenuto in considerazione gli scritti e l’insegnamento dei Padri fino a fondare sul loro pensiero la loro divulgazione teologica. Von Balthasar, ad esempio, ha dedicato degli scritti impegnativi ad Origine, a Gregorio di Nissa e ad altri grandi figure della Patristica. San Bonaventura non si è mai separato – a livello di fondamento del pensiero – dall’insegnamento di sant’Agostino (pur non essendo propriamente “agostiniano”. San Tommaso ha manifestato una conoscenza ed un’attenzione privilegiata per i grandi Padri latini e orientali. Joan Adam Mohler, teologo cattolico del Novecento, si è ispirato fortemente ai grandi Padri, e con lui Guardini, De Lubac, Fossard, Congar e molti altri grandi teologi del Novecento, fra cui lo stesso Joseph Ratzinger.
Oggi che il pensiero cattolico risente di ambiguità e di aporie varie, è importante riscoprire la freschezza, nonostante i secoli intercorsi, di quel pensiero che dai primi Padri apostolici sino agli ultimi grandi Padri a ridosso del Medioevo ha segnato in maniera fondamentale non solo il pensiero teologico in genere, ma la comprensione, l’approccio e più ancora l’applicazione del messaggio divinamente rivelato. Sappiamo che i Padri della Chiesa sono concepiti tali secondo specifiche loro caratteristiche proprie, tra cui l’antichità, la santità, la concordia e il consenso (della Chiesa, ma anche dei Padri stessi fra di loro, come ad esempio Agostino rispetto a Girolamo).
La letteratura patristica, la teologia dei Padri è un patrimonio immenso tutto da conoscere, amare e riscoprire anche oggi, in un tempo dove una larga parte di quanti si dicono cattolici non conosce neppure i fondamenti della propria fede. La conoscenza dei Padri conduce ad un rinnovato e a suo modo “purificato” amore per Gesù Cristo, ad una più intensa testimonianza cristiana e ad una salvaguardia della verità della nostra fede cattolica, contro tante ideologie, falsità ed inganni diffusi in questo tempo.
AMPIA SCELTA DI TESTI PATRISTICI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM.

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Sui gravissimi danni causati da un sacerdote che non celebra la Santa Messa – Da un trattato di San Bonaventura:

Sui gravissimi danni causati da un sacerdote che non celebra la Santa Messa – Da un trattato di San Bonaventura:

Why Jesus Couldn't Do Miracles in His Hometown | Christianity Today

“[…] Quando un sacerdote è senza peccato mortale e di buone intenzioni e, non avendo impedimento legittimo, omette di celebrare (la Santa Messa) non per riverenza, ma per trascuratezza, allora, per quanto sta in lui, priva la santissima Trinità di lode e di gloria, gli angeli di gaudio, i peccatori di perdono, i giusti di aiuto e di grazia, le anime del purgatorio di suffragi, la Chiesa di Cristo di beneficio spirituale, e se stesso di medicina e di rimedio contro le sue debolezze e i peccati quotidiani; perché, come dice Ambrogio, se «ogni volta che si effonde il sangue di Cristo, si effonde in remissione dei peccati, io devo riceverlo per avere sempre il perdono dei miei peccati; io che sempre pecco, devo sempre prendere la medicina». –
Similmente, priva se stesso di tutti questi benefici che derivano dalla santa comunione, e sono: remissione dei peccati (veniali), freno delle passioni, luce della mente, forza interiore, unione di Cristo e del suo Corpo mistico, rinvigorimento delle virtù, arma contro il demonio, certezza di fede, elevazione di speranza, sprone di carità, aumento di devozione e vita angelica. –
In pari modo, non compie l’ufficio di alta dignità e ossequio, di cui è incaricato, e non esercita il debito servizio di Dio; eppure sta scritto: ‘Maledetto colui che fa con negligenza l’opera di Dio’. – Parimenti, tralascia e vilipende il precetto di Cristo circa l’osservanza di questo sacramento, benché Cristo minacci: ‘Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo, ecc.’ –
Cosi pure, tale sacerdote respinge il viatico del suo pellegrinaggio, esponendosi a pericolo mortale, perché se non assume l’alimento del corpo di Cristo e il sostentamento di vita, diventa come un membro arido, al quale non arriva più il nutrimento del cibo corporale. –
Infine, per quanto dipende da lui, svuota il culto divino e l’adorazione dovuta al Creatore, come un ingrato dei benefici di Dio. Pertanto al capitolo nono dei Numeri si legge: ‘Se qualcuno è mondo, cioè di peccato mortale, e non sia in viaggio, o comunque impedito, e tuttavia non celebra la Pasqua, sarà tagliato fuori dal suo popolo, perché a suo tempo non offrì il sacrificio a Dio’. – Dunque, quanto più puoi, con ogni impegno, con l’esercizio di opere buone, col pianto della contrizione, col fuoco della devozione, scaccia da te ogni torpore e negligenza, per non trovarti poi reo d’aver respinto i doni di tante grazie”.
(San Bonaventura, Trattato sulla preparazione alla Messa, 3,I.9)

Disponibili i testi di san Bonaventura alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Un testo di san Giovanni Damasceno sull’esistenza di Dio, dalla sua opera “La fede ortodossa:

Un bellissimo testo di san Giovanni Damasceno sull’esistenza di Dio, tratto dalla sua opera “La fede ortodossa:

L'immagine può contenere: 1 persona, barba

“[…] che Dio esiste non è messo in dubbio da coloro che accolgono la sacre Scritture, e cioè l’Antica e la Nuova Alleanza, e neanche dalla maggior parte degli Elleni. Infatti, come abbiamo detto, la conoscenza che Dio esiste è stata seminata in noi naturalmente da Dio. Ma dopo che la cattiveria del maligno ebbe tanta forza contro la natura dell’uomo e spinse alcuni al più stolto abisso della perdizione e peggiore di tutti i mali, e cioè il dire che Dio non esiste – e il sacro interprete Davide manifestò la loro demenza affermando: «Lo stolto disse nel suo cuore: “non c’è Dio” (Sal 13,1) – invece da parte loro i discepoli e apostoli del Signore, ammaestrati dal santissimo Spirito e operando segni divini per mezzo della sua grazia e potenza, con la rete dei miracoli li trassero vivi dall’abisso dell’ignoranza e li elevarono alla luce della conoscenza di Dio. Similmente anche i loro successori nella grazia e nella dignità, pastori e maestri, avendo ricevuto la grazia illuminante dello Spirito, con la potenza dei miracoli e con la parola della grazia illuminarono coloro che erano nelle tenebre e fecero ritornare gli erranti. Ma noi che non abbiamo ricevuto il carisma dei miracoli né quello dell’insegnamento, e ci siamo resi indegni con l’attaccamento ai piaceri, dopo aver invocato il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo orsù esponiamo su quest’argomento poche cose fra quelle che ci sono state tramandate dai rivelatori della grazia. Tutte le cose sono o create o increate. Se sono create, certamente sono anche mutevoli: infatti queste cose, che hanno iniziato il loro essere dal cambiamento, sono comunque soggette ad esso o per corruzione o per alterazione volontaria. Ma se sono increate, secondo il principio della consequenzialità logica certamente sono anche immutabili: infatti le cose il cui essere è reciprocamente contrario hanno contraria anche la determinazione del come essere, e cioè le proprietà. E quindi, chi non ammetterà che tutte le cose che ricadono sotto la nostra sensazione – ma anche gli angeli – si mutano, si alterano e si muovono in molti modi? Da parte loro gli esseri spirituali – gli angeli, io dico, le anime e i demoni – per scelta, e cioè sia per il progresso nel bene sia per l’allontanamento da esso, sia tendendo in alto sia declinando: e, dall’altra parte, gli altri esseri per la generazione e per la corruzione, per l’accrescimento e per la diminuzione, per la variazione quantitativa e per il movimento spaziale. Dunque, essendo mutevoli, certamente essi sono anche creati. Essendo creati, certamente sono stati anche prodotti da qualcuno. Ma, a sua volta, è necessario che colui che li produce sia increato. Infatti, se anche egli fosse stato creato, certamente sarebbe stato creato da qualcuno, finché non giungiamo a qualcosa che non sia stato creato. Quindi il creatore, essendo increato, certamente è anche immutabile. E che cos’altro potrebbe essere questo, se non Dio? E anche la stessa compagine della creazione, la sua conservazione e il suo governo ci insegnano che esiste Dio, il quale ha costituito insieme tutto questo, e lo mantiene unito, lo conserva e sempre vi provvede. Infatti, come le nature reciprocamente contrarie, e cioè quelle del fuoco e dell’acqua, dell’aria e della terra, avrebbero potuto concorrere scambievolmente per il compimento di un unico mondo, e come potrebbero rimanere senza sciogliersi, se una potenza onnipotente non le avesse composte insieme e non le conservasse sempre indissolubili? Che cosa è ciò che ha disposto in ordine le cose celesti e quelle che sono sopra la terra, e quelle che sono in aria e quelle sott’acqua, ed anzi – ancora di più – le cose che sono prima di queste e cioè il cielo, la terra, l’aria e la natura del fuoco e dell’acqua? Che cosa le ha mescolate e distinte, che cosa le ha messe in moto e ne guida il movimento incessante e libero? Non è stato <è stato>forse l’artefice di queste cose, che ha anche posto in tutte il principio secondo cui tutto l’insieme è portato e diretto? E chi è l’artefice di esse? Non forse colui che le ha fatte, conducendole all’essere? Infatti non potremo assegnare tale potenza all’automatismo. Del resto, concediamo pure che il nascere sia dell’automatismo: ma di chi è il disporle in ordine? E concediamo anche questo, se sembra opportuno. Ma di chi è il curarle e custodirle conformemente ai princìpi secondo cui esistettero in principio? Chiaramente, di un’altra cosa al di là dell’automatismo. E questo, che cos’altro è se non Dio? […]

(San Giovanni Damasceno, De fide ortodoxa, tr. it. Fazzo V., Città Nuova, Roma 1998pp. 57-60)

TESTI PATRISTICI DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

Sulla necessità di pregare sempre

Jesus praying in the garden - Collages & Abstract Background Wallpapers on  Desktop Nexus (Image 2233573)

Gesù dice di pregare continuamente. Lo dice in modi distinti, diretti e indiretti, nel corso della sua predicazione. E soprattutto dà l’esempio pratico di come si debba pregare sempre. Allo stesso modo, anche gli scrittori neotestamentari, come ad esempio san Paolo, ripetono lo stesso concetto: “Pregate senza stancarvi”. Non è tuttavia univoca la ragione della necessità di questa continuità, pur essendo evidentemente uno solo Colui al quale la nostra preghiera, in ultima istanza, è diretta, ossia Dio. La preghiera – in alcuni padri della Chiesa come ad esempio san Giovanni Crisostomo o san Giovanni Damasceno – dovrebbe coincidere, per continuità e tempistica, con le stesse pulsazioni del nostro cuore o con i respiri che facciamo. Essere cioè una cosa sola con la nostra stessa fisiologia e organicità, dunque non solo una realtà spirituale, ma perfettamente adeguata all’esigenza del corpo stesso. In tal senso, una delle ragioni della necessaria “continuità” (uno potrebbe obiettare: perché bisogna pregare “sempre”?) può essere colta in termini “negativi”, ossia considerando la continuità di azione di colui che è il nostro avversario nella vita cristiana. Mai, infatti, egli interrompe la sua azione: “continuamente” tenta di assaltare la nostra pace, la nostra fede e la retta direzione della nostra sequela cristiana. Pregando “sempre” (ovviamente con una metodologia adeguata), il nemico trova “sempre” dinanzi a sé lo scudo divino a nostra difesa, derivante dalla nostra preghiera. Mai può trovarci impreparati, disattenti, distratti ed approfittarne per farci del male o per farci cadere. Gesù ad esempio lo rivela a Pietro prima della sua passione: il nemico è in atto, nella sua ricerca delle vostre anime, come uno che vi vaglia come il grano (cfr. Lc 22,31). La preghiera continua “conferma” ed alimenta quanto già in precedenza è stato di buono e di santo, per mezzo di essa, depositato nella nostra anima. Se dunque continua è l’azione dell’avversario, continua deve essere anche la nostra preghiera, perché mai dica “l’ho vinto”, come afferma il Salmo 12. Non bisogna affatto pensare, tuttavia, né che pregare “sempre” sia impossibile, né tantomeno che sia noioso o inutile. Esistono metodologie di preghiera molto distinte e che alcuni grandi padri (soprattutto i padri del deserto), ci hanno insegnato e trasmesso, sì da rendere in fin dei conti connaturale e profondamente desiderato questo continuo pregare, con il cuore, con la mente, con le labbra, con i gesti e con le stesse opere che svolgiamo lungo il giorno. Amen


Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Il capolavoro letterario e teologico di 1Cor 13 – Un estratto testuale

1Cor 13,7-13:

Chaplet of the Divine Mercy - We love Jesus - YouTube

Chi ama è pronto a scusare ogni cosa, a credere in ogni cosa, a sperare in ogni cosa, a sopportare ogni cosa. Un giorno, tutti i doni particolari e i poteri speciali che vengono da Dio finiranno, ma lʼamore non finirà mai. Un giorno, non ci saranno più le profezie, finirà la scienza e la capacità di parlare in altre lingue. Ora sappiamo ben poco e profetizziamo soltanto in parte, ma quando saremo perfetti e completi, non avremo più bisogno di questi doni speciali, ed essi allora scompariranno. Vi faccio un esempio. Quandʼero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino, ma quando sono diventato uomo, anche i miei pensieri sono cresciuti e ho smesso quelle cose tipiche dei bambini. Questo esempio vale per noi credenti: adesso possiamo vedere e capire soltanto molto poco di Dio, come se guardassimo in uno specchio appannato. Ma un giorno lo vedremo, faccia a faccia, e lo conosceremo completamente. Ora tutto quello che conosciamo è confuso e annebbiato, ma allora vedremo tutto chiaramente, proprio come il Signore vede nel mio cuore in questo momento. Ci sono tre cose che rimangono fede, speranza e amore e, fra queste, la più grande è lʼamore.

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741

 

Sul ritorno di Cristo – Una catechesi di S. Cirillo di Gerusalemme

Jesus casting out the money changers – The Herald

Sul ritorno di Cristo – Una catechesi di san Cirillo di Gerusalemme

“[…] Noi annunciamo la venuta di Cristo, non la prima soltanto, ma anche la seconda, più grandiosa della precedente. La prima fu contrassegnata dai patimenti, la seconda porterà il diadema della divina regalità. Generalmente infatti, ogni realtà, nel mistero di nostro Signore Gesù Cristo, presenta un duplice aspetto, una duplice generazione: una da Dio prima dei tempi, un’altra dalla Vergine, nella pienezza dei tempi. Una duplice discesa: una nascosta e silenziosa come quella della rugiada sul falciato (cfr. Sal 71, 6), un’altra pienamente manifesta, quella futura. Alla prima venuta, fu avvolto in fasce e posto in una mangiatoia; nella seconda, si rivestirà di luce come di un manto (Sal 103, 2). Nella prima si caricò della croce, disprezzandone l’ignominia; nella seconda, verrà glorioso accompagnato da un esercito d’angeli.
Non fermiamoci dunque solo alla prima venuta, ma disponiamoci anche all’attesa della seconda. Quando venne la prima volta, lo accogliemmo dicendo: Benedetto colui che viene nel nome del Signore (Mt 21, 9), e pronunceremo ancora le medesime parole la seconda volta: quando con gli angeli gli andremo incontro e adorando esclameremo: Benedetto colui che viene nel nome del Signore (Mt 23, 39). Il Salvatore verrà non per essere nuovamente giudicato, ma per giudicare i suoi stessi giudici. Egli che tacque quando fu accusato, dirà agli scellerati che osarono oltraggiarlo sulla croce: Tali cose hai fatto, ma io ho taciuto (Sal 49, 21). In passato, secondo il piano della salvezza, venne ad insegnare agli uomini con la persuasione, in futuro tutti si dovranno necessariamente sottomettere al suo dominio, anche se non vorranno […]”

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

S. Clemente Alessandrino e il “Proteptico” contro gli dèi greci e i filosofi atei

To The Glory Of The Most Holy Trinity - Daughters of St. Paul Blog

Il convertito Clemente Alessandrino (maestro di Origene) condanna nel suo libro del “Proteptico” tutte le credenze greche negli dèi e anche le filosofie pagane del suo tempo:

“[…] Perché mi riempi la vita umana di idoli, immaginando che venti o aria o fuoco o terra o pietre o legno o ferro, o questo mondo stesso siano dèi, parlando vanamente, ciarlando della divinità degli astri erranti agli uomini, che in realtà sono diventati erranti per mezzo di questa molto celebrata astrologia – non direi, astronomia? Io desidero il Signore dei venti, il Signore del fuoco, il Creatore del mondo, il Datore della luce al sole: Dio cerco, non le opere di Dio. Chi dunque potrei prendere dalla tua parte come compagno nella ricerca? Giacché noi non disperiamo interamente di te. Se vuoi, prendiamo Platone. […] Bene, o Platone; hai sfiorato la verità, ma non stancarti, insieme con me intraprendi la ricerca intorno al bene; giacché in tutti gli uomini interamente, ma specialmente in quelli che occupano il loro tempo nei ragionamenti, è stato instillato un certo effluvio divino. In grazia di esso, anche mal volentieri, essi riconoscono che vi è un solo Dio, e che questo è esente da morte e da nascita, e che in alto, nelle più lontane regioni del cielo, in una sua propria e particolare specola, esiste veramente per sempre. Dio, quale deve, dimmi, concepirsi? […] Platone dice oscuramente di Dio: “Intorno al re di tutte le cose, tutte le cose sono, e quella è la causa di tutti quanti i beni”. Chi è dunque il re di tutte le cose? Dio, la misura della verità delle cose che sono. Come perciò le cose che si misurano sono comprese dalla misura, così anche la verità è misurata e compresa dal conoscere Dio. […] Gli ingiusti e iniqui idoli stanno nascosti in casa, nella borsa, e cioè nella, per così dire, anima insozzata. Ma la sola giusta misura, cioè il solo veramente Dio, il quale è sempre invariabilmente e costantemente imparziale, misura tutte le cose e le pesa, abbracciando e tenendo in equilibrio la natura universa con la sua giustizia, come con una bilancia […]”

(S. Clemente Alessandrino, Proteptico, cap. 6)

Libri disponibili alla nuova Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

La comprensione di ciò che non è Dio – S. Agostino

Most sublime of all mysteries: the Holy Trinity - District of the USA

Non è una piccola conoscenza quando, da questo abisso, elevandoci a quella vetta riprendiamo lena, il poter conoscere che cosa Dio non è, prima di sapere che cosa è. Egli non è certamente né terra né cielo; nulla che assomigli alla terra o al cielo, nulla di uguale a ciò che vediamo in cielo, nulla di uguale a ciò che in cielo non vediamo e forse vi si trova. Tu potrai accrescere con l’immaginazione la luce del sole quanto ti sarà possibile, sia in volume, sia in splendore, mille volte di più o all’infinito, nemmeno questo sarà Dio. E se ci rappresentassimo gli angeli, puri spiriti che animano i corpi celesti, li muovono e li dirigono secondo un volere che è al servizio di Dio; anche se questi angeli, che sono migliaia di migliaia, venissero riuniti tutti per formare un solo essere, Dio non sarebbe nulla di simile. E lo stesso discorso varrebbe anche se si giungesse a rappresentarsi questi spiriti senza corpi, cosa assai difficile per il nostro pensiero carnale.(S. Agostino, La Trinità)

Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

L’utilità del digiuno in S. Agostino

Uno straordinario sant’Agostino scrive riguardo all’utilità del digiuno:
Jesus Christ with fast moving clouds — Stock Video © kbuntu #40364485

“[…] Qual è l’utilità di astenersi un poco dal cibo e dal piacere della carne? La carne preme contro il suolo, la mente tende all’alto; è trasportata dall’amore, è ritardata dal peso. A questo proposito dice la Scrittura: ‘Il corpo soggetto a corruzione appesantisce l’anima e l’abitazione terrena dei sensi grava la mente dai molti pensieri (Sap 9,15). Se dunque la carne china sulla terra è un peso all’anima, un bagaglio che appesantisce il suo volo, quanto più uno ripone le sue gioie nella sua vita superiore, tanto più depone del suo bagaglio terreno. Ecco che cosa facciamo quando digiuniamo.

[…] Il digiuno non vi sembri una cosa di poca importanza o superflua; chi lo pratica, secondo le consuetudini della Chiesa, non pensi fra sé, non dica fra sé, ascoltando il tentatore che suggerisce nell’intimo: ‘Che cosa digiuni a fare? Defraudi la tua vita, non le dai ciò che le fa piacere; ti procuri da te stesso una pena, ti fai carnefice e tormentatore di te stesso. A Dio può piacere che tu ti tormenti? Sarebbe crudele se avesse piacere delle tue pene’. Ma tu rispondi così al tentatore: ‘Mi dò certo un supplizio, ma perché egli mi perdoni, da me stesso mi castigo perché egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza. Anche la vittima è tormentata, per essere posta sull’altare. Così la mia carne appesantisce meno il mio spirito’. A questo cattivo consigliere, schiavo del ventre, rispondi con questo esempio: ‘Se tu, per caso, cavalcassi un giumento, se montassi un cavallo che con la sua andatura sfrenata ti potesse far cadere, per fare un viaggio tranquillo non razioneresti il cibo a quel furente, non cercheresti di domare con la fame quello che non riesci a domare col morso? La mia carne è il mio giumento mentre faccio il viaggio verso Gerusalemme, spesso mi porta via, cerca di buttarmi fuori dalla strada. La mia via è Cristo. Non dovrò dunque frenare con il digiuno la bestia che va a sbalzi?’. Se qualcuno capisce ciò, può verificare con la sua stessa esperienza quanto sia utile il digiuno. Ma questa carne, che ora è domata, lo dovrà essere sempre? Finché oscilla nella situazione temporale, finché è appesantita dalla condizione di mortalità, ha questi sbalzi, ben visibili e pericolosi al nostro spirito. La carne qui infatti è ancora corruttibile, non è ancora risorta. Il fatto è che non sempre sarà così; adesso non ha ancora lo stato proprio della costituzione celeste, non siamo ancora resi uguali agli angeli di Dio […]”. (S. Agostino, L’utilità del digiuno – Testi disponibili alla nuova Libreria Cattolica La Casa di Miriam)

Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Dal documento: “La morale cristiana e le sue norme” – Commissione Teologica Internazionale

 
The Young Ribera - Exhibition - Museo Nacional del Prado
Da un documento da rileggere: “La morale cristiana e le sue norme” – della Commissione Teologica Internazionale (1974)
 
[…] 1. Il Cristo come norma concreta
 
Un’etica cristiana dev’essere elaborata prendendo come fondamento Gesù Cristo. Come Figlio del Padre, egli ha compiuto nel mondo tutta la volontà di Dio (tutto ciò che a Dio è dovuto), e lo ha fatto « per noi ». In questo modo noi da lui, che è la norma concreta e assoluta di ogni attività morale, riceviamo la libertà di compiere la volontà di Dio e di vivere il nostro destino di liberi figli del Padre.
1. Cristo è l’imperativo categorico concreto. Di fatti, egli non è solo una norma formale universale dell’azione morale, tale da poter essere applicata a tutti, ma una norma concreta personale. In virtù della sua passione sofferente per noi e del dono eucaristico che ci ha fatto della sua vita, sotto forma di comunione con lui (per ipsum et in ipso). Cristo in quanto norma concreta, ci rende interiormente idonei a compiere con lui (cum ipso) la volontà del Padre. L’imperativo è fondato sull’indicativo oggetto: amare i suoi figli in se stesso e con lui (1 Gv 5, 1 s.); adorare in spirito e verità (Gv 4, 23). La vita di Cristo è contemporaneamente azione e culto. Per i cristiani, questa unità costituisce la norma assoluta. Non possiamo cooperarvi che con un atteggiamento di infinito rispetto (Fil 2, 12) nei confronti dell’opera salvifica di Dio, il cui amore assoluto ci supera all’infinito e con la massima differenza (in maiori dissimilitudine). La liturgia è inseparabile dall’agire morale.
2. L’imperativo cristiano ci situa al di là della problematica dell’autonomia e dell’eteronomia:
a) Infatti, il Figlio di Dio, generato dal Padre, è sì « un altro » (héteros); ma non « qualche cosa d’altro » (héteron) in rapporto a lui, che, come Dio, risponde a suo Padre in maniera autonoma (la sua persona coincide con la sua processione e quindi con la sua missione). D’altra parte, in quanto uomo, ha come presupposto dell’esistenza (Eb 10, 5 s.; Fil 2, 5 s.) e come sorgente intima dell’attività personale (Gv 4, 34, ecc.) il valore divino e il suo consenso a questo, anche quando vuole provare dolorosamente tutte le resistenze dei peccatori nei confronti di Dio [1].
b) In quanto creature noi restiamo « héteron », ma diventiamo pure capaci di mostrare la nostra libera attività personale mediante la forza divina (la « bevanda » diviene in noi la « sorgente ») (Gv 4, 13 s.; 7, 38). Essa ci viene dall’eucaristia del Figlio, per mezzo della nascita di grazia con lui, dal seno del Padre e dalla comunicazione del loro Spirito. Nella sua opera di grazia, Dio agisce gratuitamente (« per nulla »); a noi pure viene richiesto di agire gratuitamente per amore (e non « per qualche cosa », (Mt 10, 8; Lc 14, 12-14); la « grande ricompensa » del cielo (Lc 6, 23) non può dunque essere nient’altro che l’Amore stesso.
Nel piano eterno di Dio (Ef 1, 10), la meta finale coincide con la mozione iniziale della nostra libertà (interior intimo meo; Rm 8, 15 s. 26 s.). […] (Fonte: vatican.va)
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Dal Sermone 21 – di san Bonaventura

“[…] In primo luogo Cristo ebbe il primato dell’insolita novità nella sua risurrezione. Nessuno infatti, pur morendo in penosa vecchiaia, è risorto dai morti incominciando una nuova vita di gioia inestimabile; perché in questo modo il Signore Gesù Cristo fu il primogenito dei morti, che vinto l’impero della morte, è stato cinto della corona d’una nuova incorruttibilità. Chi infatti avrebbe dovuto per primo vincere la tristezza antica della morte e dare inizio alla nostra perpetua letizia, se non Colui che aveva la chiave per aprire l’accesso all’eternità? Egli, infatti, come avente autorità, poteva ordinare agli angeli: Sollevate le vostre porte, o principi, e alzatevi, o porte eterne; infatti per mezzo del mio sangue è stata restituita la concordia universale e rimessa la sentenza del castigo. Ora dunque, rimossa la spada fiammeggiante dalla porta del Paradiso, voglio che si apra la porta celeste perché sono il Signore degli eserciti, che con il proprio sangue, vinto il diavolo, ho conquistato il regno celeste. E perciò non in quanto Dio, ma in quanto uomo, egli è il re della gloria. E a proposito di questa novità si dice nella prima ai Corinzi: Cristo risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti, e come tutti muoiono in Adamo, ecc. L’Apostolo come prudente e discreto, nel mettere in luce le primizie originali, che Cristo ebbe nella risurrezione, prima di tutto, affinché la consolazione non si perda in allegria, presenta l’infelicità della morte che è argomento di desolazione, quando dice: a causa di un uomo venne la morte; poi, affinché la desolazione non si trasformi in tristezza, aggiunge la medicina della risurrezione che è motivo di consolazione, quando soggiunge: e per causa di un uomo, Cristo, venne la risurrezione dei morti. Una cosa dunque è mitigata dall’altra. Inoltre, poiché la morte è stata occasionata dall’astuzia del nemico, ma causata e originata dall’arroganza dell’animo e completata dalla concupiscenza della carne, si dice: come in Adamo tutti muoiono, a causa della sua prevaricazione. Perché però abbiamo la medicina della morte nella divina misericordia per merito della Passione del Signore, si aggiunge: e in Cristo tutti riavranno la vita, per merito della sua Passione. Quindi la causa prima e immediata della morte non è Dio, dal momento che Dio è essere sommo e indefettibile, e la morte è la maggiore di tutte le privazioni prodotte dalla punizione, ma la volontà che si allontana dalla rettitudine e dalla perpetuità della giustizia, come si dice nella Sapienza: Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei morenti… La giustizia infatti è perpetua e immortale. Il guadagno dell’ingiustizia è la morte […].

(San Bonaventura, Sermone 21.4)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24

 

Cosa significa essere cristiani?

Jesus Christ In Heaven Religion Concept Stock Photo, Picture And Royalty  Free Image. Image 41675967.
 
Per rispondere occorre tornare indietro nella storia, a quel tempo riportato dal libro degli Atti in cui si dice che “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani” (At 11,26). Chiamati da chi? Evidentemente non da se stessi, ma dai “non cristiani”, cioè dai pagani di Antiochia, che coniarono questo titolo in riferimento ai discepoli di Cristo. Interessante, da un punto di vista teologico, è come il titolo di “cristiano” (Χριστιανός), sorga in un ambiente greco, nel quale la predicazione dei discepoli punti più sulla realtà di “Gesù-Signore” (cfr. At 11,20) che non propriamente su quella di Gesù come Cristo Messia. Quei pagani hanno dunque utilizzato alla maniera “personalista” la realtà messianica di Cristo stesso, apponendola come nome identificativo specifico per i suoi discepoli: “cristiani”. Perché questa attribuzione? Una qualifica così pregnante, non può darsi solo secondo un ordine sociale, come per rinchiudere dentro una categorizzazione omogenea un gruppo di persone unite da una medesima caratteristica. Questo perché quei discepoli non erano soltanto “seguaci” di Cristo, o “annunciatori” del suo vangelo o ancora portatori estrinseci della sua testimonianza. Essi, piuttosto, avevano Cristo in se stessi come qualifica visibile: Cristo, cioè. viveva e parlava in loro e per mezzo di loro in una maniera talmente eloquente che, pur non avendolo mai conosciuto, quei pagani potevano ora conoscerlo e vederlo nella forma discepolare.
Ad inizio del racconto degli Atti ciò viene specificato dicendo: “La mano del Signore era con loro” (11,21) e che lo stesso Barnaba, giunto ad Antiochia, “vide la grazia del Signore”.
Pur originato, dunque, da un contesto sociale esterno, il titolo di “cristiano” sorge nella storia per opera di Cristo stesso, che in qualche modo prolunga la propria presenza tra gli uomini identificandoli a sé.
Ecco perché il termine “cristiano”, anche per noi oggi, deve oltrepassare la pura connotazione socio-religiosa ed entrare piuttosto in quella ontologica. “Siamo” cristiani, come lo erano quei primi discepoli che ereditarono la prima volta questo titolo, perché siamo conformi a Cristo, e non soltanto perché predichiamo la sua storia o il suo insegnamento. Vedere il cristiano dovrebbe così significare, proprio come ai tempi di Barnaba e Saulo, un “vedere Cristo”, che agisce nella sua potenza e nella sua verità per mezzo nostro. Amen
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24
Piazza del Monastero 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

S. Agostino – dal “Manuale sulla fede, speranza e carità”

“È più importante saper riconoscere in modo oculato quando Satana si maschera da angelo di luce, per non lasciarci ingannare ed attrarre in qualche pericolo fatale. Quando inganna i sensi corporei, infatti, ma non riesce a smuovere la mente da un pensiero vero e retto, in base al quale il credente conduce la propria vita, non c’è alcun pericolo per la religione; come pure quando, fingendosi buono, compie o dice cose convenienti agli angeli buoni, anche se viene ritenuto buono, non si tratta di un errore rovinoso o contagioso per la fede cristiana. Quando però, attraverso queste azioni ostili, egli comincia a trascinare dalla sua parte, allora il riconoscerlo e il non andargli dietro è un atto di grande e indispensabile accortezza. Ma quanti sono gli uomini capaci di sfuggire a tutti i suoi tragici tranelli, senza la guida e la protezione divina? Questa stessa difficoltà torna utile, perché nessuno riponga la propria speranza in se stesso o comunque in un altro uomo, ma la ripongano in Dio tutti i suoi fedeli: nessuna persona religiosa può mettere in dubbio che è questa la cosa piú conveniente per noi”.

(S. Agostino, Manuale sulla fede, speranza e carità, 16.61)

 

Gregorio di Nissa – Omelie sulle beatitudini

 

The Beatitudes: The New Law Given by the New Moses – Catholic World Report

Quanto accade a coloro che dalla vetta di un’alta montagna guardano in basso un mare profondo e insondabile, avviene anche alla mia mente quando dall’altezza della parola del Signore, guardo la profondità di certi concetti.
In molte località marittime si può vedere, dalla parte rivolta al mare, un monte quasi spaccato a metà e corroso da cima a fondo. Esso ha nella parte più alta un picco che incombe sulla profondità del mare. Orbene, l’impressione di chi volge giù lo sguardo sull’abisso impenetrabile da quell’altezza da vertigini, è quella stessa mia quando spingo in basso gli occhi dall’altezza del misterioso detto del Signore: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8).
Dio qui è proposto alla contemplazione di coloro che hanno purificato il loro cuore. Ma «Dio nessuno l’ha mai visto» (Gv 1, 18), come afferma il grande Giovanni. Paolo con la sua sublime intelligenza conferma e aggiunge: «Nessuno fra gli uomini lo ha mai visto, né lo può vedere» (1 Tm 6, 16). Questa è quella roccia liscia, sdrucciolevole e ripida, che non offre in se stessa alcun appoggio o sostegno per i concetti della nostra intelligenza. Anche Mosè nelle sue affermazioni l’ha detta impraticabile in modo che la nostra mente non vi può mai accedere per quanto si sforzi di aggrapparsi a qualcosa e guadagnare la cima. C’è un detto che taglia a picco la nostra roccia: Non vi è nessuno che possa vedere Dio e vivere (cfr. Es 33, 20).
Comprendi ora la vertigine della nostra intelligenza incombente sulla profondità degli argomenti trattati in questo discorso?
Ma vedere Dio costituisce la vita eterna. Se Dio è vita, chi non vede Dio non vede la vita.
A quali strettezze è mai ridotta la speranza degli uomini!
Il Signore però solleva e sostiene i cuori che vacillano, come ha agito con Pietro, che stava per annegare. Egli lo rimise nuovamente in piedi sull’acqua come su un pavimento solido e resistente.
Se trovandoci pencolanti sull’abisso di queste speculazioni si accosterà anche a noi la mano del Verbo, si poserà sull’intelligenza e ci farà vedere il vero significato delle cose, saremo allora liberi dal timore e seguiremo la sua via. Ma purché il nostro cuore sia puro. Dice, infatti: «Beati coloro che hanno un cuore puro, perché essi vedranno Dio». (Gregorio di Nissa, dall’Omelia 6 sulle beatitudini)

 

Sant’Ignazio di Antiochia – Il martirio cruento dell’ultima ora e il martirio incruento di una vita

The Young Ribera - Exhibition - Museo Nacional del Prado

Sant’Ignazio di Antiochia ci insegna non tanto a morire sbranati dai leoni, ma ad avere coraggio, quando Cristo viene offeso e si è chiamati, mai costretti, a testimoniarlo nella verità e nella giustizia. Qui la libertà umana viene a compiersi nel suo punto più elevato: con semplicità, come molti cristiani hanno fatto nella storia e fanno ancora oggi, si potrebbe dire: “Signore, la prova appare maggiore di me”, e cedere ai ricatti del nemico per scongiurare una morte violenta o comunque una fine ignominiosa. Vi è tuttavia l’altra possibilità, che uno in realtà non sta tanto a calcolare a tavolino prima che accada, ma che impetuosamente pone il soggetto a dire: “Io sono di Cristo, nella buona e nella cattiva sorte”, e dunque ad accettare – come sant’Ignazio e insieme a lui tutti i martiri della storia passata e presente – qualsiasi genere di supplizio, sia fisico, sia spirituale, per la fedeltà a Cristo Signore.

Alcune situazioni è vero, turbano gli animi più fragili, e molti di noi dinanzi all’opzione di essere sbranati vivi dai leoni probabilmente si tirerebbero indietro. Vi è da dire, tuttavia, che è solo Cristo che dona la forza per una scelta così estrema, accettare il martirio: ciò significa che quel coraggio, che certo dà onore a chi lo manifesta, in realtà un istante prima di quel martirio forse non sussisteva nel soggetto stesso, e Cristo stesso ha atteso il momento propizio perché il suo martire fosse davvero pronto ad una simile testimonianza cristiana.

Per questo non spaventiamoci se dinanzi a certe figure, come ad esempio sant’Ignazio, ci sentiamo un niente: quanti martiri hanno subito violenze indicibili e dolorose, eppure non necessariamente davanti agli occhi di Gesù sono più buoni nel cuore o più fedeli alla sua parola di chi quel martirio così cruento non vive sulla terra, perlomeno non a quel modo, ma ha ugualmente una potenza d’amore nei suoi riguardi non inferiore a quella dei martiri propriamente detti.

Ciò non deve in alcun modo demitizzare il martirio cruento, poiché vale sempre la parola di Gesù: “Non vi è un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici”. E tuttavia neppure scoraggiare molti di noi, cui il martirio forse mette paura solo a sentirlo nominare, e che tuttavia in fondo siamo capaci di sopportare un altro genere di martirio, che forse gli stessi martiri della storia, pur nel loro coraggio estremo dell’ultima ora, non saprebbero sopportare con la continuità di una vita nel sacrificio, nella rinuncia e nell’offerta spirituale di se stessi.

Sia dunque benedetto l’uno e l’altro genere di martirio, quello cruento e quello incruento, come entrambi fonti concrete di una viva testimonianza di Gesù Cristo, Signore della storia e nostro Redentore. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h

Piazza del Monastero, 3 – Torino

 

Il valore dei propri atti come rivelazione della persona – Dal libro “Persona e atto” – di Karol Wojtyla:

La reliquia di Papa Wojtyla al Bambino Gesù di Roma - Cronaca, Roma

“Il valore personalistico dell’atto umano, cioè il valore personale, è l’espressione particolare e forse la più essenziale del valore della persona stessa. […] Sebbene “operari sequitur esse” e quindi la persona e il suo valore precedano il valore dell’atto e siano fondamentali nei suoi confronti, tuttavia, al tempo stesso, la persona si manifesta attraverso gli atti […] Pertanto, il valore personalistico dell’atto, intimamente legato al suo compimento da parte della persona, costituisce la fonte e il fondamento particolare della conoscenza del valore della persona, come pure dei valori che sono insiti nella persona secondo la loro gerarchia. […] Il valore personalistico dell’atto (quello cioè che consiste nel solo ‘compimento’ di esso, ndr.), precede e condiziona ogni valore etico.

È evidente che questo o quel valore morale, il bene o il male, presuppone il compimento stesso dell’atto, anzi, il compimento ‘con pieno valore’. Se l’atto non è stato realmente compiuto, se mostra delle deficienze riguardo ad una autentica autodeterminazione nei suoi vari aspetti, allora anche il valore morale perde in esso, almeno fino ad un certo punto, il suo fondamento. Ne deriva che per esprimere qualsiasi giudizio sui valori morali e per attribuire all’uomo meriti o colpe dobbiamo prima stabilire l’operatività, l’autodeterminazione e la responsabilità, in altre parole dobbiamo prima stabilire se un dato uomo-persona realmente ‘abbia compiuto l’atto’. A ciò appunto si riferiscono nelle elaborazioni tradizionali di questo problema tutte le indagini e le distinzioni sul tema del volontarium.

[…] Non consideriamo il compimento dell’atto da parte della persona come un significato soltanto ontologico. Ad esso attribuiamo anche un significato assiologico; il compimento della persona costituisce in se stesso un valore. Si tratta appunto del valore personalistico, poiché la persona, compiendo l’atto, si realizza in esso. […] Il valore personalistico consiste nel fatto che la persona attualizza nell’atto se stessa, esprimendo così la struttura sua propria dell’autopossesso e dell’autodominio. Il valore etico affonda le sue radici nel terreno di quell’attualizzazione che qui definiamo compimento dell’atto. Il valore etico si sviluppa sul fondamento del valore personalistico e lo permea, tuttavia non si identifica con esso […]”

[K. Wojtyla, Persona e atto (1969), tr. it. a cura di G. Reale e T. Styczeń, Bompiani, Milano 2001, qui pp. 621-625]

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam –Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Sei invidioso perché Io sono buono?” (ἐγὼ ἀγαθός εἰμι) – L’invidia del demonio per la bontà di Dio

L'immagine può contenere: 1 persona

Nel racconto parabolico degli operai mandati nella vigna ad orari distinti, nella cui morale emerge la bontà del padrone che ripaga gli ultimi arrivati con la stessa misura dei primi (cfr. Mt 20,1-16) ci interessa considerare la chiusura di questo racconto, nel quale il padrone prende autorità sulle obiezioni dei lavoratori della prima ora che esigevano una paga maggiore rispetto agli ultimi.
Infatti, dopo aver sottolineato loro di essere egli stesso il proprietario del proprio bene e di poterlo esercitare pertanto a propria insindacabile maniera (“Non posso fare delle mie cose quello che voglio?” 20,15a), il padrone introduce una seconda ragione della polemica di quei lavoratori: non più il fattore estrinseco delle ore oggettive di lavoro svolto (parrebbe una polemica di ordine “sindacale”) ma quello soggettivo dell’invidia rispetto alla bontà del padrone stesso verso tutti. Letteralmente, infatti, Matteo scrive che il padrone obietta: “Forse il tuo occhio è invidioso perché io sono buono?” (20,15b). Il termine chiave è qui l’aggettivo “πονηρός” (“ponerόs”, cioè invidioso, malvagio), un temine che di per se stesso, nella sua radice, esprime una “pena”, qui correlata al male e all’invidia. Talvolta il demonio stesso è detto semplicemente “ὁ πονηρὸς”, come in Mt 13,19, dove è descritto come colui che viene e ruba la parola del regno. Nella stessa preghiera del “Padre nostro”, preghiamo perché Dio ci liberi dal maligno, ossia “ἀπὸ τοῦ πονηροῦ” (Mt 6,13).
Questa rabbia, questa malvagità è prodotta dall’esperienza della bontà del padrone, dal suo essere buono: “Sei invidioso perché io sono buono?”
Questa parola del padrone della vigna è dunque molto potente nel suo significato di liberazione: “Vai indietro” – sembra intendere il padrone della vigna – “poiché io sono buono e tu sei malvagio, invidioso”. Si tratta di una contrapposizione autoritaria della bontà misericordiosa di Dio contro l’insolente malizia e la perspicace invidia del maligno nei suoi riguardi.
Amen
 
Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino

 

Dal “Commento al Simbolo degli Apostoli” – di S. Tommaso d’Aquino

Golgotha | Meaning & Facts | Britannica

Sul senso della discesa agli inferi di Gesù Cristo – Un estratto dal “Commento al Simbolo degli apostoli”, di S. Tommaso d’Aquino:
 
n. 4: “[…] Pur restando vero che Cristo è sceso nell’oltretomba per recare alle anime i frutti della redenzione, è vero altresì che egli non liberò dal potere di Satana chiunque vi si trovasse, ma solo quanti lo attendevano privi di gravi colpe. Lasciò nell’inferno coloro che erano morti in peccato mortale. Perciò non s’illuda, chiunque entri in simili condizioni nell’aldilà. Dovrà restare nell’inferno quanto i giusti si tratterranno in paradiso: per l’eternità. «I dannati andranno all’eterno supplizio, gli eletti invece all’eterna gloria» (Mt 25, 46).
Altro beneficio: la discesa di Cristo agli inferi ci rende maggiormente solleciti. Egli infatti vi andò per evitarci quella che, per noi, sarebbe una discesa senza ritorno. Dobbiamo perciò andarvi frequentemente col pensiero, considerando le pene che vi si soffrono, sull’esempio di Ezechia, il quale usava ripetere: «A metà della mia vita me ne dovrò andare, varcando la soglia dell’aldilà» (Is 38, 10).
TESTI DISPONIBILI ALLA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Tel. 340 – 5892741

 

Gesù, il Samaritano-Custode: da un discorso di S. Agostino

Christ and Nephite Child | Pictures of christ, Jesus pictures, Christ

Quell’uomo che giaceva sulla via tra la vita e la morte è indubbiamente l’intero genere umano, abbandonato dai briganti, che un sacerdote di passaggio disprezzò, come pure un Levita, ma un Samaritano in viaggio gli si avvicinò per curarlo e offrirgli soccorso. Per narrare ciò, qual è il motivo? Ad un tale che domandava quali siano nella legge i comandamenti più importanti e supremi, ricordò che sono due: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente; e amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma quello: E chi è il mio prossimo5 E il Signore narrò: Un uomo discendeva da Gerusalemme a Gerico. In qualche modo lo indicò quale Israelita. E s’imbatté nei briganti. Avendolo spogliato e dopo avergli inferto gravi ferite, lo abbandonarono sulla via, tra la vita e la morte. Passò un sacerdote, senza dubbio prossimo per affinità di razza, andò oltre l’uomo che giaceva. Passò un Levita, anche costui prossimo quanto alla razza; anch’egli trascurò l’uomo che giaceva. Passò un Samaritano, forestiero per razza, prossimo per compassione, e fece ciò che sapete 6. Il Signore Gesù Cristo volle farsi vedere in quel Samaritano. Il termine: ” Samaritano ” sta a dire: ” Custode “. Con questo risuscitando dai morti, non muore più, e la morte non avrà più potere su di lui 7, perché non dorme, né sonnecchia il custode d’Israele 8. Infine i Giudei, quando bestemmiavano con tante ingiurie, gli dissero: Non diciamo con verità noi che sei un Samaritano e hai un demonio9 Quindi, essendo due le parole oltraggiose lanciate contro il Signore, poiché gli era stato detto: Non diciamo con verità noi che sei un Samaritano e hai un demonio? poteva rispondere: Non sono un Samaritano, né ho un demonio; rispose invece: Io non ho un demonio 10. In quel che rispose espresse una ripulsa, in quel che tacque, una conferma. Negò di avere un demonio, egli che metteva fuori i dèmoni; non negò di essere il Custode dell’infermo. Dunque: Il Signore è molto vicino 11, perché il Signore si è fatto prossimo per noi.

(S. Agostino, Discorso 171,2 – Disponibili i testi di S. Agostino alla nuova Libreria Cattolica La Casa di Miriam) – Tel. 3405892741 – Piazza del Monastero, 3 – Torino

 

“Riservate per me Barnaba e Saulo” – la voce dello Spirito

Great Novena of Pentecost - Day 6 — Passionist Nuns

Quando si è nell’intimità con Dio e nel vero trasporto della fede, la voce dello Spirito si fa eloquente in maniera viva e inconfondibile. Non dobbiamo perciò pensare a chissà quale fenomeno quando andiamo in cerca del consiglio dello Spirito. Negli Atti degli Apostoli è scritto come in maniera chiara, ma insieme semplice e diretta, lo Spirito Santo ha fatto sentire la sua voce dicendo alle anime in orazione: “Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati” (At 13,2). L’autore sacro (verosimilmente san Luca) scrive esplicitamente: “Lo Spirito Santo disse” (in greco: εἶπεν τὸ πνεῦμα τὸ ἅγιον”). Ciò significa che quella voce è attribuita esplicitamente alla terza persona della Trinità ed è stata udita dai presenti in maniera chiara, senza possibilità di confusione, sia in quanto alla parola pronunciata che alla sua stessa origine. Tuttavia l’evento non va colto alla maniera di un fenomeno chissà quanto straordinario, poiché dove vi è intensità di preghiera, purezza del cuore e totale abbandono alla volontà di Dio, in maniera eloquente lo Spirito parla anche a noi e per noi, senza nulla togliere alla singolarità dell’evento qui narrato negli Atti. Invochiamo allora sempre lo Spirito Santo, affinché ci parli come ha fatto con i discepoli della prima ora. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Sulla contraddizione fra superbia e compiacenza di sé nel demonio

 
Dinanzi alla purezza di Maria ogni satanica impurità (perché l’impurità non è una creazione dell’uomo, per quanto questi vi possa acconsentire, ma ha sempre un’origine satanica) è costretta a tremare, a vivere un’esperienza terribile di vergogna e al contempo di rabbia. Vergogna, perché Maria mostra a Satana cosa significhi la bellezza di Dio, che ella riflette pienamente a livello creaturale e rispetto alla
quale Satana non avrà mai alcuna partecipazione; rabbia, appunto come conseguenza di questa vergogna. Questo ci fa comprendere come sia inesatto supporre che ancora, dopo la sua sconfitta operata dal Cristo, Satana possa essere fiero di se stesso e ritenersi simile a Dio: la sua superbia, infatti, che pure permane in lui, riguarda l’attualità di non voler accettare quanto in oggetto, sebbene abbia palesemente sotto i propri occhi la metamorfosi di se stesso, in termini negativi, prodotta dalla sua primitiva disobbedienza a Dio. Dunque egli sa benissimo di quanto egli stesso sia disgustoso e di come permarrà per sempre in tale condizione, tanto più se alla sua coscienza – per mezzo della nostra invocazione – viene posta Colei che, senza macchia, di generazione in generazione chiameranno beata, Maria nostra Madre.
Ora, coloro che nel mondo, tra le persone, vediamo non soltanto prive di vergogna per la loro bassezza morale, ma addirittura compiacenti di se stesse, non devono essere confuse, da un punto di vista della loro coscienza di sé, con il loro ispiratore, Satana, già condannato da Dio e per questo miseramente ricoperto di vergogna di sé e pienamente cosciente di questo. Quelle persone, infatti, davvero “non sanno quello che fanno”, mentre Satana conosce benissimo ogni proprio atto, nella profondità del suo significato teologico, come pure il proprio destino ultimo. Per quelle persone, invece, esiste – nonostante il giogo satanico – ancora la luce della conversione, realtà inesistente per Satana, in qualsiasi tempo o spazio creato.
A noi è dato di poter contribuire, nella preghiera e nel sacrificio, alla conversione di molte anime e alla purificazione di quante, tra di esse, stanno già purificandosi nel fuoco della misericordia di Cristo, in purgatorio. La Santa Messa è l’occasione più propizia, ma non esclusiva, per ricordarci tanto dei vivi quanto dei defunti.
Un “rendimento di grazie” tornerà in qualche modo a nostro favore, da parte di tutti coloro che avremo beneficiato della compassione del divino Giudice nei loro riguardi con la nostra offerta del suo stesso corpo e sangue.
Amen
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Tel. 3405892741

 

“Sulla regalità di Maria” – dall’enciclica “Ad Caeli Reginam” di Pio XII

“Sulla regalità di Maria” – dall’enciclica “Ad Caeli Reginam” di Pio XII – 11 Ottobre 1954

Prayers – Knowledge of Jesus Christ | Father Boniface Hicks, OSB

Come abbiamo sopra accennato, venerabili fratelli, l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore»(36) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.

Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor 6, 20) ci ha comprati».(37)

Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo».(38) E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò».(39) Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza».(40)

Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì se­condo una certa «ricapitolazione»,(41) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano»(42) e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»;(43) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.

È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.

NOTE:

(36) S. IOANNES DAMASCENUS, De fide orthodoxa, 1. IV, c. 14: PG 94, 1158s.B.

(37) PIUS XI, Litt. enc. Quas primas: AAS 17(1925), p. 599; EE 5/147.

(38) Festum septem dolorum B. Mariae Virg., Tractus.

(39) EADMERUS, De excellentia Virginis Mariae, c. 11: PL 159, 508AB.

(40) F. SUAREZ, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II: éd. Vivès, XIX, 327.

(41) S. IRENAEUS, Adv. haer., V, 19, 1: PG 7, 1175B.

(42) PIUS XI, Epist. Auspicatus profecto: AAS 25(1933), p. 80.

(43) PIUS XII, Litt, enc. Mystici corporis: AAS 35(1943), p. 247; EE 6/258.

EDIZIONI E LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM

CON CENACOLO 24H

PIAZZA DEL MONASTERO, 3 – TORINO

 

 

Grandezza nel regno di Dio e piccolezza nel regno della terra

Alla domanda “chi è il più grande nel regno dei cieli?” – fatta dai suoi stessi discepoli, Gesù avrebbe anche potuto non rispondere, per due buoni motivi: la domanda aveva infatti il sapore di una curiosità, piuttosto che non di vero desiderio di conoscenza, e in secondo luogo contraddiceva, nella forma in cui è stata posta, l’insegnamento di Gesù riguardo l’umiltà. Gesù tuttavia ha risposto, ma non in maniera diretta, bensì servendosi di una mediazione, ossia la mediazione di quel fanciullo chiamato innanzi a sé. In tal senso, per rivelare chi fosse davvero “il più grande” nel regno dei cieli, Gesù si è servito dell’immagine di chi è “il più piccolo” nel regno della terra. Ha dunque risposto alla domanda attraverso una concatenazione di elementi tra loro oppositivi, dove la grandezza concepita dai discepoli viene disattesa nella forma della piccolezza del fanciullo. Ma non si tratta solo di un ribaltamento formale della “grandezza” immaginata dai discepoli nel regno dei cieli. Nella risposta di Gesù è contenuta anche una correzione linguistico-numerica. I discepoli domandano infatti “chi è il più grande?” come a presupporre una scala gerarchica al cui apice, alla maniera regale, vi sia qualcuno, per potere e grandezza. Gesù nell’esempio del fanciullo ridimensiona questa “singolarità” del più grande, dal momento che, se “chiunque diverrà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”, allora quell’essere “più grande” non riguarda una persona unica – come l’avevano pensata i discepoli – ma una collettività, una comunione di persone unite dall’aver imitato, nella loro condizione spirituale, la semplicità di quel fanciullo.
Amen
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

Credere in Cristo significa amare Cristo – S. Agostino

Catholic, Wide-ranging, Christianity, Christ, Jesus, Church,  Ecclesiastical, Faith, Cross, Crucifix, Death, Irritated, Crucifixion |  PixCove

“Ricordiamo la distinzione: una cosa è credere “a” Cristo, un’altra è credere “Cristo”, un’altra credere “in” Cristo. Credere a lui significa credere che son vere le cose che egli dice; crederlo Cristo significa credere che egli è il Cristo; credere in lui significa amarlo. “Ebbene, spiegaci ora queste tue affermazioni: credere che son vere le cose dette da lui, credere che egli è il Cristo, amare Cristo!”. Credere che son vere le cose da lui dette, è una verità che molti possono accettare, anche i cattivi. Costoro credono nella verità delle sue parole, ma si rifiutano di metterle in pratica, essendo pigri ad agire. Che poi egli sia il Cristo, è cosa che anche i demoni riuscirono ad ammettere. Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, lo dissero e Pietro e i demoni, ma l’uno mosso dall’amore, gli altri dal timore. Ora, non tutti coloro che temono hanno l’amore, mentre tutti quelli che amano hanno anche il timore. È probabile – anzi non probabile ma certo – che ogni innamorato teme, ma teme con timore casto, non con timore servile, poiché è il timore casto del Signore quello che rimane in eterno. In effetti la carità, quando è perfetta, esclude il timore. E certamente una cosa è temere che egli venga e un’altra temere che ci abbandoni. “Temere che venga” era in coloro che dicevano: Sappiamo chi sei. Perché sei venuto prima del tempo per rovinarci? “Temere che egli ci abbandoni” era in colui che gli disse: Sarò con te sino alla morte 35. Quando dunque ti si dice: ” Credi in Cristo “, non pensare che ti sia sufficiente credere a Cristo, cioè che siano vere le parole di Cristo, o che ti basti crederlo il Cristo, che cioè egli sia colui che Dio promise per bocca dei profeti. “Credi in Cristo” vuol dire “ama Cristo”. Se adempirai questo precetto non ti si chiederà altro, poiché la carità è il pieno compimento della legge. Se crederai in Cristo amandolo con un tale ardore, vedi se non saranno tue anche queste parole: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Non dilungarti dunque nel cercare ciò che Cristo ti comanda: non ci sarà precetto che tu non pratichi se ami Cristo. Ama e stai già praticando la legge […]”

(S. Agostino, Discorso 130/A, n. 5)

 

Preghiera contro il malocchio – di F.G. Silletta

? Salvation - 1388339 image & stock photo

 

Signore Gesù Cristo,

che ridoni la vista ai ciechi

e la togli a quanti credono di vedere,

noi ti lodiamo e ti benediciamo

perché hai creato l’universo e, in esso, hai posto anche noi,

nella nostra perfezione di creature,

affinché vivendo ed amando

come tua immagine nel mondo

rendessimo gloria al tuo nome.

Tu ci hai donato la mente, il cuore, lo sguardo

perché contemplassimo riconoscenti le tue meraviglie

e le testimoniassimo al prossimo

attraverso le nostre umane facoltà.

Ora guarda e considera il male che ci opprime,

il legamento che qualcuno volontariamente –

per satanica ispirazione –

ha posto nel nostro slancio vitale verso il tuo Regno.

Poniti come Signore del nostro corpo e della nostra mente:

rimettiamo totalmente nelle tue mani,

donandoti ogni autorità e libertà su di esse,

le funzioni visive, immaginative, mnemoniche e intellettuali

attraverso le quali

tu ci hai resi creature singolari nel creato,

specchio della tua potenza e gloria del tuo nome.

Per la forza che viene da te,

spezza qualunque catena di male ci abbia legato

per mezzo del malocchio o di altre occulte operazioni

e donaci la completa libertà,

affinché possiamo continuare a risplendere nel mondo

e testimoniare la tua potenza,

la tua vittoria sul male.

Amen

(Francesco G. Silletta – “Liberaci dal male” – 4 volumi – Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741)

 

S. Agostino – La ricchezza spirituale – Dal discorso 36

Little Plant of St. Francis: December 2012

Sulla ricchezza dello spirito – Sant’Agostino:

“I buoni fedeli son dunque tutti ricchi. Nessuno si deprima: sebbene povero nella dispensa, il buono è ricco nella coscienza. Ora chi è ricco nella coscienza dorme più tranquillo, sebbene per terra, di quanto non dorma, magari nella porpora, il ricco di denaro. Là sulla nuda terra non lo sveglia l’angosciosa preoccupazione proveniente dal cuore trafitto dalla colpa. Conserva nel tuo cuore le ricchezze che ti ha recato la povertà del tuo Signore; anzi prendi lui per tuo custode. Affinché dal cuore non svanisca quel che ti ha dato, provveda colui stesso che te l’ha dato. Son dunque ricchi tutti i buoni fedeli, ma non ricchi di questo mondo. Le loro ricchezze nemmeno loro le avvertono; le scopriranno più tardi. Vive la radice, ma d’inverno anche l’albero verde è simile all’albero secco. In effetti d’inverno e l’albero secco e l’albero vivo sono tutt’e due privi delle foglie che li adornano, privi dei frutti che li abbelliscono. Verrà l’estate e i due alberi appariranno diversi. La radice viva produrrà le foglie e riempirà di frutti la pianta, la radice secca resterà arida come lo era d’inverno. Pertanto all’una sarà preparato il magazzino; contro l’altra si ricorrerà alla scure, affinché si tagli e la si getti nel fuoco. In questo caso per nostra estate consideriamo la venuta del Signore. Nostro inverno è il nascondimento di Cristo, nostra estate la manifestazione di Cristo. Ora, agli alberi buoni e fedeli l’Apostolo rivolge questa apostrofe: Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. Certamente morti, ma morti per quanto si vede, vivi invece nella radice. Nota poi come, in riferimento al futuro tempo dell’estate, prosegue dicendo: Quando apparirà Cristo, vostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Questi sono i ricchi, ma non ricchi di questo mondo […]” – (Sant’Agostino, Discorso 36, n° 4)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

 

La verità cristiana – di I. de la Potterie

whitesmokeahoy: Jesus Christ, the Way, the Truth, and the Life - from Islam  to Catholicism

“La verità cristiana” – di I. de la Potterie

“La distinzione fra platonismo e cristianesimo appare molto chiara nella nozione di verità. […] Nei primi secoli, Dio veniva più volte chiamato “il Dio della verità” o “il Padre della verità”. Con queste formule i cristiani non volevano esprimere l’idea platonica che Dio è la realtà suprema (idea indubbiamente giusta, ma che non corrispondeva alle loro aspirazioni); queste formule significavano per loro Dio come colui che ha rivolto a noi la sua parola, Dio come fonte della verità e della rivelazione.
La verità cristiana non è dunque, come nella filosofia greca, l’essere assoluto di Dio stesso, ma la parola di Dio, la divina rivelazione, comunicataci in Gesù Cristo, e che diventa per noi la norma della vita e la fonte della santificazione. Ireneo scriveva: “Dio diede ai suoi apostoli il potere di predicare il Vangelo; per mezzo loro conosciamo la verità, cioè la dottrina del Figlio di Dio”.
Osserviamo in questo testo l’equivalenza delle tre espressioni: il Vangelo, la verità, la dottrina del Figlio di Dio. Nei secoli successivi troviamo tutta una serie di espressioni dove quel significato della parola “verità” appare immediatamente; ecco alcune di queste formule: la verità cristiana, la verità cattolica, la verità della fede, la luce della verità, la spada della verità.
Dunque è una cosa ovvia: per la tradizione cristiana la verità è la divina rivelazione, il messaggio della salvezza, la vera fede, la dottrina del Vangelo predicata dalla Chiesa […]”
(I. de la Potterie, Studi di Cristologia giovannea, Collana Biblica, Marietti, Torino 1973, p. 14)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Pio XII e la vera definizione di liturgia – Dall’enciclica Mediator Dei

“[…] La sacra Liturgia è pertanto il culto pubblico che il nostro Redentore rende al Padre, come Capo della Chiesa, ed è il culto che la società dei fedeli rende al suo Capo e, per mezzo di Lui, all’Eterno Padre: è, per dirla in breve, il culto integrale del Corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del Capo e delle sue membra. L’azione liturgica ha inizio con la fondazione stessa della Chiesa. I primi cristiani, difatti, «erano assidui agli insegnamenti degli Apostoli e alla comune frazione del pane e alla preghiera» (Act. 2, 42). Dovunque i Pastori possono radunare un nucleo di fedeli, erigono un altare sul quale offrono il Sacrificio, e intorno ad esso vengono disposti altri riti adatti alla santificazione degli uomini e alla glorificazione di Dio. Tra questi riti sono, in primo luogo, i Sacramenti, cioè le sette principali fonti di salvezza; poi la celebrazione della lode divina, con la quale i fedeli anche insieme riuniti obbediscono alla esortazione dell’Apostolo: «Istruendovi ed esortandovi tra voi con ogni sapienza, cantando a Dio nei vostri cuori, ispirati dalla grazia, salmi, inni e cantici spirituali» (Col. 3, 16); poi la lettura della Legge, dei Profeti, del Vangelo e delle Lettere Apostoliche, e infine l’omelia con la quale il Presidente dell’assemblea ricorda e commenta utilmente i precetti del Divino Maestro, gli avvenimenti principali della sua vita, e ammonisce tutti gli astanti con opportune esortazioni ed esempi.
Il culto si organizza e si sviluppa secondo le circostanze ed bisogni dei cristiani, si arricchisce di nuovi riti, cerimonie e formole, sempre con il medesimo intento: «affinché cioè da quei segni noi siamo stimolati . . . ci sia noto il progresso compiuto e ci sentiamo sollecitati ad accrescerlo con maggior vigore: l’effetto, difatti, è più degno se più ardente è l’affetto che lo precede» (Sant’Agostino, Epist. CXXX ad Probam, 18). Così l’anima più e

meglio si eleva verso Dio; così il sacerdozio di Gesù Cristo è sempre in atto nella successione dei tempi, non essendo altro la Liturgia che l’esercizio di questo sacerdozio. Come il suo Capo divino, così la Chiesa assiste continuamente i suoi figli, li aiuta e li esorta alla santità, perché, ornati di questa soprannaturale dignità, possano un giorno far ritorno al Padre che è nei cieli. Essa rigenera alla vita celeste i nati alla vita terrena, li corrobora di Spirito Santo per la lotta contro il nemico implacabile; chiama i cristiani intorno agli altari e, con insistenti inviti, li esorta a celebrare e prender parte al Sacrificio Eucaristico, e li nutre col pane degli Angeli perché siano sempre più saldi; purifica e consola coloro che il peccato ferì e macchiò; consacra con legittimo rito coloro che per divina vocazione sono chiamati al ministero sacerdotale; rinvigorisce con grazie e doni divini il casto connubio di quelli che sono destinati a fondare e costituire la famiglia cristiana; dopo averne confortato e ristorato col Viatico Eucaristico e la Sacra Unzione le ultime ore della vita terrena, accompagna al sepolcro con somma pietà le spoglie dei suoi figli, le compone religiosamente, le protegge al riparo della Croce, perché possano un giorno risorgere trionfando sulla morte; benedice con particolare solennità quanti dedicano la loro vita al servizio divino nel conseguimento della perfezione religiosa; stende la sua mano soccorrevole alle anime che nelle fiamme della purificazione implorano preghiere e suffragi, per condurle finalmente alla eterna beatitudine […]”
(20 novembre 1947 – Fonte: vatican.va)
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Tel. 3405892741
 
 
 

 

La natura della Verità – da un discorso di san Giovanni Paolo II

Dal Discorso di S. Giovanni Paolo II in occasione della consegna del premio “Paolo VI” ad Hans Urs von Balthasar (23 giugno 1984)

Sotheby's | Auctions - Old Master & 19th Century European Art,fine arts |  Sotheby's

  1. 4: “[…] La verità studiata dal teologo non è frutto di una conquista, ma il dono che Dio, nell’imperscrutabile e meraviglioso suo disegno d’amore, ha fatto agli uomini manifestando se stesso principalmente mediante la santa umanità di Gesù Cristo, il quale è il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione. “Parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1 Cor 2, 6-7).

La verità, a cui la teologia serve, non è dunque semplicemente un sistema concettuale costruito nel rispetto di regole logiche. Nemmeno si riduce a una serie di fatti empiricamente accertabili. È primariamente Dio stesso, che in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo si fa conoscere all’uomo.

Il servizio che la teologia deve prestare alla verità rivelata è la continua esplorazione di essa.

Lo scopo è di scoprirne e di esprimerne, fin dove è possibile, tutti gli aspetti, l’armonia, l’unità, la bellezza. L’esplorazione non terminerà mai, perché la verità di Dio è infinita e perché l’intelligenza umana non può avvicinarsi ad essa che per gradi successivi. Il servizio alla verità rivelata, poi, postula sempre un grande senso del mistero, che accompagni l’autentica ricerca teologica. Esso impedisce che la verità rivelata venga ridotta in termini razionalistici o snaturata a livello di un’ideologia […]”

 

 

Dalla drammatica lettera scritta dai Vescovi del I Concilio di Costantinopoli a Papa Damaso

Dalla lettera scritta dai Vescovi del Concilio di Costantinopoli (inviata a Roma nell’anno 382):

The Coming Persecution - Catholic Daily Reflections

“[…] Noi, infatti, abbiamo sopportato da parte degli eretici le persecuzioni, le tribolazioni, le minacce degli imperatori, le crudeltà dei magistrati e ogni altra prova, per la fede evangelica confermata dai trecentodiciotto Padri di Nicea di Bitinia. Questa fede, infatti, dev’essere approvata da voi, da noi e da quanti non distorcono il senso della vera fede essendo essa antichissima e conforme al battesimo; essa ci insegna a credere nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cioè in una sola divinità, potenza, sostanza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in una uguale dignità, e in un potere coeterno, in tre perfettissime ipostasi, cioè in tre perfette persone, ossia tali, che non abbia luogo in esse né la follia di Sabellio con la confusione delle persone, con la soppressione delle proprietà personali, né prevalga la bestemmia degli Eunomiani, degli Ariani, dei Pneumatomachi, per cui, divisa la sostanza, o la natura, o la divinità, si aggiunga all’increata, consostanziale e coeterna Trinità una natura posteriore, creata, o di diversa sostanza. Riteniamo anche, intatta, la dottrina dell’incarnazione del Signore; non accettiamo, cioè l’assunzione di una carne senz’anima, senza intelligenza, imperfetta, ben sapendo che il verbo di Dio, perfetto prima dei secoli, è divenuto perfetto uomo negli ultimi tempi per la nostra salvezza.
Queste sono, in sintesi, le principali verità della fede, che senza ambagi predichiamo. Esse vi procureranno anche una maggior soddisfazione, se vi degnerete di leggere il tomo composto dal sinodo di Antiochia, e quello pubblicato dal concilio ecumenico, a Costantinopoli, lo scorso anno. In essi abbiamo esposto la nostra fede assai ampiamente, ed abbiamo sottoscritto i nostri anatemi contro le recenti novità delle eresie […]”

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Da un’omelia di Teodoro Studita

Da un’omelia di Teodoro Studita (758/826)

“Maria è la terra, sulla quale colui che ha fondato la terra sulle sue basi ( Sal 103,5 ), viene plasmato nella carne, per opera dello Spirito Santo. Maria è la terra che, senza essere stata seminata, fa schiudere il frutto che dà a ognuno il nutrimento.
Maria è la terra dalla quale non è nata la spina del peccato; al contrario, questo è stato da lei espulso grazie al suo germoglio. Maria non è la terra che fu maledetta come la prima, i cui frutti sono pieni di triboli e spine; su di lei, invece, si è posata la benedizione del Signore e il frutto del suo seno è benedetto.
Ave, o luogo del Signore, terra che Dio ha sfiorato con i suoi passi. Tu hai contenuto nella tua carne colui che come Dio sfugge a ogni limite spaziale. Da te, colui che è semplice, è nato composto; l’eterno è entrato nel tempo, l’infinito si è lasciato circoscrivere. Ave, casa di Dio, dimora che brilla di splendori divini”
Amen
(Teodoro Studita, Omelia sulla dormizione di Maria)

TESTI DISPONIBILI ALLA NUOVA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741

L’istituzione eucaristica – (dal Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 1337-1340):

L’istituzione eucaristica –

(dal Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 1337-1340):

How do you approach Holy Communion? – Through The Cross To Light

“1337 – Il Signore, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine. Sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, mentre cenavano, lavò loro i piedi e diede loro il comandamento dell’amore. Per lasciare loro un pegno di questo amore, per non allontanarsi mai dai suoi e renderli partecipi della sua pasqua, istituì l’Eucaristia come memoriale della sua morte e della sua risurrezione, e comandò ai suoi Apostoli di celebrarla fino al suo ritorno, costituendoli «in quel momento sacerdoti della Nuova Alleanza». 1338 – I tre Vangeli sinottici e san Paolo ci hanno trasmesso il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia; da parte sua, san Giovanni riferisce le parole di Gesù nella sinagoga di Cafarnao, parole che preparano l’istituzione dell’Eucaristia: Cristo si definisce come il pane di vita, disceso dal cielo. 1339 – Gesù ha scelto il tempo della Pasqua per compiere ciò che aveva annunziato a Cafarnao: dare ai suoi discepoli il suo Corpo e il suo Sangue. […] 1340 – Celebrando l’ultima Cena con i suoi Apostoli durante un banchetto pasquale, Gesù ha dato alla Pasqua ebraica il suo significato definitivo. Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua morte e la sua risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucaristia, che porta a compimento la Pasqua ebraica e anticipa la Pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno.”

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741

 

S. Serafino di Sarov

Per il demonio è impossibile far perire una persona, a meno che questa smetta di invocare la Madre di Dio”
(San Serafino di Sarov, monaco russo – 1754/1833)
 
Pin by Giusy Cusumano on Virgen maría | Mother mary, Mary and jesus,  Blessed mother
 
Una frase bellissima, anche se teologicamente ardua. Ciò che questo grande monaco russo afferma è senza dubbio verità, derivante tuttavia più dalla sua intensissima esperienza di preghiera e di penitenza (nonché da alcune private esperienze mariofaniche), piuttosto che non da investigazioni di ordine teologico (le quali pure – tuttavia – portano la ragione alle medesime conclusioni). Serafino è stato un monaco radicalmente a contatto con Dio, in continua ricerca di un distaccamento dal mondo (non dagli uomini del mondo) e di acquisizione dello Spirito Santo. Questo dono immenso è stata la sua grande testimonianza. Di qui l’inevitabile conclusione sulla forza di Maria e sul suo ruolo immensamente potente contro il Maligno. Amen
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Maurice Blondel: una riflessione sulla natura del dolore

Una bellissima riflessione del filosofo Maurice Blondel
sulla natura della sofferenza umana:
 
 
“[…] La misura del cuore dell’uomo si ha dal modo in cui egli accetta la sofferenza. La sofferenza è, infatti, in lui l’impronta di un altro diverso da lui. […] La sofferenza è sempre diversa da quella che ci aspettavamo, ed al suo attacco, anche colui che l’affronta, che la desidera e la ama, non può nel medesimo tempo trattenersi dall’odiarla. Essa uccide in noi qualche cosa per sostituirla con un’altra che non ci appartiene. Ecco il motivo per cui essa ci svela lo scandalo della nostra libertà e della nostra ragione: noi non siamo ciò che vogliamo essere. Per volere tutto ciò che siamo, tutto ciò che dobbiamo essere, bisogna che comprendiamo, che ne accettiamo la lezione e il servizio.
La sofferenza, dunque, agisce in noi come una semente: con essa, qualche cosa entra in noi, senza di noi, malgrado noi; accettiamola, dunque, addirittura prima di sapere che cosa in effetti essa sia. Il seminatore getta il suo grano più prezioso, lo nasconde con la terra, lo dissemina al punto da sembrare che non ne rimanga nulla.
Ma è proprio perché la semente viene sparsa, che attecchisce e non è più possibile toglierla via; essa marcisce per divenire feconda. Il dolore è simile a questa decomposizione, necessaria alla nascita di un’opera più completa. Colui che non ha sofferto per una cosa. né la conosce né la ama. Anche se questo insegnamento può essere riassunto in un’unica parola, richiede tuttavia del coraggio per essere capito. Il senso del dolore consiste nel rivelarci quanto sfugge alla conoscenza ed alla volontà egoista, nell’indicarci la via dell’amore effettivo, distaccandoci da noi stessi per darci agli altri.
Il dolore, infatti, non opera in noi il suo benefico effetto senza il nostro concorso attivo: è una prova in quanto costringe le segrete inclinazioni della volontà a rendersi manifeste.
[…] Ma la sofferenza non è soltanto una prova; essa è anche una testimonianza d’amore ed un rinnovamento della vita interiore, come un bagno che ringiovanisce per l’azione […]”
(Maurice Blondel, L’azione)
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Tel. 3405892741

 

Il dubbio come avversario della fede

 

Avendo Gesù nel cuore e nella mente – ognuno secondo il dono attuale dello Spirito – si ha sempre una luce interiore, anche nella tenebra più oscura, che evita la caduta nel burrone e permette sempre il transito impervio, anche quando le difficoltà oggettive paiono sfavorevoli ad un buon esito della traversata. Se Pietro si fosse fidato sino in fondo di Gesù, nel proprio cuore, non avrebbe avuto la percezione di affondare nelle acque, camminando su di esse. Ma dubitò in maniera previa, tanto riguardo alla vera identità di Gesù, quanto alla propria possibilità di camminare davvero sulle acque, come Gesù gli aveva concesso di fare, e quel dubbio ha generato l’esito che conosciamo.
Il dubbio è nemico della fede, è un’insinuazione che in maniera sottile ed arguta l’Avversario infonde nella nostra coscienza. Per superarla non si deve lavorare di intelletto, ma piuttosto di preghiera, poiché quanto più si ragiona su un malevolo insegnamento, tanto più ci si immerge in esso e se ne diviene schiavi. La preghiera invece spezza alla radice ogni dubbio, poiché è lo Spirito stesso che prega in noi e per noi.
Amen
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino

 

San Bonaventura e l’importanza della preghiera

San Bonaventura e l’importanza della preghiera – (dal suo “Itinerario”) – Testi disponibili alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam:

Beato l’uomo che si appoggia su di te! Egli prepara le sue ascensioni, nella valle di lacrime, nel luogo in cui giace (Sal. 83, 6-7).
La beatitudine non è altro che il godimento del sommo bene; il sommo bene è sopra di noi; perciò nessuno può conseguire la beatitudine se non sale al di sopra di se stesso, non col corpo ma col cuore.
Non possiamo però elevarci al di sopra di noi stessi, senza una forza superiore che ci innalzi. Infatti per quanti gradini interiori si progettino non si riesce a nulla, se non vi si accompagna l’aiuto divino. Ora l’aiuto di Dio è concesso a coloro che lo chiedono con cuore umile e devoto: questo è appunto sospirarlo in questa valle di lacrime, cioè con la fervida preghiera.
La preghiera è madre e origine di ogni elevazione spirituale. Perciò Dionigi nel suo libro Sulla mistica Teologia, intendendo avviarci agli alti gradi della contemplazione, vi premette la preghiera.
Preghiamo perciò il Signore nostro Gesù Cristo dicendo: Signore, guidami sulla tua via e io entrerò nella tua verità; si rallegri il mio cuore nel temere il tuo nome (Sal. 85, 11) […]”

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

La differenza fra pazienza e ostinazione – l’acuto pensiero di Sant’Agostino

La differenza fra pazienza e ostinazione – l’acuto pensiero di Sant’Agostino

Geniale ed ispirato Agostino, maestro di tante generazioni cristiane, quando parla di una pericolosa vicinanza – in certi casi – fra la virtù ed il vizio, con il rischio che la prima si dissolva nel secondo ed atterrisca la persona. Il santo fa degli esempi concreti, non dice soltanto parole. E così fa l’esempio della pazienza – che viene dalla virtù – e dell’ostinazione, che invece deriva dal vizio. Mentre la pazienza significa sopportare la fatica ed il male per la giustizia, l’ostinazione (che solo apparentemente assomiglia alla pazienza) in realtà è il sopportare un male a motivo di un altro male al quale si tende, il proprio orgoglio personale, la propria superbia, per cui “nemmeno la paura del male distoglie dal male”.
La profondità di Agostino è tutta da riscoprire in questo tempo di predicazioni poco chiare, confuse e talvolta ingenue.
Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero 3 – Torino
Tel. 3405892741

 

“Fa’ così se vuoi sottrarti a questa sofferenza” – Sant’Agostino sui peccati commessi per un dolore interiore

Dal sito augustinus.it

Cos’è infatti la nostra carne corruttibile 3? cos’è se non vermi e putredine 4? Ma qualunque sia la condizione in cui si trova, cosa sarebbe se non fosse vero quel che abbiamo cantato, e cioè: A Dio sarà sottomessa la mia anima poiché da lui [proviene] la mia pazienza 5? In realtà la fortezza con cui i martiri hanno potuto sopportare per la fede tante pene si chiama pazienza. Son due infatti le forze che attraggono o spingono gli uomini a peccare: il piacere e il dolore. Il piacere attira, il dolore spinge. Contro il piacere occorre avere la temperanza, contro i dolori la pazienza. In realtà son questi i modi con cui all’anima umana si propone il peccato: a volte le si dice: ” Fa’ così e ne avrai questo “; altre volte invece: ” Fa’ così se vuoi sottrarti a questa sofferenza “. Alla base del piacere c’è una promessa, alla radice del dolore una minaccia, e gli uomini peccano o per conseguire un piacere o per schivare un dolore. Contro queste due cose, la promessa che lusinga e la minaccia che incute timore, Dio si è degnato anche lui di farci delle promesse e di incuterci timore: ci ha promesso il Regno dei cieli e ci incute timore con le pene dell’inferno. Potrà esser dolce il piacere, ma Dio è più dolce; potrà essere acuto il dolore che ti affligge nel tempo, ma più terribile è il fuoco eterno. E Colui che devi amare invece degli amori del mondo, o meglio invece di ogni amore immondo, è alla tua portata; è dinanzi a te Colui che devi temere per non lasciarti intimorire dal mondo” […] (S. Agostino, Discorso 283)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741

 

Sul valore simbolico del vino di Cana – I. de la Potterie –

 

Secondo la maggior parte degli esegeti, il significato della pericope di Cana è incontestabilmente che essa ci presenta la rivelazione della missione messianica di Gesù. Preceduto e introdotto da Giovanni Battista (venuto “perché egli fosse manifestato a Israele”, 1,31), poi dalla testimonianza dei suoi discepoli (“Abbiamo trovato il Messia”, 1,41-45), Gesù si manifesta infine per la prima volta a Cana di Galilea come il Messia di Israele. Diversi elementi del testo suggeriscono, d’altra parte, che si tratta qui di un momento importante nella storia della salvezza: “La mia ora” (v. 4), “Adesso” (v. 8), “fino ad ora” (v. 10), e due volte “il vino buono” (v. 10). Tutto indica che ci troviamo qui al punto di passaggio dall’antica alla nuova economia della salvezza, dall’Antico al Nuovo Testamento (“fino ad ora”, economia della salvezza, dall’Antico al Nuovo Testamento (“fino ad ora”, “adesso”). Così si trova pienamente confermato ciò che abbiamo già detto precedentemente a proposito del significato della parola “inizio”. Qui, in effetti, nell’ottica di Giovanni,  comincia l’economia cristiana della salvezza. 

“Fino ad ora” (v. 10) il buon vino non è stato dato. “Adesso” si può attingerlo. Il tempo messianico è giunto: “La mia ora non è già venuta?”, domanda Gesù, e “cominciò a Cana di Galilea a compiere i segni. Egli manifestò la sua gloria”. Tutto è orientato nella stessa direzione: Gesù si manifestò come il Messia di Israele “e i suoi discepoli credettero in lui”. 

Cana significa fondamentalmente l’inizio della manifestazione messianica di Gesù. Ma sotto quale forma? Il messianismo comporta infatti diversi aspetti. La concentrazione cristologica del racconto e l’insistenza nella pericope sulla parola “vino” (essa torna cinque volte) ci impegnano a esaminare più da vicino la relazione intrinseca tra la missione di Gesù e il tema del vino.

È grande merito di A. Serra, l’aver esaminato molto minuziosamente questo simbolismo. A seconda dei contesti, il vino alle volte è un simbolo dei beni messianici della fine dei tempi, a volte un simbolo della manifestazione messianica stessa.

Già nella Scrittura la promessa del vino è spesso l’annuncio e il simbolo dei beni della Nuova Alleanza. Questo simbolismo si presenta frequentemente in un contesto escatologico: il vino è uno degli elementi più importanti del banchetto messianico.

I principali testi profetici si trovano in Amos, Gioele e Isaia (Am 9,13-14; Gl 2,24; 4,18; Is 25,6). Nel Cantico dei Cantici si parla spesso del vino per celebrare l’unione tra lo sposio e la sposa (Ct 1,2.4; 4,10; 5,1; 7,3.9; 8,2); e nel Vangelo di Matteo, Gesù parla esplicitamente del vino della Nuova Alleanza: “Non si mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti gli otri scoppiano, il vino si versa e gli otri sono perduti. Ma si mette il vino nuovo in otri nuovi, e il tutto si conserva” (9,17).

Già nella letteratura sapienziale dell’Antico Testamento si può notare una relazione tra il vino e la sapienza. La sapienza ha organizzato un banchetto e invita la gente a venire a bere il vino che ha versato (Pr 9,2.5; Sir 24,17-31). Nei Targum e negli scritti rabbinici, “il vino è uno dei simboli preferiti per indicare la Torah”.

Se applichiamo questa simbologia sapienziale e messianica al “vino buono” dato da Gesù a Cana, diventa chiaro che questo vino è il simbolo della rivelazione escatologica che Gesù viene a portare. Il “vino buono” è il vino messianico che egli ha conservato “fino da ora”, ma proviene dall’acqua delle giare che era destinata alla “purificazione” dei giudei. Queste giare erano dunque riempite dell’acqua della Legge di Mosè, esse rappresentano il legalismo giudaico. Gesù trasforma questa acqua nel vino della legge nuova, manifestando se stesso. La “purificazione cristiana non si farà più attraverso la legge, ma attraverso il Vangelo, attraverso la parola di Cristo (15,3), attraverso la sua verità (cfr. 8,32).

Ignace de la Potterie, Maria nel mistero dell’alleanza, tit. or.  “Het Mariamysterie in het Nieuwe Testament (1985), tr. it. di F. Tosolini, Marietti, Genova 1988, pp. 210-212.

 

“L’adozione a figli”: osservazioni da uno studio di Romano Penna –

Veronese. Christ and centurion - Other & People Background Wallpapers on  Desktop Nexus (Image 2157711)

“L’adozione a figli”: osservazioni da uno studio di Romano Penna –
Nel versetto 6 del quarto capitolo della lettera ai Galati, l’Apostolo usa l’espressione greca “hyiothesía”, comunemente tradotta con “adozione a figli”. Questo termine è assolutamente raro nel Nuovo Testamento e compare unicamente negli lettere di Paolo, in tutto 5 volte (Rm 8,15.23; 9,4; Gal 4,5; Ef 1,5). Come osserva l’esegeta Romano Penna, ciò che con questo termine Paolo intende è una filiazione non naturale, ma adottiva (spettando quella “naturale” unicamente a Cristo): questa espressione “mette in rilievo l’assoluta gratuità dell’atto divino, che non si fonda su alcun diritto umano, e in più comporta il carattere indiretto della figliolanza conseguita” (R. Penna, Essere cristiani secondo Paolo, Marietti, Casale Monferrato 1979, p. 49).
Il termine greco è un termine composto da due termini: da una parte il sostantivo “hyiós” (cioè “figlio”), dall’altra il verbo “tithémi”, che significa “collocare, porre, stabilire, fissare, ecc.”
Nella sua composizione, il termine dà appunto il senso di una “filiazione adottiva”, sistemata, acquisita o, come dice appunto R. Penna, “assunta”.
In tal senso il nostro essere “figli di Dio” non può mai letterariamente, né teologicamente, essere inteso in maniera identica a quella con la quale si parla della filiazione di Gesù. Essa è infatti una filiazione propria, “naturale”, mentre la nostra dipende da questa in riferimento al suo essere appunto “adottiva”.
In un’altra lettera – la lettera ai Romani – lo stesso Paolo sottolinea come sia per mezzo dello Spirito Santo ad attestare in noi questa filiazione (Rm 8,16), la quale tuttavia ha un disegno nei nostri riguardi di “predestinazione”, come afferma invece nella lettera agli Efesini: “Predestinandoci (il Padre) ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,5)
Il versetto della lettera di Galati di 4,5 diviene allora assolutamente significativo, nella sua semantica, attraverso l’uso di questo termine, “adozione” (“hyiothesía”) riferito alla nostra filiazione: “Per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli”.
Inserita in questo contesto letterario, infatti, l’adozione di cui Paolo sta parlano è indissolubilmente connessa alla venuta nel mondo del Figlio di Dio, “nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge” (Gal 4,4-5). Al di fuori del concetto di incarnazione del Figlio, infatti, l’adozione a figli non riceve alcuna sostanza verbale, cioè non ha alcun senso teologico.
Amen
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino

Sacra Scrittura e verità – Da una conferenza di I. de la Potterie sulla costituzione conciliare “Dei Verbum”

L'immagine può contenere: 6 persone, persone sedute e spazio al chiuso
Sacra Scrittura e verità – Da una conferenza di I. de la Potterie sulla costituzione conciliare “Dei Verbum”
 
“Un uso puramente scientifico della Sacra Scrittura creava problemi teologici. Il Concilio ha rimediato a questa lacuna. La novità della “Dei Verbum” sta in questo: “Dei Verbum” indica “La divina rivelazione”, non la Bibbia: la parola di Dio è più ampia della Sacra Scrittura. Il compito della costituzione era di integrare meglio la Bibbia in quel contesto molto più ampio della divina rivelazione. Si parla della Bibbia solo dal capitolo 3; ma il primo capitolo espone cos’è “la divina rivelazione”: Dio ha parlato al suo popolo, ed ha il suo centro in Gesù, in lui si concentra tutta la storia sacra. La parola di Dio incarnata in un luogo che si chiama Gesù. Altro che fare solo un lavoro storico-critico sul testo: bisogna situare la Scrittura in un contesto molto più ampio, che è la storia della salvezza.
La novità della “Dei Verbum” è proprio inserire la Bibbia in questo contesto più ampio: primo capitolo, la rivelazione in se stessa, secondo: la trasmissione della rivelazione; terzo: l’interpretazione della divina rivelazione.
Tre aspetti principali della Dei Verbum. Il primo aspetto è al capitolo sei: La Bibbia non è solo parola umana, ma la parola di Dio che deve diventare quasi l’anima della teologia. Viene evidenziata la centralità della Parola di Dio, non più della Bibbia come libro. Questo è nuovo […]
La parola di Dio deve diventare centrale. Questo deriva dal Vaticano II. Ma cosa vuol dire? Qual è il modo di leggere la Scrittura? Si dice spesso che i biblisti mettono in crisi la fede dei credenti, perché fanno della lettura della Bibbia quella di un libro qualsiasi.
C’è un principio divino nel testo biblico. Inoltre, il rischio è anche quello di non leggere la Bibbia a livello teologico oltre che filologico. Un articolo del ‘68 di Maritain rivendica: “Lo statuto epistemologico dell’esegesi”. Cioè, che cosa significhi interpretare un testo che si dice “parola di Dio”. Uno deve alzarsi a livello della teologia, deve diventare una sapienza, non soltanto un sapere; l’interpretazione deve essere nutrita dalla fede (fides quarens intellectum). Deve cioè sussistere una dimensione teologica dell’esegesi.
La Sacra Scrittura va letta in maniera teologica all’interno della fede.
Secondo punto del Concilio è ciò che era prima il problema dell’inerranza: si diceva “la Bibbia contiene la verità, non c’è errore”. Non significa che ogni frase è esatta. Pensiamo al problema di Galileo. Il testo preconciliare (la “Divino afflante Spiritu”) diceva l’ignoranza assoluta della S. Scrittura in qualsiasi materia religiosa o profana. Ma se questo fosse vero, si ricomincia il processo a Galileo, avremmo una geografia rivelata, una scienza rivelata, una storia rivelata. La rivelazione non consiste a rivelarci le scienze umane. Dopo le varie rielaborazioni, con “l’ispirazione Dio ha rivelato la verità salvifica. La verità della Bibbia significa la rivelazione della salvezza”. Ciò non riguarda la verità delle singole frasi, ma il mistero salvifico di Dio attraverso la storia umana.
Due esempi nell’Antico Testamento: il profeta Daniele che ha le visioni celesti vede un libro chiuso e domanda all’angelo cos’è quel libro chiuso: questo è il libro della verità. Però il libro è chiuso. Il libro in cui Dio ha scritto tutto ciò che Dio vuole per gli uomini. Chi ha il permesso di aprire questo libro? Risponde l’Apocalisse: un libro chiuso con sette sigilli: chi può aprirlo? L’agnello sgozzato. Rivelare agli uomini quale è il progetto salvifico su di noi. Il nostro progetto lo troviamo in Cristo. Il mistero di Cristo apre per noi il senso ultimo della nostra vita. La verità vuol dire che tutti i libri della Bibbia ci rivelano il progetto di Dio.
Secondo esempio. Nel libro della Sapienza si legge: Al giudizio finale ci saranno i buoni e i cattivi, i giusti e i peccatori e quanti hanno posto in vita tutta la loro fede in Dio comprenderanno il mistero della fede. Nel Nuovo Testamento si dice che la Verità è Gesù Cristo. Gesù non è soltanto un uomo qualsiasi che si rivela a noi come unigenito del Padre. La legge è stata data per mezzo di Mosè, ma dopo Mosè alla pienezza dei tempi è venuto Gesù Cristo (la grazia della verità). Dunque per Giovanni Gesù Cristo è l’uomo della storia nel quale si rivela verticalmente la rivelazione che viene da Dio, ma anche la speranza messianica come avvenimento.
La verità nella Bibbia: l’evento storico del trascendente in eventi umani. Non possiamo eliminare il fatto della verità della Scrittura, dove Dio ci parla nella storia sacra e tutto è orientato alla conoscenza della salvezza. Leggere la Bibbia nello Spirito, secondo l’ispirazione biblica è la grande novità del Concilio: “Leggere nello stesso spirito nel quale è stata scritta”; da lì seguono tre cose: tener conto del contenuto dell’unità di tutta la Scrittura, perché c’è uno Spirito che unisce tutto. Secondo, dobbiamo leggere la Bibbia nella viva tradizione della Chiesa, che deriva dallo Spirito di Dio; tener conto dell’analogia della fede (un quadro unico del messaggio di Dio per noi).
Balthasar ha scritto “L’aspetto sinfonico della verità”, un grande concerto, l’armonia della fede. Tutto ciò che dice la Bibbia deve concorrere all’unità della fede cristiana […]”
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org
 

 

Sul dono delle lacrime – di Evagrio Pontico

L'immagine può contenere: 1 persona, primo piano
“Sul dono delle lacrime” – da un testo di Evagrio Pontico, “La preghiera” – Disponibile alla Libreria Cattolica La Casa di Miriam:
 
nn. 5-8. “Innanzi tutto prega per ottenere il dono delle lacrime, perché tu possa, mediante la compunzione, ammorbidire la durezza che c’è nella tua anima e, confessando contro te stesso la tua iniquità al Signore, ricevere da Lui il perdono. 6. Ricorri alle lacrime per la perfetta riuscita di tutto ciò che domandi, poiché il tuo Signore molto si compiace di accogliere una preghiera fra le lacrime. 7. Quand’anche tu versassi fontane di lacrime durante la tua preghiera, non esaltarti affatto interiormente, quasi fossi superiore agli altri: la tua preghiera ha, infatti, ottenuto soccorso perché tu possa di buon animo confessare i tuoi peccati e con le lacrime
placare il Signore. Fa’ dunque che non si muti in passione
l’antidoto delle passioni, perché tu non abbia ad irritare di più Colui che ti ha concesso la grazia: molti che piangevano sui loro peccati, per aver dimenticato lo scopo delle lacrime, dissennati, tralignarono. Resisti tenacemente e prega vigorosamente; tieni lontane le occasioni di preoccupazioni e pensieri, poiché
ti turbano e ti sconvolgono per fiaccare il tuo vigore […]”
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
Tel. 3405892741

 

Sulla concezione verginale di Gesù

Un commento del grande esegeta R. Brown sul concepimento verginale di Gesù:
 
 
“Mi pare di poter affermare che per circa 1600 anni di cristianesimo (dal 200 al 1800) la concezione verginale di Gesù, intesa in senso biologico, fu universalmente creduta dai cristiani. E, anche se io gradirei che vi fosse apportata una modifica dal p. di vista teologico, credo tuttavia che, secondo i normali criteri applicati nella teologica cattolica, la concezione verginale dovrebbe essere classificata tra le dottrine infallibilmente insegnate dal magistero ordinario […]”
(R. Brown, La concezione verginale e la risurrezione corporea di Gesù, – Giornale di Teologia, 1977)
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Sul perché dell’incarnazione di Cristo nel grembo di una donna – di C. Feckes

Sul perché dell’incarnazione di Cristo nel grembo di una donna –
di C. Feckes, “La divina maternità”:
 
“[…] Potrebbe meravigliarci il fatto che il Figlio di Dio non abbia avuto direttamente da Dio, come accadde per Adamo, la natura umana, vale a dire mediante uno speciale atto costitutivo. E perché non ha assunto da sé, come avrebbe ovviamente potuto, nella sua eccelsa sovranità, tale umana natura? Perché ritenne necessario di ricorrere ad una donna per nascere? A che fine l’inserimento di una maternità umana?
Ai Padri fu relativamente facile trovare una risposta a queste domande, avendo essi dovuto lottare contro le tendenze docetistiche di una umanità solo apparente. “Se l’onnipotente Iddio avesse tratto un corpo umano da una qualsiasi altra fonte che non fosse stata il grembo di una madre, e lo avesse improvvisamente mostrato ai nostri occhi, non avrebbe Egli rafforzato l’errore? Si sarebbe potuto mai credere che Egli avesse assunto una vera essenza umana?” (S. Agostino, Epistola 137,3,9 – P.L. 33,519)
I Padri ritenevano così evidente e salda la verità dell’intimo collegamento fra la nostra Redenzione e la realtà dell’umanità di Cristo, da formulare il seguente assioma: Ciò che non è assunto da Cristo, non è redento. Ora nulla garantisce meglio la genuina e piena natura umana di Cristo che una genuina e veramente umana maternità di Maria. Chi lotta per questo difende, di conseguenza, la massima speranza dell’umanità: la sua reale Redenzione. Secondo la fede della nostra Chiesa, alla vera maternità di Maria è strettamente legata la nostra Redenzione […]”
(C. Feckes)
 
AMPIA OFFERTA DI LIBRI TEOLOGICI ALLA NUOVA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741 – www.lacasadimiriam.altervista.org

Un brano di san Gregorio di Nissa

Un brano di san Gregorio di Nissa

(Testi disponibili alla nuova Libreria Cattolica La Casa di Miriam)Nessuna descrizione della foto disponibile.

“La partecipazione al bene divino è tale, da rendere più grande e più capace colui nel quale è presente: esso apporta in chi lo riceve un aumento in potenza e in grandezza, e chi se ne nutre continua a crescere e non si ferma mai in questo processo di crescita. Poiché la fonte dei beni non cessa mai di sgorgare, la natura di colui che ne è partecipe, per il fatto che nulla di ciò che essa riceve è superfluo o inutile, trasforma tutto ciò che si riversa in essa in un accrescimento della propria grandezza; in tal modo, essa diventa sempre più avita di ciò che è meglio e sempre più spaziosa” (S. Gregorio di Nissa, De anima et resurrectione)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

Con Cenacolo 24h

Piazza del Monastero, 3 – Torino

www.lacasadimiriam.altervista.org

 

Le apparizioni di La Salette – evento e messaggio, mariofania e segreto

19 settembre – Anniversario dell’apparizione di La Salette (19 settembe 1846)

OUR LADY OF LA SALETTE | Blessed mother, Blessed virgin mary, Blessed  mother mary

Dodici anni prima delle apparizioni di Lourdes, la Francia conobbe un grande evento mariofanico, occorso in un contesto ambientale ed in una forma fenomenologica del tutto singolari. Due giovanissimi pastorelli, Mélanie e Maximin, entrambi nativi di Corps, lei quindicenne, carattere schivo e introverso, lui appena undicenne, dallo spirito vivace e gioioso, si ritrovarono insieme, incaricati di condurre al pascolo, sul monte Planeau, proprio sopra La Salette, quattro mucche per uno. Era un giorno di Sabato, il 19 settembre del 1846. Dopo un fugace pasto attorno all’ora di mezzogiorno – avvisati a riguardo dalla campana del paese che si udiva fin lassù – stranamente i due giovani si assopirono, distraendosi così dalla sorveglianza del bestiame. Rinvenuti dal sonno ritrovarono poi le loro mucche un po’ più su, nella parte in alto rispetto al punto in cui si erano fermati. Venuta quindi l’ora di prendere la discesa, Mélanie per prima vide, attorno ad un gruppo di sassi, una luce come infuocata, che indicò anche al compagno Maximin. Subito dopo, in quello stesso punto, videro entrambi una Signora, seduta, con i gomiti sulle ginocchia e le mani sul viso. Il suo aspetto era malinconico ed avvilito. L’abbigliamento di quella Signora la rendeva in tutto simile alle contadine del luogo: un ampio scialle ne copriva il collo e le spalle, una lunga tunica nascondeva il corpo e una cuffia in testa teneva chiusi i capelli. La Signora, vedendo i ragazzi, li invitò ad avvicinarsi a lei. In nessun modo i due giovani pensarono ad una apparizione della Madonna. Ora, questa Signora parlò loro a lungo, piangendo praticamente per l’intera durata della conversazione, che avvenne in parte in lingua francese, in parte nel dialetto di Corps. Terminata la conversazione, la Signora prese la via della salita e, raggiunta la sommità, si staccò da terra e sparì. Questo avvenimento inevitabilmente produsse un considerevole ritardo nel ritorno a casa dei due giovani. La Signora aveva detto loro di raccontare a tutti ciò che ella aveva rivelato, e così i due giovani fecero immediatamente. Le reazioni furono tuttavia distinte. Il parroco locale, don Jacques, credette subito ad una natura soprannaturale dell’evento, tanto che ne parlò già l’indomani nella predica domenicale; non così il sindaco, che invece cercò di ottenere la ritrattazione dei due pastorelli. Inevitabilmente venne interpellato anche il vescovo di Grenoble, monsignor Bruillard, il quale sin da principio, in cuor proprio, credeva alla sincerità dei pastorelli. Egli dovette tuttavia istituire una commissione d’inchiesta che, cinque anni dopo, il 19 settembre del 1851, dichiarò come “certa e indubitabile” l’apparizione della Madonna ai due pastorelli. Un anno più tardi, nel 1852, venne ordinata l’istituzione di un Santuario e fu istituito anche un corpo di missionari, incaricato nello specifico della cura delle anime dei pellegrini a La Salette.

Cosa rivelò, tuttavia, la Vergine Maria ai due pastorelli? Una circostanza fortunosa volle che, uno dei poprietari del bestiame, il giorno dopo la “presunta” apparizione, volle che fosse messo per iscritto, sotto dettatura di Mélanie, il racconto dell’apparizione. Si ebbe così da subito un documento scritto che fugasse ogni contraddizione. Peraltro la versione dei fatti pervenuta dal racconto di Mélanie combaciava con quella di Maximin, senza sospettose divergenze. Il testo del messaggio di La Salette fu fatto pervenire anche al Papa Pio IX. Ora, in quel messaggio si scopre come la Madonna abbia parlato non solo di argomentazioni “locali”, cioè di esortazioni morali relative al popolo di La Salette e in generale al popolo francese, ma abbia esteso la propria rivelazione a vere ed importanti profezie universali, le quali sono state rivelate in maniera distinta a Mélanie e a Maximin, in parte in lingua francese, in parte nel dialetto di Corps.

Si deve in tal senso discernere il messaggio della Madonna secondo due latitudini di senso. L’una attinente alla realtà temporalmente e ambientalmente connessa con il territorio francese; l’altra, in senso profetico, attinente l’umanità intera, secondo dei toni e degli accenti di ordine profondamente parenetico per il futuro. Leggiamo allora il messaggio dato dalla Madonna tenendo presente questo discernimento appena indicato:

“Se il mio popolo non vuole sottomettersi, sono costretta a lasciar libero il braccio di mio Figlio. Esso è così forte e così pesante, che non posso più sostenerlo […] Da quanto tempo soffro per voi! Poiché ho ricevuto la missione di pregare continuamente mio Figlio, voglio che non vi abbandoni, ma voi non ci fate caso. Per quanto pregherete e farete, mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi. […] “Vi ho dato sei giorni per lavorare, mi sono riservato il settimo e non me lo volete concedere”: è questo che appesantisce tanto il braccio di mio Figlio! […] Anche i carrettieri non sanno che bestemmiare il nome di mio Figlio […] Queste sono le due cose che appesantiscono tanto il braccio di mio Figlio […] Se il raccolto si guasta, la colpa è vostra. Ve l’ho fatto vedere l’anno passato con le patate: voi non ci avete fatto caso. Anzi, quando ne trovavate di guaste, bestemmiavate il nome di mio Figlio. Esse continueranno a marcire e quest’anno, a Natale, non ve ne saranno più. Voi non capite, figli miei? Ve lo dirò diversamente. […] Se avete del grano, non seminatelo. Quello seminato sarà mangiato dagli insetti e quello che maturerà cadrà in polvere al momento della battitura. Sopraggiungerà una grande carestia. Prima di essa, i bambini al di sotto dei sette anni saranno colpiti da convulsioni e moriranno tra le braccia di coloro che li terranno. Gli altri faranno penitenza con la carestia. Le noci si guasteranno e l’uva marcirà”

(Qui la Vergine comunica un segreto). Poi ancora:

“Se si convertono, le pietre e le rocce si muteranno in mucchi di grano e le patate nasceranno da sole nei campi. […] Voi dite la vostra preghiera, figli miei? (I pastorelli ammettono di pregare poco, ndr.) “Ah, figli miei! Bisogna dirla bene, sera e mattina. Quando non avete tempo, dite almeno un “Padre nostro” o un’Ave. Quando potrete far meglio, ditene di più […] A Messa, d’estate, vanno solo alcune donne più anziane. Gli altri lavorano di domenica, tutta l’estate. D’inverno, quando non sanno che fare, vanno a Messa, ma per burlarsi della religione […] In Quaresima, vanno alla macelleria come cani. […] Avete mai visto del grano guasto, figli miei? (A Maximin dice:) “Tu, figlio mio, devi averlo visto una volta con tuo padre, nel campo del Coin. Il padrone del campo disse a tuo padre di andare a vedere il suo grano guasto. Vi andaste tutti e due, prendeste in mano due o tre spighe, le stropicciaste e tutto cadde in polvere. Al ritorno, quando eravate a mezz’ora da Corps,tuo padre ti diede un pezzo di pane dicendoti: Prendi, figlio mio, mangia ancora del pane quest’anno perché non so chi ne mangerà l’anno prossimo, se il grano continua in questo modo. […]” – Poi la Vergine chiede che questo messaggio sia comunicato a tutto il popolo.

E IL SEGRETO?

Questo segreto ebbe delle vicissitudini redazionali, risolte poi con la stesura definitiva, ad opera di Mélanie (dopo varie altre stesure provvisorie), nel 1879, con l’imprimatur dell’Arcivescovo Monsignor Zola (Lecce). Ecco quel testo:

“Melania, ciò che sto per dirti ora, non resterà sempre segreto; lo potrai pubblicare nel 1858. I sacerdoti, ministri di mio Figlio, i sacerdoti con la loro cattiva vita, con la loro irriverenza ed empietà nella celebrazione dei Santi Misteri, con l’amore per i soldi, con l’amore per l’onore ed i piaceri, i sacerdoti sono diventati delle cloache d’impurità. I sacerdoti domandano vendetta, e la vendetta è sospesa sulle loro teste. Guai ai preti e alle persone consacrate a Dio, che con la loro infedeltà e la loro cattiva vita, crocifiggono di nuovo mio Figlio! I peccati delle persone consacrate a Dio, gridano verso il cielo e richiedono vendetta, ed ecco che la vendetta è alla loro porta: non vi è infatti più alcuno che implori misericordia e perdono per il popolo; non vi sono più anime generose, non vi è più nessuno degno di offrire la Vittima senza macchia all’Eterno in favore del mondo. Dio colpirà in modo senza pari. Guai agli abitanti della terra! Dio darà fondo alla sua collera e nessuno potrà sottrarsi a tanti mali messi insieme.

I capi e i conduttori del popolo di Dio hanno trascurato la preghiera e la penitenza e il demonio ha ottenebrato la loro intelligenza, essi sono diventati delle stelle erranti che il vecchio diavolo trascinerà con la sua coda per farli perire. Dio permetterà al vecchio serpente di mettere divisioni tra i regnanti, in ogni società ed in ogni famiglia. Si soffriranno pene fisiche e morali; Dio abbandonerà gli uomini a se stessi, e manderà dei castighi che si succederanno per oltre trentacinque anni. La Società è alla vigilia dei flagelli più terribili e dei più grandi avvenimenti; ci si deve aspettare di essere governati con una verga di ferro ed a bere il calice della collera di Dio.

Che il Vicario di mio Figlio, il Sommo Pontefice Pio IX, non esca da Roma dopo il 1859; ma che sia fermo e generoso e combatta con le armi della fede e dell’amore; io sarò con lui. Che non si fidi di Napoleone; il suo cuore è doppio, e allorché vorrà essere simultaneamente Papa ed Imperatore, presto Dio l’abbandonerà; lui è quell’aquila che volendo sempre più innalzarsi, cadrà sulla spada di cui voleva servirsi per costringere i popoli ad innalzarlo. L’Italia sarà punita per l’ambizione di voler scuotere il giogo del Signore dei Signori; per cui sarà abbandonata alla guerra; il sangue scorrerà per ogni dove; le chiese saranno chiuse o profanate; i preti e i religiosi saranno scacciati, saranno fatti morire e morire di una morte crudele. Diversi abbandoneranno la fede, ed il numero dei preti e dei religiosi che si separeranno dalla vera religione sarà grande; fra queste persone vi saranno anche dei vescovi. Che il Papa si tenga in guardia dai facitori di miracoli, è venuto infatti il tempo in cui sia in aria che sulla terra vi saranno i prodigi più sbalorditivi.

Nell’anno 1864, Lucifero con un gran numero di demoni saranno staccati dall’inferno; essi, piano piano, aboliranno la fede, anche nelle persone consacrate a Dio, li accecheranno in tal modo che, senza una speciale grazia, queste persone finiranno per prendere lo spirito di questi angeli perversi; diverse case religiose perderanno completamente la fede e perderanno molte anime.

I libri cattivi abbonderanno sulla terra, e gli spiriti delle tenebre spanderanno dappertutto un rilassamento universale per quel che concerne il servizio di Dio; essi avranno un grandissimo potere sulla natura: vi saranno delle chiese per servire questi spiriti. Delle persone saranno trasportate da un luogo all’altro da questi cattivi spiriti, ed anche dei preti, perché non seguiranno lo spirito del Vangelo che è spirito d’umiltà, di carità e di zelo per la gloria di Dio.

Si faranno risuscitare dei morti e dei giusti. (Cioè che questi morti assumeranno la fisionomia delle anime giuste che erano vissute sulla terra per meglio sedurre gli uomini; questi cosiddetti morti risuscitati, che poi non sono altro che il demonio in quelle sembianze, predicheranno un altro Vangelo contrario a quello del vero Gesù Cristo, negando l’esistenza del Cielo ed anche delle anime dei dannati. Tutte queste anime appariranno come unite al loro corpo). In ogni luogo vi saranno prodigi straordinari poiché, essendosi spenta la vera fede, la falsa luce rischiara il mondo.

Guai ai Principi della Chiesa che saranno intenti ad ammassare soltanto ricchezze su ricchezze, a salvare la propria autorità e a dominare con orgoglio! Il Vicario di mio Figlio dovrà soffrire molto, poiché per un certo tempo la Chiesa sarà data a grandi persecuzioni; e questo sarà il tempo delle tenebre; la Chiesa subirà una crisi spaventosa. Essendo dimenticata la santa fede in Dio, ogni individuo vorrà guidarsi da solo ed essere superiore ai suoi simili. Saranno aboliti i poteri civili ed ecclesiastici, ogni ordine ed ogni giustizia saranno calpestati; non si vedranno che omicidi, odio, gelosia, menzogna, discordia, senza amore per la patria né per la famiglia.

Il Santo Padre soffrirà molto, Io sarò con lui fino alla fine, per ricevere il suo sacrificio. I cattivi attenderanno diverse volte alla sua vita senza poter nuocere ai suoi giorni; ma né lui né il suo successore… vedranno il trionfo della Chiesa di Dio. I governanti avranno tutti un medesimo progetto, che sarà di abolire e fare scomparire tutti i princìpi religiosi per sostituirli con il materialismo, l’ateismo, lo spiritismo, e ogni sorta di vizi. Nell’anno 1865 si vedrà l’abominio nei luoghi santi; nei conventi i fiori della Chiesa saranno putrefatti e il demonio diventerà come il re dei cuori. Coloro che sono a capo delle comunità religiose si guardino dalle persone che esse devono ricevere, perché il demonio userà tutta la sua malizia per introdurre negli ordini religiosi delle persone dedite al peccato, perché i disordini e l’amore dei piaceri carnali saranno diffusi su tutta la terra.

La Francia, l’Italia, la Spagna e l’Inghilterra saranno in guerra: il sangue scorrerà per le strade; il francese combatterà contro il francese, l’italiano contro l’italiano, vi sarà poi una guerra generale che sarà spaventevole. Per qualche tempo Dio non si ricorderà più della Francia né dell’Italia, perché il Vangelo di Gesù Cristo non è più conosciuto. I malvagi useranno tutta la loro astuzia; ci si ucciderà, ci si massacrerà reciprocamente perfino nelle case. Al primo colpo della Sua spada fulminante le montagne e la natura tutta tremeranno di spavento perché i disordini e i crimini degli uomini trafiggono la volta celeste. Parigi sarà bruciata e Marsiglia inghiottita; molte grandi città saranno scosse e inghiottite da terremoti; si crederà che tutto è perduto; non si vedranno che omicidi; non si sentiranno che colpi d’arma e bestemmie.

I giusti soffriranno molto, le loro preghiere, la loro penitenza e le loro lacrime saliranno fino al Cielo e tutto il popolo di Dio chiederà perdono e misericordia e chiederà il Mio aiuto e la Mia intercessione. Allora Gesù Cristo con un atto della Sua misericordia grande per i giusti comanderà ai Suoi angeli che tutti i Suoi nemici siano messi a morte. Improvvisamente i persecutori della Chiesa di Gesù Cristo e tutti gli uomini dediti al peccato moriranno e la terra diventerà come un deserto. Allora si farà la pace, la riconciliazione di Dio con gli uomini; Gesù Cristo sarà servito, adorato e glorificato; dappertutto fiorirà la carità.

I nuovi re saranno il braccio destro della Santa Chiesa, che sarà forte, umile, pia, povera, zelante e imitatrice delle virtù di Gesù Cristo. Il Vangelo sarà predicato dappertutto e gli uomini faranno grandi progressi nella fede perché vi sarà unità tra gli operai di Gesù Cristo e perché gli uomini vivranno nel timore di Dio. Questa pace tra gli uomini non sarà lunga: venticinque anni di abbondanti raccolti faranno loro dimenticare che i peccati degli uomini sono causa di tutte le pene che arrivano sulla terra.

Un precursore dell’anticristo, con le sue truppe di parecchie nazioni, combatterà contro il vero Cristo, il solo Salvatore del mondo, egli spargerà molto sangue e vorrà annientare il culto di Dio per farsi guardare come un Dio. La terra sarà colpita da ogni sorta di piaghe (oltre la peste e la carestia che saranno dovunque), vi saranno delle guerre fino all’ultima guerra, che sarà allora fatta da dieci re dell’anticristo, i quali re avranno tutti lo stesso progetto e saranno i soli a governare il mondo. Prima che ciò succeda vi sarà una specie di falsa pace nel mondo; non si penserà che a divertirsi; i malvagi si abbandoneranno a ogni sorta di peccato; ma i figli della Santa Chiesa, i figli della fede, i miei veri imitatori crederanno nell’amore di Dio e nelle virtù che mi sono più care. Felici le anime umili guidate dallo Spirito Santo! Io combatterò con esse fino a che esse saranno nella pienezza dell’età.

La natura chiede vendetta per gli uomini ed essa freme di spavento nell’attesa di ciò che deve arrivare alla terra insudiciata dai crimini. Tremate terra e voi che fate professione di adorare Gesù Cristo e che dentro di voi adorate solo voi stessi; tremate perché Dio sta per consegnarvi al Suo nemico, perché i luoghi santi sono nella corruzione, molti conventi non sono più le case di Dio, ma i pascoli di Asmodeo e dei suoi. Sarà durante questo tempo che nascerà l’anticristo da una religiosa ebrea, da una falsa vergine che sarà in comunicazione con il vecchio serpente, il padrone dell’impurità; suo padre sarà Vescovo, nascendo vomiterà delle bestemmie, egli avrà dei denti, in una parola sarà il diavolo incarnato; egli lancerà delle grida spaventose, farà dei prodigi, non si nutrirà che di impurità. Egli avrà dei fratelli che, sebbene non siano dei demoni incarnati come lui, saranno dei figli del male; a dodici anni essi si faranno notare per le prodi vittorie che otterranno; presto essi saranno ognuno alla testa degli eserciti assistiti dalle legioni dell’inferno.

Le stagioni saranno cambiate, la terra non produrrà che frutti cattivi, gli astri perderanno i loro movimenti regolari, la luna non rifletterà che una debole luce rossastra; l’acqua e il fuoco daranno al globo terrestre dei movimenti convulsi e degli orribili terremoti che inghiottiranno delle montagne, delle città. Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’anticristo. I demoni dell’aria con l’anticristo faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell’aria e gli uomini si pervertiranno sempre più.

Dio avrà cura dei suoi fedeli servitori e degli uomini di buona volontà; il Vangelo sarà predicato dappertutto, tutti i popoli e tutte le nazioni conosceranno la verità. Io rivolgo un appello urgente alla terra; Io chiamo i veri imitatori di Cristo fatto uomo, il solo e vero Salvatore degli uomini; Io chiamo i miei figli, i miei veri devoti, quelli che si sono dati a Me perché io li conduca dal Mio divin Figlio, quelli che Io porto, per così dire, nelle mie braccia, quelli che sono vissuti del Mio Spirito; infine Io chiamo gli Apostoli degli ultimi tempi, i discepoli di Gesù Cristo che sono vissuti nel disprezzo del mondo e di loro stessi, nella povertà e nell’umiltà, nel disprezzo e nel silenzio, nella preghiera e nella mortificazione, nella castità e nell’unione con Dio, nella sofferenza e sconosciuti al mondo. È tempo che escano e vengano ad illuminare la terra. Andate e mostratevi come i miei cari figli; Io sono con voi e in voi purché la vostra fede sia la luce che vi illumina in questi giorni di disgrazia. Che il vostro zelo vi renda come gli affamati per la gloria e l’onore di Gesù Cristo.

Combattete, figli della luce, voi, piccolo numero che ci vedete, perché ecco il tempo dei tempi, la fine delle fini. La Chiesa sarà eclissata, il mondo sarà nella costernazione. Ma ecco Enoch ed Elia riempiti dello Spirito di Dio; essi predicheranno con la forza di Dio e gli uomini di buona volontà crederanno in Dio e molte anime saranno consolate; essi faranno grandi progressi per virtù dello Spirito Santo e condanneranno gli errori diabolici dell’anticristo. Sciagura agli abitanti della terra!

Vi saranno guerre spaventose e carestie; pesti e malattie contagiose; pioverà una grandine spaventosa di animali; tuoni che scuoteranno le città; terremoti che inghiottiranno paesi; si udiranno delle voci nell’aria; gli uomini batteranno la testa contro i muri, essi chiameranno la morte, da un’altra parte la morte li supplizierà; il sangue scorrerà da ogni parte. Chi potrà vivere se Dio non diminuirà il tempo della prova ? Dal sangue, dalle lacrime e dalle preghiere dei giusti Dio si lascerà placare; Enoch ed Elia saranno messi a morte; Roma pagana sparirà; il fuoco del cielo cadrà e distruggerà tre città; tutto l’universo sarà colpito dal terrore e molti si lasceranno sedurre perché essi non hanno adorato il vero Cristo vivente tra loro. È tempo, il sole si oscura; la fede sola vivrà.

Ecco il tempo, l’abisso si apre. Ecco il re delle tenebre. Ecco la bestia con i suoi sudditi, sedicente salvatore del mondo. Egli si alzerà con orgoglio nell’aria per andare fino al Cielo; egli sarà soffocato dal respiro di San Michele Arcangelo. Egli cadrà e la terra che da tre giorni sarà in continue evoluzioni, aprirà il suo seno pieno di fuoco; egli sarà sprofondato per sempre con tutti i suoi nei baratri eterni dell’inferno. Allora l’acqua e il fuoco purificheranno la terra e consumeranno tutte le opere dell’orgoglio degli uomini e tutto sarà rinnovato: Dio sarà servito e glorificato.

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – Tel. 3405892741

Utenti connessi

Dal “Breviloquio” – di S. Bonaventura

Saint Bonaventure, Bishop and Doctor - My Catholic Life!

L’universo è prodotto all’essere nel tempo; è prodotto ex nihilo da un principio solo e sommo, la potenza del quale, benché immensa, tutte le cose dispone con un certo peso, numero e misura. Questo vuolsi intendere universalmente rispetto alla produzione di tutte le cose. Per ciò che dicesi “nel tempo”, si esclude l’errore di chi pone il mondo essere eterno; per ciò che dicesi “dal nulla”, s’esclude l’errore di coloro che pongono l’eternità nella materia; per ciò che dicesi “da un solo principio”, si esclude l’errore dei Manichei, che ammettono pluralità di principi; per ciò che dicesi principio solo e sommo, s’esclude l’errore che Dio abbia prodotto le creature inferiori per il ministero delle intelligenze; per ciò che si aggiunge per un certo peso, numero e misura, si mostra che il mondo è un effetto della Triade creatrice sotto un trino genere di causalità: 1. Di causalità efficiente, da cui procede l’unità, il modo e la misura di ogni cosa creata; 2. Di causalità esemplare, da cui è nella creatura verità, bellezza e numero; 3. Di causalità finale, di cui è nella creatura bontà, ordine e peso” (Parte 2, cap. 1)

 

Sulla divina rivelazione – da una conferenza di I. de la Potterie

Sulla divina rivelazione – da una conferenza di I. de la Potterie:
 
“Con il Concilio c’è stata una svolta importante. Molti ancora oggi non sanno in cosa consista la novità della Dei Verbum (1965) rispetto a quell’enciclica (la “Divino afflante Spiritu, 1943). Ratzinger nel ’68 ha scritto un articolo in cui poneva la domanda: ‘Per quale motivo quando negli anni sessanta si preparava il Concilio hanno pensato una costituzione sulla rivelazione? Perché dopo vent’anni si cominciava a vedere nella Chiesa cattolica quali problemi creava il metodo storico critico nell’esegesi, non per condannarlo. Un uso puramente scientifico della Sacra Scrittura creava problemi teologici. Il Concilio ha rimediato a questa lacuna. La novità della Dei Verbum sta in questo: Dei Verbum indica “La divina rivelazione”, non la Bibbia: la parola di Dio è più ampia della Sacra Scrittura. Il compito della costituzione era di integrare meglio la Bibbia in quel contesto molto più ampio della divina rivelazione. Si parla della Bibbia solo dal capitolo 3; ma il primo capitolo espone cos’è la divina rivelazione: Dio ha parlato al suo popolo, ed ha il suo centro in Gesù, in lui si concentra tutta la storia sacra. La Parola di Dio incarnata in un luogo che si chiama Gesù. Altro che fare solo un lavoro critico-storico sul testo, bisogna situare la scrittura in un contesto molto più ampio che è la storia della salvezza […]”.
 
I TESTI DI IGNACE DE LA POTTERIE DISPONIBILI ALLA NUOVA LIBRERIA CATTOLICA LA CASA DI MIRIAM
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

Sulla felicità degli empi – Le parole del profeta Geremia e la risposta del Signore

Sulla felicità degli empi – Le parole del profeta Geremia e la risposta del Signore
 
My Reflections...: Reflection for July 17, Friday; Fifteenth Week in  Ordinary Time: Matthew 12:1-8
 
“Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te; ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia. Perché le cose degli empi prosperano? Perché tutti i traditori sono tranquilli? Tu li hai piantati ed essi hanno messo radici, crescono e producono frutto; tu sei vicino alla loro bocca, ma lontano dai loro cuori. Ma tu, Signore, mi conosci, mi vedi, tu provi che il mio cuore e con te. Strappali via come pecore da macello, riservali per il giorno dell’uccisione. Fino a quando sarà in lutto la terra e seccherà tutta l’erba dei campi? Per la malvagità dei suoi abitanti le fiere e gli uccelli periscono, poiché essi dicono: Dio non vede i nostri passi”.
<<Se correndo con i pedoni ti stanchi, come potrai gareggiare con i cavalli? Se non ti senti al sicuro in una regione pacifica, che farai nella boscaglia del Giordano? Perfino i tuoi fratelli e la casa di tuo padre, perfino loro sono sleali con te; anch’essi ti gridano dietro a piena voce. Non fidarti di loro quando ti dicono buone parole […] Molti pastori hanno devastato la mia vigna, hanno calpestato il mio campo. Hanno fatto del mio campo prediletto, un deserto desolato, lo hanno ridotto una landa deserta, in uno stato deplorevole; sta desolato dinanzi a me. Tutto il paese è devastato e nessuno se ne dà pensiero. Su tutte le alture del deserto giungono devastatori, poiché il Signore ha una spada che divora, da un estremo all’altro della terra; non c’è scampo per nessuno. Essi hanno seminato grano e mietuto spine, si sono stancati senza alcun vantaggio; restano confusi per il loro raccolto, a causa dell’ira ardente del Signore>> […]” (Ger 12,1-6.10-13)
 
Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

La causa efficiente del dolore di Maria

imagery

“La causa efficiente del dolore di Maria è una sola: noi, suoi figli. Non si può infatti attribuire questo dolore, in termini diretti, alla volontà di Dio, poiché parrebbe equivalere all’assegnazione del dolore come imposizione divina verso qualcuno, cosa inadeguata e contraddittoria. Né si può attribuire quel dolore “immediatamente” alla crocifissione di suo Figlio, poiché in quanto tale essa non avrebbe luogo né senso, se non, appunto, a motivo nostro. Siamo dunque fondamentalmente “noi”, tutti noi suoi figli, la ragione efficiente del dolore di Maria.
La crocifissione di Gesù deve intendersi allora non come causa efficiente, ma come causa “formale” del dolore di Maria, ossia come ciò che lo “forma” nel suo cuore materno, straziandolo.
La causa finale di questo suo dolore è invece ancora intimamente legata a noi, poiché corrisponde alla nostra salvezza, nella partecipazione materna al dolore del Figlio patito per noi […]”. Amen
(F.G. Silletta – “Corso di Mariologia dell’intuizione. Dal dogma all’esistenza” – Edizioni La Casa di Miriam – Nelle librerie cattoliche)

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam
Con Cenacolo 24h
Piazza del Monastero, 3 – Torino
www.lacasadimiriam.altervista.org

Esegesi e approccio critico alla Scrittura dagli anni ’70

Credere senza vedere: la pittura religiosa di Paolo Veronese | Amici dei  Musei di Verona

Esegesi e approccio critico alla Scrittura dagli anni ’70 (qui estratto dall’articolo di A. FANULI: “Due recenti ‘introduzioni’ critiche sulla composizione del Pentateuco. Un primo bilancio su un’ipotesi gloriosa”, in Rivista Biblica, Anno XLIX, n. 2., pp. 211-225)

“[…] Negli anni ’70 si vive di contestazione. Non deve far meraviglia se si contestano i “mostri” sacri degli studi biblici. È così che tesi come “il Dio dei Padri” (di A. Alt), quella della penetrazione progressiva di seminomadi in Canaan (sempre di Alt); la tesi dell’anfizionia delle dodici tribù che formeranno il popolo di Israele una volta in Canaan (M. Noth), quella del piccolo credo storico (di Von Rad) sono messe in crisi. L’attacco maggiore è riservato però all’ipotesi documentaria. L’Elohista, da sempre in pericolo, è ridotto a pochi frammenti dei quali è difficile stabilire l’inizio nell’attuale testo del Pentateuco. Lo Jahvista è quello che è preso più di mira in questi decenni: Rendtorff lo elimina del tutto, lo stesso vale per E. Blum, suo discepolo e successore ad Heidelberg: altri testi, che ancora potremmo chiamare “Jahvisti”, come per esempio Gen 1-11, sono considerati posteriori al Deuteronomista e da situare in epoca esilica o, forse meglio, post-esilica. Altri autori (ad es. P. Weimar, E. Zenger e J. Vermeylen) pensano ad uno Jahvista primitivo molto ridotto che verrebbe completato in varie epoche: non mancano infine i sostenitori dell’ipotesi documentaria classica. A questo punto, lo Ska si pone la domanda: “Che cosa rimane dello Jahvista?”. Certamente non è un documento unitario di epoca antica e che abbracci un racconto da Gen 2 e vada avanti fino a Nm 24. Si può ammettere l’esistenza di cicli narrativi riguardanti fatti o personaggi importanti ma indipendenti tra loro. Lo Jahvista potrebbe essere non più un autore, ma un’operazione redazionale. Di quale epoca: preesilica, esilica o post-esilica? È questa una questione che rimane ancora aperta […]”

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino www.lacasadimiriam.altervista.org

 

“Gesù fu condotto nel deserto ‘per essere tentato’ dal diavolo” (Mt 4,1): sul fine principale della permanenza di Gesù nel deserto

Innanzitutto un particolare, forse di poco valore teologico ma tuttavia interessante per la coincidenza (fortuita?): sia Matteo che Luca pongono questo racconto di Gesù nel deserto, “tentato dal diavolo”, ad inizio del rispettivo capitolo 4 del proprio Vangelo (cfr. Mt 4,1s e Lc 4,1s.) Tuttavia Matteo è diverso da Luca nell’evidenziare come Gesù andò nel deserto (spinto dallo Spirito Santo, “ὑπὸ τοῦ Πνεύματος”) proprio “per essere tentato dal diavolo”, come dice letteralmente nel testo greco: “πειρασθῆναι ὑπὸ τοῦ διαβόλου”. Il verbo “πειράζω”, che significa “tentare, mettere alla prova, ecc.”, è qui all’aoristo infinito passivo, ed esplicita perciò in Matteo come il fine del “viaggio/permanenza” di Gesù nel deserto, più ancora che quello di sottoporsi ad un protratto digiuno, sia stato proprio quello di essere tentato dal diavolo (sebbene poi lo stesso Matteo riduca a tre le tentazioni subite da Gesù, pur essendo state, esse, evidentemente molte di più). In Luca non è immediatamente rinvenibile lo stesso “fine” della permanenza di Gesù nel deserto, per quanto anch’egli citi l’esperienza della tentazione del demonio. Il digiuno di Gesù in Matteo sembra allora funzionale alla resistenza alla prova della tentazione nel deserto. Cosa che a nostra volta potremmo acquisire per la nostra esperienza personale. Allo stesso modo in cui, dunque, Gesù andò al Giordano “per farsi battezzare” dal Battista, così andò nel deserto primariamente “per essere tentato dal diavolo”, ossia per sottoporsi volontariamente ad una esperienza che l’umanità quotidianamente fa, l’interferenza diabolica nella propria quiete, al fine di superarla e di vincerla senza alcun compromesso. Amen

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam – Con Cenacolo 24h – Piazza del Monastero, 3 – Torino – www.lacasadimiriam.altervista.org

Page 2 of 7

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén