Anch’io e la casa di mio padre abbiamo peccato” – L’approccio penitenziale di Neemia alla fede nel Signore

“Anch’io e la casa di mio padre abbiamo peccato” – L’approccio penitenziale di Neemia alla fede nel Signore

Neemia ci insegna come dinanzi alle difficoltà, talvolta catastrofiche, il rimedio non derivi dall’uomo, ma dal suo affidamento a Dio. Dinanzi alle notizie che gli venivano da Gerusalemme, con il tempio distrutto e le macerie ovunque, egli dice di se stesso: feci lutto per parecchi giorni, digiunando e pregando davanti al Dio del cielo” (Ne 1,4). E nella sua preghiera, egli non spende parole qua e là, ma anzitutto si dichiara pentito, per sé e per gli Israeliti, dicendo a Dio: “Anch’io e la casa di mio padre abbiamo peccato. Ci siamo comportati male con te e non abbiamo osservato i comandi, le leggi e le decisioni che tu hai dato a Mosè tuo servo” (Ne 1,6-7). Anzitutto, quindi, il pentimento. Se esso non alimenta la preghiera, se alla base di questa non c’è un riconoscimento di quanto venga offeso Dio dai nostri atti umani, quella stessa preghiera non ha efficacia alcuna, poiché priva dell’umiltà di chi riconosce la distanza infinita a livello essenziale tra Dio e l’uomo, tra la sua Sapienza e la ragione umana, tra la sua Bontà e il cuore dell’uomo. Solo dopo questo atto penitenziale così esplicito, Neemia invoca Dio dicendo: “Signore, siano i tuoi orecchi attenti alla preghiera del tuo servo e alla preghiera dei tuoi servi, che desiderano temere il tuo nome” (Ne1,11). L’atto penitenziale è seguito dall’atto di fede: riconoscendo la mia colpa e quella di quanti sono con me, allora confido nell’intervento di grazia del Signore. Amen

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