Guarire con Maria

Guarire con Maria

Virgin Mary Statue

La terapia può essere lunga, le ricadute numerose e l’impegno per certi aspetti gravoso. La speranza può crollare, la volontà oscurarsi e l’energia venire meno. Tuttavia non esiste alcun male spirituale o corporale che si possa realmente definire incurabile. Non esiste situazione umana relativa all’esistenza la cui natura possa definirsi insanabile. Questo indipendentemente dai verdetti psichiatrici o medici o legali a riguardo. Testimoniare di guarigioni insperate, di prodigi miracolosi o di interventi soprannaturali, pur legittimo dalla parte di chi questi fenomeni li ha personalmente sperimentati, può sembrare noioso quando non addirittura superstizioso o comunque poco confortante di fronte ad un interlocutore ostinatamente chiuso, per ragioni che non investighiamo qui, rispetto al mondo spirituale. In questo caso è bene in qualche modo cercare di raggiungere il medesimo obiettivo, ossia la trasmissione di un messaggio di speranza, invertendo il senso di marcia, viaggiando cioè “in basso” assieme all’anima sofferente, senza invece partire dal racconto trascendente di un’esperienza soprannaturale, per quanto fondata e reale essa sia. E partire dal basso significa confrontarsi serenamente con la concretezza spesso dura ed inquietante del mondo della sofferenza, cosciente od incosciente che sia. Si tratta allora di inserirsi orizzontalmente in un contesto comune, attraverso un principio di mediazione capace con la sua forza “esemplificativa” di schiarire un orizzonte oscuro e nefasto. Raccontare continuamente di un prodigio miracoloso ad un interlocutore sordo può infatti paradossalmente ottenere il risultato inverso a quello prospettato, ossia un ulteriore allontanamento del medesimo interlocutore rispetto all’ordine della speranza. Se tuttavia il nostro obiettivo non è il vanitoso riporto di una esperienza singolare, quanto l’effettiva guarigione del nostro interlocutore, fondando così la nostra partecipazione alla sua esistenza in termini di amore gratuito per lui, saremo portati ad intelaiare un diverso tipo di approccio relazionale, magari uscendo oltre noi stessi e facendoci piccoli rispetto al nostro stesso punto di vista di partenza. Si può così portare il divino attraverso canali di comunicazione umani, pur aventi il divino quale punto archimedeo di ispirazione, struttura fondamentale di contenuto e meta ultima di approdo. Il principio di mediazione privilegiato in questo difficile stadio di accompagnamento è la testimonianza mariana. Non il parlare di Maria o il testimoniare su Maria. Si cadrebbe un’altra volta nell’errore del vicolo cieco sopra menzionato. Piuttosto il trasmettere Maria attraverso la propria comunicazione, quasi si trattasse di un enunciato di fatto affermato ma mai nominalmente pronunciato, di un contenuto chiaramente asserito eppure per nulla esposto: di un amore allora totalmente donato eppure apparentemente neppure intravisto. Maria opera in termini assolutamente silenziosi quanto incredibilmente efficaci. La sua presenza non scalfisce la foglia di un albero eppure sposta le montagne. Per questo occorre che sussista nella persona “al di qua”, cioè in colui che è disposto ad aiutare un’altra persona verso la via della guarigione, una particolare ed intrinseca esperienza mariana. Qui sì che “l’esplicito” è necessario. Nel tu per tu con se stesso occorre affermare tutto ciò che esteriormente viene poi ad essere mascherato da elementi mediatori. E tutto questo è sinteticamente affermato nella propria totale disposizione alla sequela mariana. Maria come madre, Maria come ispiratrice, Maria come modello, Maria come interprete, Maria come esperienza costante di perdono, amicizia, dedizione, amore. In se stessi occorre una totale, e questa totalità non è detto che non derivi da un imperituro progredire, partecipazione all’esperienza di Maria quale instancabile movente delle proprie operazioni. Ciò si può sintetizzare nella più corretta della espressioni identificatrici il nostro rapporto con Maria: filiazione. Siamo figli di Maria, ossia mai abbandonati a noi stessi. Con questo genere di autocomprensione filiale, anche l’esterna e donale attività di conforto e di guarigione del nostro prossimo otterrà certamente un insostituibile livello di efficacia. Possiamo guarire gli altri, senza esibizionismi né comunicati stampa, semplicemente trasmettendo il contenuto filiale della nostra stessa esistenza. Tutto può Maria per gli altri figli che le affidiamo. Tutto possiamo in lei per gli altri nostri fratelli le cui esistenze a lei doniamo. Ed è un bene totale, senza ritenute, gratuito, imperituro. Cioè la salvezza, cioè la guarigione. I tempi e i modi riguardano disegni che ci oltrepassano fisicamente, eppure il risultato è certo: il passaggio chiaro e limpido dalla tenebrosa condizione di male alla piena liberazione del bene. Siamo noi, che ci diciamo mariani, a dover carburare attraverso la palestra spirituale questa coscienza mariana. La penitenza, il digiuno, le lodi mattutine, il Rosario, la confessione e soprattutto la Messa, in particolare la Messa di guarigione, non sono fantasie o fissazioni cristiane. E se tali fossero ritenute dall’ambiente esterno, ciò non deve in alcun modo inficiare quella certezza mariana su cui si basa la nostra autocoscienza. Alimentando noi stessi nella nostra relazione filiale con Maria, allora diventeremo davvero dei pubblici operatori di guarigione, pur attraverso quella mistica forma di linguaggio di cui abbiamo detto sopra, cioè attraverso una comunicazione informale della divina operazione, senza forzature né proclamazioni, senza addirittura mai menzionare né alludere al divino: è il nascondimento mariano che attraverso la pienezza della grazia ci fa testimoni di questa pienezza a nostra volta nel più assoluto nascondimento espressivo.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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