“La carne non giova a nulla” (greco ὠφελεῖ οὐδέν) – Gv 6,63

“La carne non giova a nulla” (greco ὠφελεῖ οὐδέν) – Gv 6,63

Sant’Agostino dice: “Non dobbiamo quindi intendere secondo la carne neppure la carne” ***

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Tutto all’opposto di quello che vuol farci intendere la cultura contemporanea (ma a suo modo quella di ogni tempo, da Adamo in avanti), l’utilità della carne umana, ai fini della vita eterna, è equivalente a nulla. Sebbene ci si prodighi in ogni modo e con ogni mezzo affinché la carne sia soddisfatta in tutti i suoi capricci, sino a renderla principio egemone, “vitale” dell’umana esistenza, Gesù non si preoccupa di scandalizzare chi lo ascolta (inclusi i suoi discepoli) dicendo “apertis verbis” che la carne non giova a nulla. E altrove dice che ciò che viene da lei, è a sua volta figlio di lei, con tutto ciò che consegue a livello di eredità cattiva.

Quando tuttavia sant’Agostino dice che “non dobbiamo quindi intendere secondo la carne neppure la carne” (discorso 27), ci fa capire come siamo soggetti ad interpretare ogni cosa (anche la carne stessa) da un punto di vista carnale, cioè secondo un’umanità in cui la carne è l’unico elemento guida nell’ermeneutica esistenziale.

Come capire, in tal senso, il mistero dell’ “incarnazione”, e quello del dono della carne del Signore da mangiare (Eucaristia), se ogni cosa viene stigmatizzata e intesa secondo un principio unicamente “carnale”? E infatti la maggior parte degli ascoltatori di questo discorso di Gesù non lo intesero, e lo abbandonarono.

Così accade anche oggi.

La carne, tuttavia, non è principio vitale in alcun modo: vitale nel senso di un dono della vita che viene unicamente dallo Spirito (Gv 6,63) e di cui la carne, umanamente intesa, non è in alcun modo artefice, né complice.

Vita significa anche intuizione delle cose, intelligibilità della loro essenza, trascendenza sulla materia, permanenza nell’essere, luce che illumina l’esistenza, dono di Dio: tutto questo la carne non lo conosce nelle sua funzionalità e capacità specifiche.

Nel testo greco del Vangelo di Giovanni, al versetto 6,63 dove si dice che “la carne non giova a nulla”, si usa il verbo “ὠφελεῖ” (traslitterato “ophelei”). Esso indica l’atto di “giovare” (come quando Gesù chiede: “A che cosa giova ad un uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Mt 6,26), oppure di “avere un beneficio”, come quando Gesù dice vede una donna malata di emorragia che dopo dodici anni aveva speso tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando (Mc 5,26), o ancora indica il guadagno da qualcosa, come quando “i farisei dicevano tra di loro: «Vedete che non guadagnate nulla? Ecco, il mondo gli corre dietro!»” (Gv 12,19).

Ora, alla luce di tutti questi sensi, Gesù dice chiaramente che il vantaggio, il beneficio, il guadagno che si ottiene dalla “carne” in se stessa considerata è questo: nulla (greco “οὐδέν”).

La vita, infatti, viene dallo Spirito. Confidare nella carne come principio vitale, ma anche come mantenimento nell’essere e come scopo della vita, è follia di chi non ha capito cosa sia la carne, pur essendo di fatto da essa condizionato in ogni cosa.

Sant’Agostino insegna come non giovi a nulla la carne nel senso di non vivificata dallo Spirito. Essa è utile unicamente a “gonfiarsi” umanamente, ma è principio di morte e non di vita. “Se però, alla carne si unisce lo spirito, allo stesso modo che alla scienza si unisce la carità, allora gioverà moltissimo” – dice qui Agostino.

Una carne che intesa in tal senso giustifica il principio stesso dell’Incarnazione e dell’Eucaristia, e anche quello della sua stessa resurrezione finale.

E tuttavia si preferisce molto pensare alla carne in quanto tale, e lasciarsi comandare da essa, quasi che da essa stessa venisse la vita. Questa è l’introduzione della morte anche a ciò che in se stesso è “immortale”, cioè lo spirito umano soggiogato dalla carne e dunque “morto”, perché da essa reso schiavo.

Amen

 

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