La maternità di Maria nel Vangelo di Marco

La maternità di Maria nel Vangelo di Marco

Maria Nazaret

(di Francesco Gastone Silletta)

In un suo studio sul Vangelo di Marco, un autore, giunto all’inesorabile domanda circa la presenza mariana in questo Vangelo, esordisce in questo modo: “In verità il Vangelo di Marco è molto sobrio nei suoi riferimenti alla Madre di Gesù. Per di più, i due soli testi che se ne occupano (3,31-35 e 6,1-6) tendono a relativizzare i legami di “parentela di sangue” con Gesù. È più importante la ‘parentela di fede’ di chi compie la volontà di Dio” . Nonostante la sobrietà mariana da lui stesso evidenziata, tuttavia, solo poche righe più sotto lo stesso autore parla di una straordinaria importanza che l’evangelista Marco attribuisce alla maternità di Maria .
L’autore, certamente, non si sbaglia nell’evidenziare il fondamento mariano presente nell’economia marciana, per quanto nella sua sostanza il suo ragionamento, qui sopra esposto, sia piuttosto distante dalla nostra percezione teologica. Andando allora ad analizzare quei due soli ma decisivi momenti mariani che egli stesso riconosce nella redazione marciana (Mc 3,31-35; 6,1-6), ci imbattiamo in due testi che, alla luce di un’indagine teologica, risultano non soltanto essere profondamente correlati tra di loro, ma addirittura possono costituire un fondamento basilare per la stessa struttura del Vangelo di Marco.
Vediamo dunque il primo di questi due testi in cui l’Evangelista cita espressamente il nome di Maria:

“Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,31-35).

Al rovescio dell’opinione più comune, questo brano di Marco è un vero elogio della maternità di Maria, la quale, proprio a motivo della sua necessità, viene elevata da Gesù ad un orizzonte metabiologico. Si noti anzitutto, rimanendo sul piano letterario, come Gesù capovolga l’ordine dei soggetti che i suoi interlocutori, peraltro giunti all’improvviso ed interrompendo così una situazione precedente, avevano strutturato nella loro domanda. Mentre essi infatti dicono: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”, dando proprio alla figura materna il primo posto, Gesù ribalta questo posizionamento, rispondendo in termini apodittici: “Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.
Quest’ordine ha un valore non occasionale, a nostro avviso, nelle parole di Gesù, poiché testimonia proprio nel suo dulcis in fundo il valore primario, quasi come una meta ultimativa ed assoluta, della maternità rispetto alle altre parentele evocate. Una sola, infatti, è sua Madre, poiché, stando proprio al suo ragionamento, una sola è colei che in termini assoluti compie la volontà di Dio, essendo da Lui stesso predestinata ad una funzione singolare ed irripetibile; come scrive il de la Potterie, “la famiglia di Gesù sul piano spirituale è costituita da coloro che compiono la volontà del Padre. In Maria si realizza pienamente l’atteggiamento dell’Alleanza, ella è colei che esegue sempre perfettamente ciò che vuole il Padre. Compiere la volontà di Dio è l’unico modo di fondare una nuova comunità attorno a Gesù, la nuova comunità dell’Alleanza” .
Questo brano di Marco, tuttavia, è profondamente correlato con l’altro brano in cui viene esplicitata la figura di Maria, alcuni capitoli più avanti, in 6,1-6. Come vedremo a breve, possiamo addirittura ipotizzare che i due avvenimenti relativi ai due brani, nonostante la loro collocazione redazionale separata, in realtà appartengano ad un medesimo contesto storico, ossia alla stessa situazione in cui Maria e Gesù si sono trovati assieme, nella loro città, presso la cerchia incuriosita dei nazaretani. Ad ogni modo, leggiamo anzitutto questo secondo brano:

“Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltandolo, rimanevano stupiti e dicevano: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,1-6).

Pur comparendo anche nelle redazioni di Matteo (Mt 13,53-58) e di Luca (Lc 4,16-30), soltanto in Marco viene espressa così esplicitamente la maternità di Maria. Matteo, infatti, leviga i toni facendo dire agli esagitati nazaretani:

“Non è forse egli il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?” (Mt 13,55),

ponendo il riconoscimento pubblico della figliolanza di Gesù in relazione alla professione di Giuseppe e non usando il termine ‘figlio’ direttamente in relazione a Maria. Luca, dal canto suo, usa semplicemente l’espressione:

“Non è il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22),

omettendo il ricorso a Maria per inquadrare, qui, la filiazione di Gesù.
Marco, dunque, ha un suo proprio percorso che potremmo definire ‘filiale’, convergente proprio in Maria quale nucleo di senso di questa stessa filiazione. La pericope marciana pare per questo posteriore rispetto alle parallele versioni sinottiche. L’espressione utilizzata qui, infatti, ‘il figlio di Maria’, tenendo presente il valore che questo termine, ‘figlio’, assume nel suo Vangelo, dall’inizio alla fine, come ad esempio in Mc 1,1 (“Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”) e in Mc 15,39 (“Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”), sembra perseguire un vero intento teologico piuttosto che non semplicemente un escamotage redazionale. Come osserva il de la Potterie, rispetto alla singolarità di questa formula marciana “gli esegeti danno due spiegazioni: alcuni pensano che nel momento in cui Marco scriveva il suo Vangelo, Giuseppe fosse morto già da molto tempo, cosicché parlare di Gesù come del “figlio di Giuseppe” non aveva più molto senso. Maria, d’altra parte, era ancora in vita ed era ben conosciuta dalla gente di Nazareth. Altri propongono – cosa che sembra più verosimile – che Marco avrebbe cambiato il testo, perché rifiutava di accettare la formula “figlio di Giuseppe” come propria. Si tratterebbe allora di un’allusione indiretta di Marco alla concezione verginale di Gesù, di cui egli aveva apparentemente conoscenza. Avrebbe voluto dire, infatti: Gesù non è, propriamente parlando, il figlio di Giuseppe, ma è il figlio di Maria” .
Ora, al di là delle motivazioni esegetiche, non ci risulta che altri studiosi abbiano evidenziato un particolare probabilmente decisivo per la comprensione della funzione di Maria in questo contesto del Vangelo di Marco (la visita a Nazareth di Gesù), a parte il Roschini, seppure solo grazie al suo ricorso tardivo alla mariologia valtortiana. Infatti, è a partire da quest’ultimo riferimento che noi stessi abbiamo ipotizzato un possibile medesimo contesto per i due brani citati (Mc 3,31-35 e 6,1-6), seppure contestualizzati redazionalmente con tre capitoli di distanza l’uno dall’altro.
Secondo il Roschini, infatti, “il segreto per ottenere grazie da Gesù è precisamente questo: usare l’arma della parola materna” . Questo espediente, è lo stesso utilizzato da Marco nel contesto facinoroso della domanda dei nazaretani circa la vera origine di Gesù. Infatti, se è teologicamente inappellabile ciò che il noto mariologo riporta dal testo valtortiano, ossia che “[Dice Gesù]: Voi dite: ‘Egli è di Nazareth. Suo padre era Giuseppe. Sua madre è Maria’. No, io non ho padre che mi abbia generato uomo. Io non ho una madre che mi abbia generato Dio. Eppure ho una carne e l’ho assunta per misteriosa opera dello Spirito, e sono venuto fra voi passando per un tabernacolo santo” , è pur vero come come questo stesso tabernacolo santo, Maria, sia colei che costituisce la via necessaria al compimento della mediazione salvifica del Cristo presso il Padre. I due brani che abbiamo citato del Vangelo di Marco, portano proprio in questa direzione, purché osservati secondo i parametri della relazione (l’uno con l’altro) e della filiazione (fondamentale nella prospettiva di Marco). L’Evangelista, infatti, ha probabilmente omesso volutamente, salvo diversa scelta personale, la ragione principale della visita a Nazareth da parte di Gesù, cosa del resto non specificata neppure da Matteo né da Luca, ossia molto verosimilmente quella di rendere un omaggio a sua Madre.
Ora, data anche la menzione esplicita che Marco fa dei quattro figli di Alfeo, Giuseppe, il maggiore, Simone, Giacomo e Giuda, ci pare verosimile che la ricerca di Gesù da parte di sua madre e dei suoi fratelli fosse dettata proprio da ragioni di necessità, legate ad una sua possibile presenza a Nazareth, il che a maggior ragione collegherebbe tra di loro i due brani di Marco (3,31-35 e 6,1-6), o comunque da ragioni attinenti l’astio dei suoi concittadini, persino di parte dei suoi familiari che lo reputano un pazzo, come esplicita lo stesso Marco in 3,21:

“Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: È fuori di sé”.

Considerando che “i suoi” è un’espressione indicatrice di parentela, questo brano di Marco, che pure non fa menzione diretta dell’identità di costoro, sembra tracciare un filo conduttore che unisce questa istanza del ripudio intrafamiliare a quelle sopraccitate della disputa con gli scribi circa i suoi veri parenti e della visita a Nazareth. Questa prospettiva, che mantiene all’orizzonte la figura della mediazione materna di Maria, ha verosimilmente per protagonisti proprio quei parenti di Gesù ostili alla sua missione ed al suo insegnamento, ovvero uno dei quattro figli di Alfeo, unico assieme a Simone a non ricevere l’incarico apostolico, cioè Giuseppe (Ioses) e, molto probabilmente, lo stesso Alfeo, padre infuriato per l’abbandono della casa paterna di due dei suoi figli, Giacomo e Giuda Taddeo, orientatisi appunto alla sequela di Gesù.
In questo quadro familiare, si comprende come, proprio perché descritto da Marco come il figlio di Maria, Gesù debba sentire fortemente come mediatrice la presenza della Madre, vittima a sua volta della divisione intrafamiliare venutasi a creare. In questa direzione di pensiero si pone anche il Roschini, che cita così il resoconto valtortiano proprio relativo al brano di Mc 6,1-6: “A fatica Maria con Giuseppe e Simone [ambedue figli di Alfeo e cugini del Signore] fendono la folla. Lei tutta dolcezza, Giuseppe tutto furia, Simone tutto imbarazzo. Giungono presso a Gesù. E Giuseppe lo investe subito: ‘Sei folle! Offendi tutti. Non rispetti neppure tua Madre. Ma ora sono qui io e te lo impedirò. È vero che vai come lavorante qua e là? E allora, se vero è, perché non lavori nella tua bottega, sfamando tua Madre? Perché menti dicendo che il tuo lavoro è la predicazione, ozioso e ingrato che sei, se poi vai al lavoro prezzolato in casa estranea? Veramente mi sembri preso da un demonio che ti travia. Rispondi!’. Gesù si volta e prende per mano il bambino Giuseppe, se lo tira vicino e poi lo alza tenendolo per le ascelle e dice: ‘Il mio lavoro fu sfamare questo innocente e i suoi parenti, e persuaderli che Dio è buono. È stato predicare a Corazim l’umiltà e la carità. E non a Corazim soltanto. Ma anche a te Giuseppe, fratello ingiusto. Ma Io ti perdono perché ti so morso da denti di serpe. E perdono anche a te, Simone incostante. Non ho nulla da perdonare né da farmi perdonare da mia Madre, perché Ella giudica con giustizia. Il mondo faccia ciò che vuole. Io faccio ciò che Dio vuole. E con la benedizione del Padre e della Madre mia sono felice più che se tutto il mondo mi acclamasse re secondo il mondo. Vieni, Madre. Non piangere. Essi non sanno ciò che fanno. Perdonali” (L’Evangelo, 269.13)
All’origine di quella ricerca di Gesù menzionata da Marco, dunque, vi sarebbe una ragione ben precisa e grave, la quale spiegherebbe anche l’irruenza letteraria con cui Marco la introduce nel contesto del suo Vangelo, di colpo, interrompendo una diatriba con gli scribi riguardo il potere di Gesù di scacciare i demoni (cfr. Mc 3,22-30).
Questa prospettiva, da noi giudicata verosimile, aumenta allora il valore di quella ricerca mariana del proprio Figlio, non certo dettata da un maternalismo romantico, quanto piuttosto da un preciso senso del dovere (mediazione) rispetto al pericolo in cui Gesù si stava posizionando rispetto alla propria parentela di Nazareth e ai suo concittadini, come del resto dimostrato dal genere di accoglienza ricevuta proprio a Nazareth durante la visita raccontata in Mc 6,1-6.

Francesco Gastone Silletta
Edizioni La Casa di Miriam – Torino
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