La tecnica del dire-non dire del narratore del IV Vangelo

La tecnica del dire-non dire del narratore del IV Vangelo:
cosa videro davvero i due discepoli del Battista quando seguirono Gesù? (Gv 1,38)
 

Alcuni elementi narratologici del IV Vangelo inducono il lettore ad una continua retrospezione, cioè l’indole alla rilettura, affinché possano essere chiariti il più possibile determinati aspetti che, per come si presentano in prima istanza, paiono ambigui e difficoltosi. Sin dall’inizio della sua vera e propria narrazione (lasciando quindi da parte il Prologo), il narratore adopera una “tecnica”, ossia un sistema espressivo di comunicazione, che pare evidentemente propenso, da una parte, alla rivelazione ed alla sottolineatura di alcuni dettagli, dall’altra al loro totale oscuramento narrativo.
Se un esempio pratico ci giunge dall’esplicita menzione per nome di solo uno dei due discepoli del Battista che seguirono per primi Gesù, ossia Andrea, fratello di Simon Pietro, mentre l’altro (che la deduzione narratologica ci rivela essere il discepolo amato) non viene affatto chiamato per nome, ebbene, abbiamo altri esempi intrinseci alla stessa narrazione della chiamata dei primi discepoli a testimoniare questa caratteristica.
Ad esempio, viene specificato, eccome, il posto in cui l’incontro “a tre” (dove in realtà i personaggi sono due, il Battista e Gesù e “il terzo” è costituito dall’utenza discepolare), nel contesto della testimonianza del Battista viene ad avere luogo, ossia “Betania, oltre il Giordano, dove Giovanni battezzava” ( cfr. Gv 1,28); non viene tuttavia specificato affatto il titolo di “Battista” riferito a Giovanni, ma soltanto il suo nome proprio. Non solo. Molto di più, infatti, suscita interesse la domanda posta dai due discepoli del Battista che, alla luce della sua testimonianza, si incamminarono dietro Gesù. Qui, infatti, il narratore sembra fare il gioco della “specificazione” ed al contempo della “mascherazione” di determinati elementi. Specifica, per esempio, intervenendo con una traduzione, il significato del termine “Rabbì”, con il quale i due discepoli evocano l’attenzione di Gesù. Specifica inoltre come questi “si voltò” per dar loro attenzione e come quelli, a loro volta, gli formalizzarono una domanda assolutamente esplicita: “ποῦ μένεις;” (“Dove abiti?”, o più lett. “Dove rimani?” – 1,38).
Viene specificato, inoltre, come fosse “l’ora decima” (“ὥρα ἦν ὡς δεκάτη”) quella in cui tale incontro avvenne.
Tuttavia, non viene specificato affatto, né in forma esplicita, né in forma implicita, “dove” oggettivamente Gesù condusse i suoi due neo-discepoli, ossia “dove” egli abitasse, né come si intrattenne con loro ed eventuali conoscenze che essi poterono aver fatto durante questa protratta permanenza presso di lui (ad esempio la conoscenza della madre, dato che poco oltre, al racconto delle nozze di Cana, ella viene narrativamente già data per conosciuta dal consorzio dei neo-discepoli).
Ci si aspetterebbe, quindi, una possibilità di poter colmare questi vuoti (certamente voluti) di ordine narrativo, per poter esplorare ancora più da vicino la storia di Gesù in ogni suo singolo aspetto evangelico. E tuttavia il narratore tace rispetto a questa curiosità che egli stesso produce. Come non troverà risposta, molto più avanti (ma per ragioni teologiche evidenti!) la domanda di Pilato a Gesù rispetto al “Da dove vieni?”, così non trova ora, qui, in questo contesto, una risposta adeguata la nostra interpellanza rispetto a quel “Dove abiti?” che, dato appunto il contesto narrativo e spazio-temporale, non può certo rimandare ai luoghi nativi di Gesù (Nazaret) né a quelli di permanenza intermedia con gli Apostoli già costituiti (Cafarnao)
[…]”

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