“Non entreranno nel luogo del mio riposo” – sul riposo del Padre che è unicamente nel Figlio

“Non entreranno nel luogo del mio riposo” – sul riposo del Padre che è unicamente nel Figlio

In questi giorni la liturgia della Parola ci mette dinanzi alcuni brani della lettera agli Ebrei. Ieri, in modo particolare, abbiamo incontrato l’eloquente brano in cui l’autore di questa lettera si sofferma sul “riposo” di Dio
(ὁ κατάπαυσις) e sulla possibilità che qualcuno, temerariamente, non ne prenda parte.
La difficoltà ermeneutica di questa espressione, che peraltro lo stesso autore di quella lettera estrae a sua volta dall’Antica Economia, è parsa più o meno palese in alcuni predicatori, pur nel loro impegno dinanzi ai fedeli a tracciare un senso di essa, anche alla luce del suo “istintivo” rimando al riposo genesiaco del settimo giorno della creazione, nel quale è detto che appunto Dio stesso si riposò.
Il momento forse maggiormente critico, almeno per quanto riguarda l’esperienza nostra rispetto alla predicazione di coloro con cui ci siamo confrontati, sorge laddove il testo evochi una associazione fra riposo e “luogo”, una associazione tuttavia letteraria piuttosto che non propriamente teologica. Ivi è appunto la suddetta difficoltà di interpretazione. Un sacerdote, per esempio, parlava di questo “luogo” del riposo divino come se davvero, in senso fisico-materiale, esistesse uno spazio concreto, tangibile, nel quale Dio oggettivamente si riposerebbe ed a loro volta quanti credono in lui. In pratica si è data una interpretazione letteralista al versetto chiave (di veterotestamentaria memoria) della lettera agli Ebrei: “Non entreranno nel luogo del mio riposo”. A sua volta, citando il brano suddetto della Genesi, quel predicatore ha dato anche qui una interpretazione del medesimo genere, come se davvero Dio, che è pura attività, in qualche modo si fosse “fermato” in senso fisico-dinamico, creando una sorta di stop materiale rispetto ad una cinetica prima manifesta.
E sulla base di queste premesse, non stupisce che poi, a conclusione della sua predicazione, si sia domandato egli stesso “dove” potrà mai essere questo “luogo” del riposo divino e che cosa faremo una volta che, si spera, lo avremo anche noi conseguito.
L’interpretazione ci pare però fuorviante.
La lettera agli Ebrei, nel capitolo 4 in modo chiaro, ripete troppe volte l’espressione “riposo” perché il suo senso possa essere così riduttivamente accolto in termini fisico-materiali, come se cioè fosse un luogo in senso spaziale.
La prospettiva tracciata dalla lettera, invece, come pure l’intera economia biblica di questa espressione riferita a Dio ed agli atti stessi di Dio, ci pare debba essere accolta in chiave personalistica, e personalistico-filiale.
Nel suo Figlio, cioè, il Padre “si riposa”, nel senso di una personale compiacenza di sé riflessa nell’attualità vivente della sua immagine perfetta, il Figlio. Qui è quel luogo, che dunque “si fa persona”, nel quale siamo chiamati ad entrare, nel senso di prendere dimora, e rispetto al quale, in senso opposto, rischiamo di rimanere esclusi.
La persona del Figlio come “luogo” reale di “riposo” del Padre.
Si potrebbe discutere a lungo anche su questa nostra interpretazione, che del resto “nostra” in senso proprio non è, ma deriva da una tradizione dei Padri. E tuttavia qui non è possibile un approfondimento teologico esaustivo. Ciò nonostante, quello che ci preme sottolineare, è l’evasione da una concezione fisico-statica del riposo divino inteso come “luogo” in senso materiale, per introdurci piuttosto ad una comprensione personalistico-filiale del medesimo.
Amen.

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