Nota sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat)

Nota sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat)

 
Sul fatto che si possano considerare legittime da un punto di vista civico, noi non discutiamo. Sul fatto, però, che si tenda a “cristianizzarle”, cioè a considerarle indebitamente come non oppositive rispetto alla natura stessa dell’esistenza cristiana (più che non della dottrina, termine equivoco in questo contesto), c’è molto da dire.
La sostanza è del resto rappresentata dalla croce stessa: una croce che costituisce l’economia esistenziale del cristiano, una croce che egli è chiamato comunque sia a portare, secondo la forza semantica del verbo giovanneo utilizzato per esprimere questa (infima, ma salvifica) attività: “βαστάζω” (portare, sop-portare – cfr. Gv 19,17).
Ora, che sia per alcuni “semplice” affermare a livello teorico di portare la croce quando non si è direttamente chiamati in causa da questo carico, è quasi scontato. Pur tuttavia il cristiano conosce il responso mondano di determinate sue asserzioni e non per questo si diluisce in esso, scomparendo, ma per l’appunto, proprio a partire da questa contestazione, può per primo trovare un’occasione di “portare la croce” fra le incomprensioni e spesso le agguerrite critiche del mondo.
Si osservino le parole del Santo Dismas, il buon ladrone crocifisso accanto al Redentore. Sottoposto ad una tortura terribile, che tanto Cicerone come Giuseppe Flavio definivano la peggiore possibile tra quelle esistenti, il neofita non supplicò affatto Gesù affinché lo liberasse da quella tortura (cosa che invece fece il terzo condannato), ma si limitò a chiedere per se stesso salvezza rispetto all’eternità. Né Gesù, rispondendogli, si “commosse” al punto da esonerarlo da quel supplizio, pur promettendogli, nell'”oggi” eterno, la salvezza. Anzi, dopo questa santa conversazione, pur acquisita la promessa dell’ingresso nel Regno (ma a morte terrena avvenuta!), Dismas ricevette un ulteriore supplizio da patire, come del resto il suo inappagato compagno di condanna: la rottura delle gambe, sì da generare ulteriore dolore alle martoriate membra del condannato.
Non si sottrasse a questo supplizio, ma anzi, lo definì egli stesso (secondo un ordine di giustizia forse ancora un po’ “preistorico”), come una cosa appunto “giusta” in riferimento alle proprie azioni passate. Sopportò, sino alla fine.
Ora, il cristianesimo conosce in questo esempio (ma si potrebbero citare infiniti altri casi) una roccaforte empirica della sopportazione della croce, qualunque essa sia, non di per se stessa (il che sarebbe autolesionismo), ma per la santa causa dell’imitazione di Cristo, dell’accettazione della divina disposizione sulla propria vita, al di là del mistero (che pare accanirsi contro l’uomo) che alle volte sembra davvero umanamente insolubile.
Questo per dire come sia impossibile associare una morte procurata volontariamente all’economia cristiana: sono due opposti irrisolubili, che al di là delle frasi fatte non possono mai trovare in Cristo una conciliazione.
La misericordia è davvero tutt’altra cosa. Nessuno, ad esempio, si domanda delle sofferenze “ultra-terrene” che possono attendere un’anima: ci si concentra solo (e di nuovo: è legittimo per il mondo, non per il cristiano) sull’attualità presente e visibile del dolore, non su quello che invece può attendere un’anima dopo la morte corporale e rivelarsi molto peggiore rispetto alle attese, come del resto attestato dalla mistica di ogni tempo.
La comprensione è per tutti. Il dolore è sempre dolore. Non è possibile, tuttavia (al di là dei segni un po’ fanatici di protesta, come quello che abbiamo udito delle campane a morto fatte suonare da certi parroci) affermare che una decisione umana di “farla finita” possa corrispondere ad una compiacenza divina rispetto ad essa. Mai.
Almeno cristianamente parlando. Il mondo poi segua pure le proprie leggi.
 
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