Quando Gesù dice: “Vi comando” (ταῦτα ἐντέλλομαι ὑμῖν)

Quando Gesù dice: “Vi comando” –

Su alcune inutili e melense “parafrasi” del termine “comando” da parte di alcuni omileti:

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Perché certi sacerdoti, quando nel Vangelo – come oggi – Gesù usa il termine “vi comando” o similari, cercano sempre di “smorzare” o di “addolcire” (di fatto, mistificandolo), il senso di questo verbo e del relativo sostantivo? Quale paura incute mai questo termine, “comando” (sotto lo vedremo nella forma greca) alla loro predica?

Gesù oggi nel Vangelo ci “comanda” di amarci. Gesù dice di osservare i suoi “comandamenti”. E pone come similitudine se stesso, che osserva i “comandamenti” del Padre. Cosa c’è da smaltire a livello significante? Quasi che occorra preventivamente modificare il termine “comando” con qualcosa che suoni più dolce alle orecchie dell’assemblea?

Il termine greco, usato per “comando”, in Giovanni, è un sostantivo femminile, ἐντολή, ῆς, ἡ (traslitterato: entolé). Ad esempio, in Gv 15,12 si dice: “Questo è il mio comando” (in greco: Αὕτη ἐστὶν ἡ ἐντολὴ ἡ ἐμὴ). Letteralmente, qui, “comando” significa proprio: ingiunzione, ordine, legge.

Gesù, quando utilizza questo termine, non sta ponendo un semplice suggerimento a qualcuno, non dà un mero consiglio: comanda, letteralmente parlando. Questo termine nel Vangelo odierno compare più volte, anche nella forma verbale (“entellomai”), ad esempio al versetto 17: “Questo io vi comando” (ταῦτα ἐντέλλομαι ὑμῖν).

L’obbedienza – a cui siamo chiamati come figli di Dio – non si riferisce forse ad un comando? In senso letterale, infatti, se la realtà esposta fosse un puro consiglio, si direbbe che esso “lo si segue”, non che ad esso “si obbedisca”.

Come possiamo imparare l’obbedienza, se al di là di noi non è posto qualcosa di “imperativo” con la forza di un comando?

Quale natura sua specifica, tuttavia, possiede mai questo comando? Cosa, davvero, ci viene comandato?

Semplicemente, di amare. Amare avendo un preziosissimo modello di riferimento, continuamente a nostra disposizione: il Cristo stesso nel suo amare, nella sua obbedienza al Padre e nel suo donarsi a noi.

Per questo il “comando” si nutre di una volontà, da parte nostra, di adesione: non vi è merito alcuno senza questa nostra volontaria obbedienza alla parola di comando. L’amore diventa così un atto obbedienziale e non soltanto un puro afflato sentimentale.

Cosa c’è dunque da “ammortizzare” – da parte omiletica – quando nel Vangelo si legge che Gesù “ci dà un comando” o ci chiede di seguire i suoi “comandamenti”? Quale sensibilità si teme di scandalizzare mai?

Inversamente, è questo “comando” che ci rafforza, affinché la nostra fede non sia fondata su un puro vento di dottrina, ma solidificata nell’obbedienza alla parola di Cristo Signore, una parola pronunciata sempre in funzione del proprio compimento.

Amen

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