“Sacrificio è grazia” – Meditazione di un testo di Maria Valtorta al Ciprel

“Sacrificio è grazia” – Meditazione di un testo di Maria Valtorta al Ciprel (Centro Internazionale di Preghiera Laicale – Ispirato agli scritti di Maria Valtorta)***:

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“Maestro, il sacrificio può ottenere grazia, talora?”
“Non talora. Sempre”

Questo passo è tratto dall’opera di Maria Valtorta, l’Evangelo come mi è stato rivelato, CEV, Volume 7, Capitolo 4. Chi sta ponendo questa domanda a Gesù sono due anziani coniugi, Giuda e Anna, che lo ospitano – ma per solo poche ore per volontà di Gesù stesso – nella loro casa sulle rive del Giordano. I coniugi hanno perso una figlia e sono disposti ad aiutare Gesù qualora egli ponga loro degli incarichi specifici. Già da tempo stanno ospitando in casa loro alcuni suoi discepoli. È in questo contesto che sorge quell’ammonimento di Gesù che si rinviene anche nei Vangeli: “Ciò che è fatto ad un discepolo, è fatto al Maestro, e anche solo un calice d’acqua o un pane dato in soccorso a chi si affatica per me troverà compenso da Dio stesso” (cf. Mt 10,42).
Qui l’enfasi viene narrativamente posta, da un lato, sulla bontà dei due coniugi, disposti a servire Gesù; dall’altra, la compiacenza di Gesù stesso nei loro riguardi, tanto che Gesù “chiede loro una grazia” (dice enfaticamente il testo al n. 4). “Tu una grazia?”, rispondono i coniugi, nella consapevolezza, non solo teorica, ma realmente esperita, di come la grazia vera stia nel poter servire Gesù. E Gesù consegna loro un incarico. Sostenere una vedova di Corazim, con dei figli piccoli. Per i due coniugi, questo incarico è una gioia. Contestualmente, vedendo che con Gesù e i discepoli in partenza per la Giudea è il piccolo orfanello Marziam, essi chiedono a Gesù di poterlo ospitare da loro per l’inverno, senza che il bambino debba scendere in Giudea e vedere Gesù ivi perseguitato e umiliato. Gesù accetta e consegna alle loro cure il piccolo Marziam, garantendo di riscattarlo poi in primavera. Ciò che tuttavia di questa breve scena narrativa valtortiana ci interessa qui – contestualmente ai dialoghi istituiti fra Gesù e i due coniugi – è quella domanda relativa al valore del sacrificio che essi pongono a Gesù, segno di una loro fede certamente avanzata, ma ancora in divenire: “Il sacrificio può ottenere grazia, talora?”. La domanda è sincera. I due realmente indagano sul valore del sacrificio, in un tempo storico che a suo modo può riflettere anche il nostro. Vale la pena sacrificarsi, davanti a Dio? Vede Dio i nostri sacrifici? Li premia? Gesù è lapidario nella sua risposta, e corregge la “speranza” intrinseca alla domanda dei due coniugi e da loro espressa con l’avverbio “talora”. Gesù cambia questo avverbio: non “talora”, ma “sempre”. Non c’è sacrificio che, rivolto a Dio, ai suoi occhi non torni con ricompensa a colui che lo perpetua. Ogni sacrificio è esso stesso un richiamo per la grazia di Dio, che viene a posarsi su chi lo compie.
In modo perfetto e sublime, l’esempio ci viene dato da Gesù stesso, che in virtù del suo ineffabile sacrificio ci ha riconciliati con il Padre. Dall’esempio della Croce, cui indirettamente nel suo dialogo con quei coniugi Gesù allude, deriva tanto ogni umano sacrificio, quanto ogni divina ricompensa. Essere di Gesù ci fa quindi intendere in un modo totalmente diverso dal mondo l’idea stessa di “sacrificio”: esso è imitazione del Salvatore che ci unisce a lui intimamente e ci garantisce il premio di Dio, non soltanto “proporzionale” al sacrificio compiuto, ma infinitamente trascendente il medesimo. Amen

*** CIPREL – Centro Internazionale di Preghiera Laicale – Ispirato agli scritti di Maria Valtorta –

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Pubblicato da lacasadimiriam

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