Sadducei e Farisei

Sadducei e Farisei

Sadducei e farisei
Dal libro di Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Rizzoli, Milano-Roma 1941, pp. 46-48

Ai tempi di Gesù i Sadducei e i Farisei formavano, dentro il popolo giudaico, i suoi due principali raggruppamenti. I quali, però, non erano delle “sette” nel senso rigoroso del termine, perché non erano staccati dalla compagine morale della nazione; neppure erano confraternite religiose come gli Esseni, sebbene i loro principi fondamentali fossero religiosi; e nemmeno mostravano quale prima nota caratteristica un dato atteggiamento politico come gli Erodiani, sebbene avessero grande importanza anche nel campo politico e sociale. Erano invece due correnti o tendenze che partivano ambedue da principi solenni nella nazione giudaica, pur essendo fra loro in assoluto contrasto. Esaminandole contemporaneamente, il loro stesso contrasto giova a definirle con precisione.
Si crede, di solito, che i Farisei rappresentassero la corrente conservatrice, e i Sadducei quella liberale e innovatrice: ciò potrà essere vero nel campo pratico, ma in quello giuridico-religioso la designazione dovrebbe essere inversa, perché i Sadducei dal loro punto di vista si presentavano quali conservatori del vero patrimonio morale del giudaismo, e respingevano come innovazioni le dottrine particolari ai Farisei. Le due correnti, infatti, sorsero dal diverso atteggiamento che i vari ceti della nazione presero di fronte all’ellenismo, quando questo venne in urto col giudaismo, cioè dall’epoca dei Maccabei (167 a.C.) in poi.
L’insurrezione dei Maccabei, diretta contro la politica ellenizzatrice dei monarchi Seleucidi, fu sostenuta specialmente da quei popolani di basso ceto, cordialmente avversi a istituzioni straniere, che si chiamarono gli “Asidei” (in ebraico Hăsidīm, “pii”); al contrario, in seno alla nazione stessa, si mostrarono favorevoli all’ellenismo parecchi altri Giudei che erano rimasti abbarbagliati dallo splendore di quella civiltà straniera, ed appartenevano specialmente a classi sacerdotali e facoltose. Rimasta però vincitrice l’insurrezione nazionale-religiosa, gli aristocratici fautori dell’ellenismo entro la nazione giudaica scomparvero o tacquero. Tuttavia, poco dopo, stabilitasi la dinastia nazionale degli Asmonei discendenti dai Maccabei, le due correnti ricomparvero apertamente, sebbene con provenienza alquanto mutata: avvenne, cioè, che proprio quei sovrani Asmonei che dovevano il loro trono ai popolani Asidei, si mettessero in contrasto con questi, e si appoggiassero invece sulle classi sacerdotali e aristocratiche.

Sadducei 2

La ragione del mutamento è chiara. L’ellenismo premeva dall’esterno così gravemente sullo Stato giudaico ricostituito, che i governanti Asmonei non potevano praticamente evitare ogni relazione politica con esso, né impedire numerose infiltrazioni di quella civiltà pagana nei loro territori; sennonché quelle relazioni e infiltrazioni parvero sconfitte politiche e soprattutto apostasie religiose agli Asidei, che perciò si alienarono man mano dai già favoriti Asmonei e divennero ad essi ostili.
Passando all’opposizione, essi si chiamarono “i Separati”: in ebraico Pěrushīm, donde “Farisei”. I loro avversari, in maggioranza di stirpe sacerdotale, si chiamarono “Sadducei”, dal nome di Șadoq, antico capostipite di un insigne casato sacerdotale.
Ma da chi o da che cosa i Farisei si consideravano “separati”? Il criterio della loro separazione era soprattutto nazionale-religioso, e solo conseguentemente civile e politico. Essi si tenevano separati da tutto ciò che non era giudaico e che per tale ragione era anche irreligioso ed impuro, giacché giudaismo, religione e purità legale erano concetti che praticamente non si potevano staccare l’uno dall’altro. Ma qui sorgeva il contrasto, anche dottrinale, con i Sadducei: qual era la vera norma fondamentale per il giudaismo? Quale il supremo ed inappellabile statuto che doveva governare la nazione eletta?

Manoscritti

A questa domanda i Sadducei rispondevano che era la Torah, cioè la “Legge” per eccellenza, la “Legge scritta” consegnata da Mosè alla nazione come statuto fondamentale e unico. I Farisei, invece, rispondevano che la Torah, la “Legge scritta”, era soltanto una parte, e neppure la principale, dello statuto nazionale-religioso: insieme con essa, e più ampia di essa, esisteva la “Legge orale”, costituita dagli innumerevoli precetti della “Tradizione” (parádosis). Questa Legge orale era costituita da un materiale immenso: essa comprendeva, oltre ad elementi narrativi e di altro genere (haggadāh), anche tutto un elaborato sistema di precetti pratici (halakāh), che si estendeva alle più svariate azioni della vita civile e religiosa, e andava perciò dalle complicate norme per i sacrifici del culto fino alla lavanda delle stoviglie prima dei pasti, dalla minuziosa procedura dei pubblici tribunali fino a decidere se fosse lecito o no mangiare un frutto caduto spontaneamente dall’albero durante il riposo del sabato. Tutta questa congerie di credenze e di costumanze tradizionali non aveva quasi mai un vero collegamento con la Torah scritta; ma i Farisei scoprivano spesso siffatto collegamento sottoponendo ad una esegesi arbitraria il testo della Torah: e anche quando non ricorrevano a tale metodo, si richiamavano al loro principio fondamentale che Dio aveva dato a Mosè sul Sinai la Torah scritta contenente solo 613 precetti, e inoltre la Legge orale, molto più ampia ma non meno obbligante.
Anzi, anche più obbligante. Troviamo infatti che con l’andar del tempo, man mano che i dottori della Legge o Scribi elaboravano sistematicamente l’immenso materiale della tradizione, questo venisse ad assumere una importanza pratica, se non teoretica, maggiore della Torah scritta. Nel Talmud, che è in sostanza la tradizione codificata, sono contenute sentenze come questa: “Maggior forza hanno le parole degli Scribi che le parole della Torah: perciò anche è peggior cosa andare contro le parole degli Scribi che contro le parole della Torah (Sanedrīn, XI, 3); infatti le parole della Torah contengono cose proibite e cose permesse, precetti leggeri e precetti gravi: ma le parole degli Scribi sono tutte gravi”.
È chiaro che, stabilito questo principio fondamentale, i Farisei fossero in regola, e potessero legiferare quanto volessero estraendo ogni decisione dalla loro Legge orale. Ma appunto questo principio era respinto dai Sadducei, i quali non riconoscevano altro che la Legge scritta, la Torah, non accettando punto la Legge orale e la “tradizione” dei Farisei. Codeste cose – dicevano i Sadducei – erano tutte innovazioni, tutte deformazioni dell’antico e semplice spirito ebraico; essi, i Sadducei, erano i fedeli custodi di quello spirito, i veri “conservatori”, e perciò si opponevano agli arbitrari ed interessati sofismi messi fuori da quei modernisti di Farisei.

Padre Giuseppe Ricciotti(Padre Giuseppe Ricciotti)

La risposta dei Sadducei era abile senza dubbio; tanto più che con quella parvenza di conservatorismo evitavano legalmente i “carichi pesanti” (Mt 23,4) imposti dai Farisei, e si lasciava una porta aperta per intendersi con l’ellenismo e la civiltà greco-romana. Perciò i Sadducei si appoggiarono sui ceti della nobiltà e di governo, che necessariamente dovevano mantenere relazioni con la civiltà straniera; i Farisei al contrario si appoggiarono sulla plebe, avversa a tutto ciò che fosse forestiero ed invece attaccatissima a quelle costumanze tradizionali da cui i Farisei estraevano la loro Legge orale. Di qui anche il paradosso per cui i Sadducei erano giuridicamente conservatori ma praticamente lassisti; i Farisei, invece, apparivano come innovatori riguardo alla Torah scritta, mentre la loro innovazione voleva essere una salvaguardia e una protezione dell’antico.
Le due correnti di Farisei e di Sadducei compaiono per la prima volta, già ben definite e in contrasto, al tempo del primo degli Asmonei, Giovanni Ircano (134-104 a.C.), che era anche figlio di Simone ultimo dei Maccabei: benché tale, egli è già in aperta ostilità con i Farisei. L’ostilità divenne furibonda sotto Alessandro Janneo (103-76 a.C.), e fra monarca e Farisei si ebbe una guerra di sei anni che fece 50 mila vittime. Al contrario, sotto il regno di Alessandra Salome (76-67 a.C.) i Farisei ebbero il loro periodo d’oro, perché la regina lasciò fare ogni cosa ai Farisei, e comandò che anche il popolo obbedisse loro. Seguirono, naturalmente, le intemperanze della vittoria: gli sconfitti Sadducei, che avevano avuto fino ad allora la maggioranza nel consiglio del Gran Sinedrio, vi rimasero in minoranza esigua; gli antichi avversari dei Farisei o furono messi a morte o presero la via dell’esilio. Si arrivò al punto che l’intero paese stava quieto, fatta eccezione dei Farisei. Appunto da questo tempo in poi il giudaismo fu sempre improntato dalle dottrine farisaiche.
[…] Con la catastrofe del 70 d.C. i Sadducei scomparvero dalla storia, e naturalmente il giudaismo posteriore, dominato totalmente dai Farisei, conservò un pessimo ricordo dei Sadducei.

Fonte: La Casa di Miriam Torino (Studi Biblici)

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