Sul valore simbolico del vino di Cana – I. de la Potterie –

 

Secondo la maggior parte degli esegeti, il significato della pericope di Cana è incontestabilmente che essa ci presenta la rivelazione della missione messianica di Gesù. Preceduto e introdotto da Giovanni Battista (venuto “perché egli fosse manifestato a Israele”, 1,31), poi dalla testimonianza dei suoi discepoli (“Abbiamo trovato il Messia”, 1,41-45), Gesù si manifesta infine per la prima volta a Cana di Galilea come il Messia di Israele. Diversi elementi del testo suggeriscono, d’altra parte, che si tratta qui di un momento importante nella storia della salvezza: “La mia ora” (v. 4), “Adesso” (v. 8), “fino ad ora” (v. 10), e due volte “il vino buono” (v. 10). Tutto indica che ci troviamo qui al punto di passaggio dall’antica alla nuova economia della salvezza, dall’Antico al Nuovo Testamento (“fino ad ora”, economia della salvezza, dall’Antico al Nuovo Testamento (“fino ad ora”, “adesso”). Così si trova pienamente confermato ciò che abbiamo già detto precedentemente a proposito del significato della parola “inizio”. Qui, in effetti, nell’ottica di Giovanni,  comincia l’economia cristiana della salvezza. 

“Fino ad ora” (v. 10) il buon vino non è stato dato. “Adesso” si può attingerlo. Il tempo messianico è giunto: “La mia ora non è già venuta?”, domanda Gesù, e “cominciò a Cana di Galilea a compiere i segni. Egli manifestò la sua gloria”. Tutto è orientato nella stessa direzione: Gesù si manifestò come il Messia di Israele “e i suoi discepoli credettero in lui”. 

Cana significa fondamentalmente l’inizio della manifestazione messianica di Gesù. Ma sotto quale forma? Il messianismo comporta infatti diversi aspetti. La concentrazione cristologica del racconto e l’insistenza nella pericope sulla parola “vino” (essa torna cinque volte) ci impegnano a esaminare più da vicino la relazione intrinseca tra la missione di Gesù e il tema del vino.

È grande merito di A. Serra, l’aver esaminato molto minuziosamente questo simbolismo. A seconda dei contesti, il vino alle volte è un simbolo dei beni messianici della fine dei tempi, a volte un simbolo della manifestazione messianica stessa.

Già nella Scrittura la promessa del vino è spesso l’annuncio e il simbolo dei beni della Nuova Alleanza. Questo simbolismo si presenta frequentemente in un contesto escatologico: il vino è uno degli elementi più importanti del banchetto messianico.

I principali testi profetici si trovano in Amos, Gioele e Isaia (Am 9,13-14; Gl 2,24; 4,18; Is 25,6). Nel Cantico dei Cantici si parla spesso del vino per celebrare l’unione tra lo sposio e la sposa (Ct 1,2.4; 4,10; 5,1; 7,3.9; 8,2); e nel Vangelo di Matteo, Gesù parla esplicitamente del vino della Nuova Alleanza: “Non si mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti gli otri scoppiano, il vino si versa e gli otri sono perduti. Ma si mette il vino nuovo in otri nuovi, e il tutto si conserva” (9,17).

Già nella letteratura sapienziale dell’Antico Testamento si può notare una relazione tra il vino e la sapienza. La sapienza ha organizzato un banchetto e invita la gente a venire a bere il vino che ha versato (Pr 9,2.5; Sir 24,17-31). Nei Targum e negli scritti rabbinici, “il vino è uno dei simboli preferiti per indicare la Torah”.

Se applichiamo questa simbologia sapienziale e messianica al “vino buono” dato da Gesù a Cana, diventa chiaro che questo vino è il simbolo della rivelazione escatologica che Gesù viene a portare. Il “vino buono” è il vino messianico che egli ha conservato “fino da ora”, ma proviene dall’acqua delle giare che era destinata alla “purificazione” dei giudei. Queste giare erano dunque riempite dell’acqua della Legge di Mosè, esse rappresentano il legalismo giudaico. Gesù trasforma questa acqua nel vino della legge nuova, manifestando se stesso. La “purificazione cristiana non si farà più attraverso la legge, ma attraverso il Vangelo, attraverso la parola di Cristo (15,3), attraverso la sua verità (cfr. 8,32).

Ignace de la Potterie, Maria nel mistero dell’alleanza, tit. or.  “Het Mariamysterie in het Nieuwe Testament (1985), tr. it. di F. Tosolini, Marietti, Genova 1988, pp. 210-212.