“Sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia”

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“Sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia” – qui da un articolo del Card. Avery Dulles, dalla rivista 30giorni (9/2005):

“[…] Innanzitutto bisogna dire che la Chiesa accetta la presenza reale come materia di fede, perché è inclusa nella Parola di Dio, come attestato dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione. Gesù ha detto chiaramente: «Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue» e, polemizzando con i Giudei, ha insistito che non stava usando una metafora. «La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda. Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6, 55-56).

Molti discepoli hanno trovato queste parole molto ardue e l’hanno lasciato, ma Gesù non ha modificato le sue affermazioni per farli ritornare indietro.

I Padri e i Dottori della Chiesa hanno confessato con fiducia la presenza reale, secolo dopo secolo, nonostante tutte le obiezioni e i fraintendimenti. Finalmente, nel 1551, il Concilio di Trento ha fornito una esposizione completa della dottrina cattolica dell’Eucaristia dando molta importanza alla presenza reale. Da allora, ripetuto da molti papi e da documenti ufficiali, l’insegnamento di Trento rimane ancora oggi normativo. Il Catechismo della Chiesa cattolica non teme di citarlo alla lettera (cfr. nn. 1374.1376-77).

Parlando della presenza di Cristo in questo sacramento il Concilio di Trento ha usato tre avverbi. Egli è contenuto in esso, dice il Concilio, «veramente, realmente e sostanzialmente» (Denzinger-Schönmetzer 1651). Questi tre avverbi sono le chiavi che aprono la porta dell’insegnamento cattolico ed escludono i punti di vista contrari, che sono dunque da rigettare.

Dicendo prima di tutto che Cristo è veramente contenuto nelle specie eucaristiche, il Concilio ha respinto l’idea che il sacramento sia meramente un simbolo o una figura che addita un corpo che è assente o che forse è da qualche parte in cielo. Questa affermazione è fatta contro l’eretico Berengario dell’XI secolo e contro alcuni suoi seguaci protestanti del XVI secolo.

In secondo luogo la presenza è reale. Cioè è ontologica e oggettiva. Ontologica perché accade a livello dell’essere; oggettiva perché non dipende dai pensieri o dai sentimenti del ministro o dei comunicandi. Il corpo e il sangue di Cristo sono presenti nel sacramento in forza della promessa di Cristo e del potere dello Spirito Santo che sono legati all’esecuzione corretta del rito da parte di un ministro validamente ordinato.

Insegnando ciò, la Chiesa rifiuta l’idea che la fede sia lo strumento che determina la presenza di Cristo nel Sacramento. Secondo l’insegnamento cattolico, la fede non rende Cristo presente, ma riconosce con gratitudine quella presenza e permette che la santa comunione porti i suoi frutti di santità. Ricevere il Sacramento senza fede è inutile, persino peccaminoso, ma la mancanza di fede non rende la presenza irreale.

In terzo luogo, il Concilio di Trento ci dice che la presenza di Cristo nel Sacramento è sostanziale. La parola “sostanza” non è usata qui come un termine filosofico tecnico, come nella filosofia di Aristotele. Essa era usata nell’alto Medioevo molto prima che circolassero le opere di Aristotele.

“Sostanza” nell’uso comune denota la realtà fondamentale della cosa, ciò che la cosa è in sé. Derivata dalla radice latina sub-stare, significa ciò che è sotto le apparenze, che possono mutare da un momento all’altro lasciando l’oggetto intatto.

Le apparenze possono essere ingannevoli. Potresti non riuscire a riconoscermi se mi travesto o se sono seriamente malato, ma io non cesso di essere la persona che ero; la mia sostanza resta immutata. Non c’è niente di oscuro, dunque, nel significato di “sostanza” in questo contesto.

“Sostanza”, significando ciò che una cosa è in sé, può essere contrapposta a “funzione”, che fa riferimento all’azione. Cristo è presente tramite il suo potere dinamico e la sua azione in tutti i sacramenti, ma nell’Eucaristia la sua presenza è, in più, sostanziale. Per questo motivo l’Eucaristia può essere adorata. È il più grande di tutti i sacramenti.

Dopo la consacrazione, il pane e il vino, in un modo misterioso, diventano Cristo stesso. Il Concilio ecumenico Vaticano II cita san Tommaso per dire che questo Sacramento contiene l’intera ricchezza spirituale della Chiesa, dato che la Chiesa non ha altre ricchezze spirituali se non Cristo e quanto Egli comunica a essa […]”

(Card. Avery Dulles, Rivista 30giorni, 9/2005)

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