L’unico Signore

L’unico Signore

Gerusalemme

Dal libro di sant’Atanasio: “L’incarnazione del Verbo”,

trad. it. a cura di E. Bellini, ed. Città Nuova, 4ª ed., Roma 2005, pp. 101-108

[…] n. 37. A chi fra tutti quelli che sono ricordati nella Scrittura furono scavate le mani e i piedi? Chi fu appeso sul legno e finì la sua vita sulla croce per la salvezza di tutti? Abramo morì spirando su un letto; Isacco e Giacobbe morirono anch’essi dopo aver disteso i piedi su un letto. Mosè ed Aronne finirono la vita sul monte; Davide morì nella sua casa senza essere vittima di un complotto dei popoli. Se fu ricercato da Saul, rimase tuttavia indenne. Isaia fu segato ma non fu appeso su un legno; Geremia fu maltrattato ma non morì in seguito ad una condanna: Ezechiele patì, non però per il popolo, ma perché preannunciava quello che sarebbe accaduto al popolo. Inoltre, tutti questi, anche se pativano, erano uomini come tutti gli altri secondo la somiglianza della natura; invece colui di cui le Scritture annunciano che patisce per tutti non è semplicemente uomo, ma è detto vita di tutti, sebbene sia per natura simile agli uomini. “Vedrete – dice – la vostra vita appesa davanti agli occhi vostri” (Dt 28,66). E ancora: “Chi può indicare la sua origine?” (Is 53,8). Di tutti i santi si può apprendere l’origine ed indicare chi è ciascuno di essi e da chi è nato; ma a proposito di colui che è la vita le divine parole dichiarano che la sua origine è ineffabile.

Chi è dunque colui del quale le divine Scritture parlano così? Chi è così grande che i profeti preannunciano di lui caratteristiche così grandi? Nelle Scritture non si trova nessun altro all’infuori del comune Salvatore di tutti, il Dio Verbo, che è il Signore nostro Gesù Cristo. Egli è colui che uscì dalla Vergine, apparve come uomo sulla terra e la cui origine secondo la carne è ineffabile. Nessuno, infatti, può indicare il “padre” suo secondo la carne perché il suo corpo non deriva da un uomo, ma dalla Vergine soltanto. Come, seguendo le genealogie, si possono indicare gli antenati di Davide, di Mosè e di tutti i patriarchi, così nessuno può dimostrare che il Salvatore ha avuto origine da un uomo secondo la carne. Egli ha fatto sì che la stella segnalasse la nascita del suo corpo, perché il Verbo che discende dal cielo e l’arrivo del creato doveva essere conosciuto chiaramente da tutta la terra. Certo nacque in Giudea, ma i Persiani vennero ad adorarlo. Egli già prima della sua manifestazione corporea aveva riportato la vittoria sui demoni suoi avversari e trofei contro l’idolatria. Perciò tutti i pagani provenienti da ogni luogo, rinnegando le consuetudini patrie e l’empio culto degli idoli, pongono in Cristo la loro speranza e si consacrano a lui, come si può vedere con i propri occhi. L’empietà degli Egizi è cessata solo quando il Signore dell’universo, come trasportato su una nube, scese lì con il suo corpo e ridusse all’impotenza il vano culto degli idoli, riconducendo tutti a sé e attraverso di sé al Padre. Egli fu crocifisso, come attestano il sole, il creato e coloro stessi che lo condussero alla morte. Con la sua morte è avvenuta la salvezza per tutti e tutta la creazione è stata riscattata. Egli è la vita di tutti e come una pecora offrì alla morte il suo corpo come vittima per la salvezza di tutti, anche se i Giudei non credono.

Nicea

n. 38. Se a loro giudizio queste prove non sono sufficienti, si lascino almeno persuadere da altri passi che anch’essi hanno a disposizione. Infatti, di chi i profeti dicono: “Divenni manifesto a chi non mi cercava e mi feci trovare da chi non mi interrogava; dissi: Eccomi, a gente che non invocava il mio nome; tesi le mani ad un popolo disobbediente e ribelle?” (Is 65,1-2). Chi è dunque colui che divenne manifesto? Vorrei che lo si domandasse ai Giudei. Se è il profeta, dicano quando era nascosto per potersi poi rivelare. Inoltre, che profeta è mai questo che si rivelò dopo essere stato invisibile e poi distese le braccia sulla croce? Certamente nessuno dei giusti, ma solo il Verbo di Dio che è incorporeo per natura, si rivelò nel corpo per noi e patì per noi. Se neanche questa testimonianza è sufficiente, arrossiscano almeno di fronte ad altre, vedendo una confutazione così chiara. Dice, infatti, la Scrittura: “Irrobustitevi, o mani fiacche e ginocchia vacillanti; consolatevi, o cuori pusillanimi; coraggio, non temete. Ecco, il nostro Dio renderà giustizia, verrà lui stesso e ci salverà: allora si apriranno gli occhi ai ciechi e le orecchie dei sordi udranno; allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua dei muti si scioglierà” (Is 35,3-6). Che cosa possono dire di questo? Come osano opporsi a questo? La profezia dichiara che Dio viene e fa conoscere i segni e il tempo della sua venuta: affermano che con il sopraggiungere della sua divina venuta i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i sordi odono e la lingua dei muti si scioglie. Ci dicano quando sono avvenuti questi segni in Israele o dove è accaduto qualcosa di tale in Giuda. Fu bensì guarito il lebbroso Naaman, ma né un sordo udì né uno zoppo camminò. Elia ed Eliseo risuscitarono un morto, ma nessun cieco dalla nascita acquistò la vista. È veramente un grande prodigio risuscitare un morto, ma non così grande come il miracolo compiuto dal Salvatore. Del resto, se la Scrittura non ha passato sotto silenzio il fatto del lebbroso e del figlio morto della vedova, certamente se uno zoppo avesse cominciato a camminare e un cieco avesse ricuperato la vista, la Parola non avrebbe mancato di far conoscere anche questo. Perciò, dal momento che di questo nelle Scritture non si parla, evidentemente prima questi prodigi non sono avvenuti. Perciò, quando sono avvenuti, se non allorché il Verbo stesso di Dio è venuto nel corpo? E quando è venuto se non allorché gli storpi si misero a camminare, ai muti si sciolse la lingua, i sordi udirono e i ciechi dalla nascita acquistarono la vista? Perciò anche i Giudei contemporanei che vedevano tutto questo, convinti di non aver mai sentito dire che questo era accaduto in altro tempo, dicevano: “Da che mondo è mondo non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. E se questi non fosse da Dio, non avrebbe mai potuto far nulla” (Gv 9,32-33).

S. Atanasio

n. 39. Ma forse anch’essi, non potendo combattere contro fatti evidenti, non rinnegheranno ciò che è stato scritto, ma affermeranno con vigore che attendono questi prodigi e che Dio non è ancora venuto. Diffondendo dappertutto ciarle di questo genere, non si vergognano di essere così imprudenti di fronte a fatti evidenti. Eppure a confutarli su questo argomento non saremo noi i primi, ma il sapientissimo Daniele, il quale annuncia il tempo presente e la divina venuta del Salvatore dicendo: “Settanta settimane furono fissate per il suo popolo e per la città santa: per mettere fine al peccato, per mettere i sigilli ai peccati, cancellare le iniquità, espiare le iniquità, ricondurre la giustizia eterna, suggellare la visione e il profeta ed ungere il Santo dei Santi. Da quando è uscita la parola tu saprai e comprenderai per rispondere ed edificare Gerusalemme, finché l’Unto sia il principe” (Dn 9, 24-25).

Forse negli altri passi possono trovare pretesti e riferire al futuro quanto è stato scritto. Ma di fronte a queste parole che cosa possono dire, come possono resistere? Qui si indica l’Unto e colui che viene unto non viene preannunciato semplicemente come uomo, ma come Santo dei Santi, Gerusalemme esiste fino alla sua venuta e quindi cessano in Israele il profeta e la visione. Furono unti nel passato Davide, Salomone ed Ezechia, ma Gerusalemme e il luogo santo esistevano ancora e i profeti continuavano a profetare: Gad, Asaph e Natan e dopo di loro Isaia, Osea, Amos e gli altri. Inoltre, gli stessi unti furono chiamati uomini santi e non santi dei santi. Se poi presentano come argomento la cattività, affermando che a causa di essa Gerusalemme non esisteva più, che cosa possono dire dei profeti? Quando nel passato il popolo scese a Babilonia, c’erano lì Daniele e Geremia, e profetavano Ezechiele, Aggeo e Zaccaria.

Dunque i Giudei raccontano favole e passano oltre il tempo presente. Quando cessarono il profeta o la visione in Israele, se non ora che è venuto Cristo, il Santo dei Santi? Segno e grande prova della venuta del Verbo è che Gerusalemme non esiste più, che non è più sorto un profeta e non si rivela più loro una visione. Ed è molto giusto che sia così. Infatti, quando venne colui che era stato annunciato, che bisogno c’era ancora di annunciatori? Essendo ormai presente la verità, che bisogno c’era ancora dell’ombra? Per questo profetarono finché giunse la Giustizia-in-sé e colui che riscattava i peccati di tutti. Per questo Gerusalemme esisteva così a lungo, affinché li meditassero in anticipo le figure della verità. Quindi, una volta venuto il Santo dei Santi, giustamente fu messo il sigillo alla visione e alla profezia ed è cessato il regno di Gerusalemme. Presso di loro furono unti i re fino al momento in cui fu unto il Santo dei Santi. E Mosè profetizza che il regno dei Giudei esisterà fino a lui dicendo: “Il capo non sarà allontanato da Giuda né il principe dai suoi lombi, finché giunga ciò che è riservato per lui; ed egli è l’attesa delle genti” (Gen 49,10). Perciò il Salvatore stesso proclamava: “La legge e i profeti hanno profetato fino a Giovanni” (Mt 11,13). Dunque, se ora c’è tra i Giudei un re o un profeta o una visione, essi hanno ragione di negare che Cristo è venuto; se invece non c’è più ne re, né visione, ma è stato messo il sigillo ad ogni profezia e la città e il tempio sono stati distrutti, perché sono così empi e trasgressori da non vedere ciò che è accaduto e negare che Cristo ha fatto tutto questo? Perché, vedendo che i Gentili abbandonano gli idoli e mediante Cristo ripongono la loro speranza nel Dio di Israele, non riconoscono Cristo, che è nato dalla radice di Iesse secondo la carne e da allora regna? Se i gentili onorassero un altro Dio senza riconoscere il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè, avrebbero una giusta scusa per dire che Dio non è venuto. Se invece i Gentili onorano quel Dio che ha dato la legge a Mosè e ha fatto la sua promessa ad Abramo – quel Dio del quale i Giudei hanno disonorato il Verbo – perché non riconoscono, o piuttosto perché si rifiutano volontariamente di vedere che il Signore profetizzato dalle Scritture ha brillato sulla terra ed è apparso su di essa in forma corporea, come dice la Scrittura: “Il Signore Dio è apparso a noi” (Sal 117,27). E ancora: “Mandò il suo Verbo e li guarì” (Sal 106,20). E ancora: “Non fu un messaggero o un angelo, ma il Signore stesso a salvarli” (Is 63,9).

Sono in una condizione simile a chi, colpito nella mente, vede bensì la terra illuminata dal sole, ma nega l’esistenza del sole che la illumina. Che cosa può fare di più, quando verrà, colui che essi attendono? Chiamare i Gentili? Ma sono già stati chiamati prima. Far cessare il profeta, il re e la visione? Ma anche questo è già avvenuto. Denunciare l’empietà degli idoli? Ma essa è già stata denunciata e condannata. Ridurre all’impotenza la morte? Ma vi è già stata ridotta. Come si può dunque dire che non è accaduto ciò che Cristo deve compiere? Che cosa non è stato ancora compiuto, così che i Giudei si rallegrino e non credano? Se, come appunto vediamo, presso di loro non c’è più né re, né profeta, né Gerusalemme, né sacrificio di visione, ma tutta la terra è piena della conoscenza di Dio (Is 11,9) e i Gentili, abbandonando l’empietà, si rifugiano nel Dio di Abramo mediante il Verbo, il Signore nostro Gesù Cristo, dovrebbe essere evidente anche per i più imprudenti che Cristo è venuto, ha illuminato assolutamente tutti con la sua luce ed ha impartito il vero e divino insegnamento circa il Padre suo. Dunque con queste e ancor più numerose testimonianze ricavate dalle divine Scritture si possono giustamente confutare i Giudei”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

 

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