Nulla salus extra Mariam

 

Nulla salus extra Mariam

L’antica definizione patristica, secondo cui “nulla salus extra Ecclesiam”, andrebbe non soltanto riscoperta in ambito teologico e pastorale, ma molto più profondamente marianizzata, cogliendo la vera sorgente che dogmaticamente la struttura: “Nulla salus extra Mariam”(“Non c’è salvezza senza Maria”).

Non è la teoria devozionale, tuttavia, a generare una così forte conclusione, bensì la stessa economia storica della salvezza, sin troppo emarginata, nella coscienza cristiana, dall’interpretazione soltanto tipologica della figura di Maria.

In questo senso, occorrerebbe ripensare attentamente alla figura storica di Maria. Spesso si pensa a lei in termini soltanto figurativi, tipologici e simbolici, perdendosi in immaginazioni sin troppo distanti, perché non oculari, rispetto alla straordinaria ed irripetibile identità storica della Madre di Gesù, la Vergine di Nazareth, la sposa di Giuseppe.

Quanto sarebbe produttiva una comprensione storico-salvifica alla luce di Maria, quanta strada spianata troverebbe lo stesso discorso su Dio, spesso astruso ed evanescente nelle sue conclusioni, se imbastisse la propria struttura non “nonostante Maria”, bensì proprio “a partire da” Maria.

Paradossalmente, invece, Maria viene ancora oggi ampiamente emarginata, nel suo rapporto singolare con la storia della salvezza, dalla prospettiva teologica. Alcuni corsi universitari di Mariologia manifestano una strutturale disattenzione rispetto alla singolarità storica della Vergine di Nazareth, contestualizzata in un preciso contesto sociale, culturale e religioso e legata ad un determinato frangente di rivelazione, impedendo così al ricercatore di poter cogliere ed imbastire una vera Teologia Mariana, capace di distinguere e relazionare argomentativamente tra loro la storia singolare ed il tipo teologico.

La soggettività concreta di Maria viene marcatamente oscurata, intrappolandola dentro teorie e strutture dogmatiche che a lei non corrispondono, cercando forzatamente di penetrare il suo mistero ricorrendo a parallelismi tipologici fondati su parametri soltanto ecclesiologici.

Prima ancora che la figura della Chiesa, tuttavia, Maria è se stessa, irripetibilmente se stessa: la Madre di Gesù. Si tratta perciò di studiare con ardore e passione questa singolarissima e storica relazione materno-filiale, al di fuori di qualsiasi parametro previo imposto da una teologia tipologica. A motivo di questa relazione Madre-Figlio, strutturata sul modello d’Amore Paterno, ci viene gratuitamente elargita la Salvezza, rendendo quindi erronea ogni interpretazione salvifica al di fuori di questa stessa relazione.

Il Cattolicesimo contemporaneo, tuttavia, così apparentemente legato al culto mariano, esprime tutta la fallacia di una devozione mariana disarcionata dal legame storico con la Donna di Nazareth ed ancorata soltanto al simbolismo, peraltro spesso malinterpretato, dei brani evangelici su Maria.

Tutta l’economia biblica, infatti, parla di Maria. Tutto l’orizzonte storico-salvifico ha lei per epicentro di salvezza, non in contrapposizione dialettica, come intendono alcuni, ma semmai in una complementarità associativa alla Redenzione di Cristo.

Quanto giovamento, in questo senso, troverebbe oggi la pastorale giovanile, così poco marianamente edotta, se inserisse nelle proprie attività un nuovo ingrediente mariano, guardando appunto alla Donna di Nazareth quale veicolo di comprensione esistenziale, strumento di autostima, conforto di fronte alla situazionalità quotidiana ed alimento di ogni attività umana.

Invece no. Si parla molto, è vero, di Maria, ma sempre come di una cornice, come di un ornamento supplementare, tracciandone la figura soltanto in termini decorativi rispetto all’immagine centrale della raffigurazione. Un Cristo senza Madre, tuttavia, nell’ordine salvifico è un Cristo orfano, poiché nel suo piano di Salvezza Maria gli è indivisibilmente e perennemente associata.

I giovani, tuttavia, hanno bisogno di Maria. La sua Verginità, spesso drammaticamente reinterpretata da nuove proposte ermeneutiche, rischia di essere distorta proprio dal cattivo esempio di alcuni fallaci suoi annunciatori. Quanto incompresa, infatti, è ad esempio la sua personale e libera scelta verginale, alle volte presentata come se fosse per lei un destino inevitabile dissociato dalla sua libertà; quanto denigrata, quanto occultata la sua consapevolezza di essere Madre della Sapienza, e quindi, per dono divino, la Sapiente lei stessa, Colei che conosce la volontà del Padre e totalmente vi obbedisce per la salvezza umana.

La verità è che alcuni pastori contemporanei hanno paura di difendere ed annunciare alcuni valori mariani, come ad esempio la Verginità, di fronte alla realtà giovanile. Temono di indebolire l’affluenza della propria utenza, evitando prontamente il discorso laddove esso, semmai, andrebbe con forza sottolineato. La Verginità mariana, infatti, è la verginità di un’Eva senza colpa che reintegra l’umanità nell’orizzonte dell’amicizia divina, permettendo alla stessa umanità decaduta di ricevere per lo meno in una, fra tutte le creature di Dio, una solidarietà nell’Immagine ormai drammaticamente infranta.

I giovani amano Maria inconsciamente, mentre invece, consciamente, alcuni annunciatori sembrano incapaci di svilupparne l’incipiente conoscenza nei loro cuori. Maria ama i giovani, è il loro modello e, appunto, la loro salute: i pastori dovrebbero annunciare con forza questa realtà teologica se veramente i giovani sono al centro della loro preoccupazione pastorale.

Sbagliano, e tragicamente, tutti coloro che temono di intralciare la Signoria di Cristo qualora eccedessero nella lode mariana. Falso. Si tratta, infatti, di un satanismo dialettico, di un’argomentazione diabolica strutturalmente antibiblica.

In questo senso, la ripresa di alcuni grandi maestri mariani, come Bernardo di Chiaravalle, il Montfort o il De La Potterie, potrebbero rinvigorire una Teologia Mariana oggi troppo debole nel suo approccio storico e strutturale.

In ambito pastorale, poi, il risultato è ancor più deleterio. Troppo poco, infatti, si studia, si parla e si prende Maria di Nazareth come riferimento ed approdo di significato nella prassi diocesana. Questo perché in alcuni ambienti teologici non è amato “troppo” il discorso mariano; Maria, del resto, è per certi aspetti un segno di contraddizione ancor più radicale di quanto, e neanche troppo paradossalmente, non lo sia lo stesso Gesù.

Queste ragioni spiegano, fondamentalmente, anche il perché di una tale ripugnanza, da parte di non pochi cosiddetti “esperti”, rispetto al fenomeno di Medjugorje.

Caricare la Donna di Nazareth, tuttavia, di un bagaglio di privilegi tanto astratti quanto lontani dalla storicità della sua esistenza, non costituisce un rafforzamento mariano, bensì una sua denigrazione. Maria, infatti, non è una stella lontana o un’ideale prototipico, bensì, come direbbe il Guardini, un concreto vivente, una donna viva, la Madre e la Vergine prediletta dal Creatore nell’ordine del suo piano salvifico.

Il fatto emblematico è proprio l’affidamento a Maria, e non al Padre, che Gesù Crocifisso stabilisce sulla Croce: è Maria, allora, colei che su questa terra dobbiamo conoscere, amare ed imitare per trovare quella salvezza che, in Cristo, verrà elargita a coloro che avranno perseverato sino alla fine.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

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