Parliamo meno di calcio

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Parliamo meno di calcio

Così come si presenta nella sua fenomenologia attuale, il calcio è uno sport che rappresenta un disvalore fondamentale, inerente sia la dimensione cristiana sia quella etica e sociale. L’offesa principale a nostro avviso riguarda il comandamento fondamentale della nostra economia cristiana: ama il prossimo tuo come te stesso. Il calcio, nella sua forma agonistica e commerciale, ne costituisce l’esatta ed esplicita violazione: sia nel campo di gioco, sia sugli spalti, sia nelle onnipresenti trasmissioni calcistiche, sia ancora nei luoghi pubblici e persino dentro le scuole, dove pure risulta essere l’argomento principale di conversazione di molti giovani.

Si parla troppo di calcio, in questo nostro Paese, senza accorgerci di come esso costituisca una psicosi collettiva. Partiamo dal pessimo esempio offerto spesso dai diretti interessati: vanità, ricchezza, violenza gestuale e comunicativa, superficialità di costume, degrado morale. Risulta molto triste, per chi frequenta le scuole, gli oratori o altri ambienti giovanili, vedere come molti giovanissimi imitino le penose gesta dei loro idoli senza comprendere il significato di una tale sequela ideologica: linguaggio scurrile, offese agli avversari, cori carichi di parolacce e insulti, vanità e malcostume.

Veniamo poi alla dimensione economica. In un tempo di crisi globale, c’è chi guadagna cifre colossali e, a sua volta, c’è chi queste cifre le consegna e le amministra, al solo fine di rendere godibile e ancora più disumano uno sport in se stesso povero di contenuti formativi e culturali. Miliardari intenti solo a guadagnare ancora di più, a produrre nuovi introiti, senza riflettere sulla bassezza morale di un certo tipo di attività, né all’effetto sociale che essa produce nell’utenza popolare.

Una parte di mondo soffre e muore, mentre un’altra parte se la gode, sperpera, salta sugli spalti ed inveisce contro gli avversari e soprattutto impiega la propria concentrazione intellettuale unicamente in riferimento a contenuti calcistici.

La televisione asseconda questo perverso insegnamento sociale, proponendo in continuazione esagitate e scadenti programmazioni calcistiche, quasi come se un rigore dato o un gol annullato rappresentassero un problema sociale di rilievo.

Un tempo le partite si giocavano solo la domenica, offendendo, se si vuole, già abbastanza il giorno riservato al Signore. Oggi invece si giocano ogni giorno, offendendo tutta quanta la settimana, la pace intrafamiliare, la componente relazionale, la buona pace del silenzio e della contemplazione spirituale.

Coloro che dovrebbero fermare questo processo di deleteria inculturazione sociale, lo promuovono invece ancor di più, rappresentando un pessimo esempio per le nuove generazioni che con molta retorica e senza alcuna competenza loro stessi, nei loro discorsi, molto spesso decantano.

Lo sport dovrebbe essere condivisione, esercitazione fisica, manifestazione di un dono ricevuto da Dio al fine di essere comunicato al prossimo. Invece oggi il calcio produce soltanto divisione, opposizione, bullismo, fanatismo ed ignoranza.

Striscioni razzisti

Qualcuno dovrà rispondere di tutto questo davanti a Dio. Dio osserva ciò che i suoi figli compiono ogni giorno e certamente non se ne può compiacere. Il calcio, infatti, al punto in cui è giunto nella nostra società offende frontalmente proprio Colui che ci ha fatto dono del tempo, del denaro, della salute, del corpo, del prossimo. Si tratta di una malattia contemporanea destinata a crescere a dismisura, osservando l’esempio di alcuni operatori televisivi che inscenano, pagati bene, insulse e spasmodiche telecronache, commenti carichi di bassezza morale, contenuti privi di qualsiasi insegnamento culturale ed umano e totalmente diseducativi.

E molti giovani crescono così. Con questi nuovi maestri contemporanei, gli idoli del pallone, capaci di parlare solo di calcio e dello scostumato mondo ad esso correlato. Questo accade mentre una parte di umanità muore di fame. La televisione applaude, ma la coscienza cattolica riflette e soffre.

Che Dio ci apra una via di liberazione da questo fenomeno deleterio, che rappresenta forse uno dei peggiori mali sociali del nostro paese. E se qualcuno esce dal gruppo, cercando la diffusione di contenuti di fede o comunque socialmente utili proprio nel contesto di questa colossale macchina d’ignoranza, porta certo il peso di una tale iniziativa, la quale tuttavia alle volte è soltanto una superficiale pubblicizzazione ulteriore.

Facciamo un esempio. Il segno di Croce mentre si entra in campo, o le magliette della Madonna da esibire quando si segna un gol, o ancora il dito verso il cielo, o la preghierina a mani giunte davanti alle telecamere.

Questa è superstizione, non fede. La fede non cerca esibizioni, né telecamere e nemmeno commenti. La superstizione sì, perché viene dall’ignoranza.

Risse fuori stadio

Forse allora, anziché scrivere sui muri slogan del tipo “meno Chiese, più case”, occorrerebbe dire: “Basta con questo calcio!”. Basta parlare solo di calcio! Basta con questo giro di miliardi! Basta con questo linguaggio da stadio, diffuso a macchia d’olio nelle nostre società e nelle nostre famiglie!

L’umanità soffre e Dio attende. L’ora del giudizio arriva per tutti. Cerchiamo piuttosto di amare il nostro prossimo secondo il consiglio evangelico. E allora, se avremo voglia di tirare due calci ad un pallone, potremo farlo senza l’assillo della vittoria, dell’abbonamento allo stadio o della diretta televisiva.

Calcio scommesse

Il fenomeno “calcio” è dunque una problematica seria dei tempi contemporanei. Esso in ultima istanza ha un fondamento teologico che interpella anche la Chiesa cattolica, chiamata a stimolare con tutte le sue forze una ripresa del valore dello sport in termini ausiliari alla vita dello spirito e non ad essa sostitutivi. Purtroppo anche alcuni oratori e parrocchie cadono nella trappola dell’ “economicamente redditizio” e del “socialmente produttivo”, finendo per concentrare determinate risorse economiche proprio su attività calcistiche che prescindono completamente dal valore religioso di fondo. Di modo che non si va più in oratorio come pensava don Bosco, il quale se necessario sapeva anche correre dietro al pallone purché fosse utile alla formazione spirituale, bensì unicamente per giocare a calcio, senza pensare minimamente alla preghiera o ad alcuna partecipazione cristiana.

Tutto ciò è un’ulteriore conseguenza di quel fondamentalismo calcistico che come una malattia tumorale ormai si espande in tutti gli ambiti della nostra società italiana.

Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino

 

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