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Commento al libro “Il Signore”

Commento al libro “Il Signore”, di Romano Guardini

(Commento a cura di Francesco Gastone Silletta – © La Casa di Miriam Torino)

Parlare di Gesù. Di per sé non si trova nulla di eccezionale in questa espressione, soprattutto se si considera il “parlare” come un dire qualcosa a proposito di qualcuno, “nominarlo” nel senso di affermare delle definizioni su di lui e in qualche modo “diffondere”, pubblicizzandola, la sua esistenza, la sua personalità, il fatto che costui esista o sia esistito storicamente. Tuttavia, nel caso di Romano Guardini questo “parlare di Gesù” ha una pregnanza di significato molto più profonda di quanto, rimanendo in superficie, si potrebbe pensare. Il suo è un parlare frutto di una lunga e cosciente osservazione, analisi, contemplazione. È un parlare che nasce da un lungo silenzio, e proprio ad una dimensione di silenzio conduce il lettore di questa sua lunga opera. È il silenzio di chi vede Gesù e scopre, di fronte a questa “visione”, una impossibilità di confronto dialettico, l’inutilità di un pronunciamento sapienziale, di una riflessione filosofica, di tracciarne una psicologia o quant’altro sia frutto di un “parlare” umano secondo le coordinate comuni del mondo. Guardini guarda Gesù e ci comunica, umilmente, il contenuto di questo suo contemplare, lo analizza, sì, ma attraverso l’analisi del silenzio, esortando il lettore, a sua volta, a porsi in questo atteggiamento che egli stesso definisce lungo l’opera una vera e propria “adorazione”, un porsi di fronte al proprio limite, contemplando ciò che tale limite oltrepassa ed al contempo presuppone.
Guardini non si avventura, tuttavia, in un sentiero senza meta. Senza determinate coordinate, senza l’uso di determinati parametri personali, anche il viaggio verso Gesù, che tutto illumina, può soggiacere ad un blando ed effimero romanticismo, ed in ultima istanza non condurre da nessuna parte. L’autore invece conosce il rischio di un viaggio a vuoto, di un inutile far scorrere tante parole condensate dentro ad un libro, e pertanto si cautela a priori, stabilisce la propria frontiera e considera i mezzi a propria disposizione prima di addentrarsi in quest’opera così ampia e dal valore monumentale.
La prima risorsa di cui Guardini dispone è comune anche ai suoi lettori, a quell’immaginaria “utenza” accomunata dalla “curiosità”, profonda o superficiale che sia, rispetto alla figura di Gesù, il Signore. Questa risorsa è la Sacra Scrittura. L’unica vera, reale, suprema corte di cassazione dell’esistenza cristiana è per Guardini la Parola di Dio, il Dio che è al contempo “parlante e parlato”, nell’intimità della comunione resa possibile dal suo essere Spirito Santo. È una Parola che il Padre pronuncia dall’eternità e che fin dall’eternità è diretta al Figlio, in cui tutto abbraccia: “Il Verbo contiene in essenzialità semplice tutto ciò che si trova diffuso nell’ampiezza del mondo, nella lunghezza del tempo, nella profondità dei significati”.
La Scrittura è perciò per l’autore la fonte principale del suo lavoro, costantemente ripresa, citata, posta di fronte agli occhi ma soprattutto alla coscienza del lettore. Non si tratta, tuttavia, di citazioni indipendenti, casuali, né di estrapolazioni o di rimandi improvvisati: tutto è rigorosamente contestualizzato, segue una determinata traiettoria, è finalizzato ad una meta ben precisa, di cui si è detto sopra.
In questo senso l’autore dà una chiara struttura “geografica” al proprio lavoro, seguendo una precisa suddivisione in 7 grandi parti principali, a loro volta condensate in vari e brevi capitoli interni. Stupisce positivamente la chiarezza linguistica di ogni singolo capitolo, ognuno con un inizio ed una fine argomentativi propri, senza tuttavia creare alcun genere di frattura narrativa o didattica. Il filo conduttore del discorso procede inesorabile, sempre, ritmicamente, creando nel lettore una continua corrispondenza ed inducendolo per questo costantemente a “dover girare pagina”, a scoprire cosa c’è dietro.
Sul versante del contenuto, l’autore segue l’impostazione più logica e prevedibile, senza cadere mai, tuttavia, in una plausibile ripetitività o retorica. Ciò che della Scrittura l’autore pone in evidenza è essenzialmente il Nuovo Testamento, dal Vangelo di Marco sino all’Apocalisse, unendo a quella che è la cronologia-disposizione dei Testi Sacri la cronologia dei fatti relativi alla Storia della Salvezza neotestamentaria, partendo cioè dall’Incarnazione del Logos sino alla sua seconda venuta (parusia), così come prefigurata nell’Apocalisse di S. Giovanni. Non si tratta, tuttavia, di un reportage biblico, né di un lungo commento al Nuovo Testamento o meno ancora di un manuale di teologia. Questo genere verrebbe rigettato dall’interlocutore ideale dell’autore, indubbiamente distante da un approccio storico-critico, o comunque “accademico” verso Gesù.
Il genere letterario somiglia più ad una grande parenesi catechetica, ad una raccolta di “spiragli di luce” emessi dai singoli testi del Nuovo Testamento (e non solo) di volta in volta considerati e rispetto ai quali Guardini si pone in atteggiamento recettivo ed al contempo persuasivo: offre al lettore l’esperienza che egli stesso ha esperito nell’incontro con il Signore, senza tuttavia sabotare la libertà-diversità di pensiero del suo lettore, senza violare la barriera della ricezione personale di un dato messaggio o l’ “opinione” di ognuno rispetto ad un dato tema proposto. Ciò fa sì che il lettore si senta accolto ed al contempo mai emarginato dalla grande famiglia di lettori virtuali che l’opera stessa genera attorno a sé.
Le tematiche affrontate dall’autore sono tuttavia “pesanti”, cariche di significanza, fino a portare il lettore verso un personale auto-smarrimento esistenziale di fronte all’esistenza che, sotto vari profili, gli viene costantemente presentata: l’esistenza del Signore. Alcune di queste tematiche, in particolare, sono moderate dal pensiero guardiniano, dalla sua profonda competenza pedagogica, dal suo riflettere filosoficamente e dalla sua stessa formazione teologica. Guardini mostra di avere un proprio pensiero specifico, si muove dialetticamente entro delle grandi sintesi sistematiche che egli stesso ha costruito. Pertanto è egli medesimo un fautore di concetti, un punto di riferimento e di inevitabile confronto-scontro con altre posizioni di pensiero. È un nodo, una tappa obbligata, un “vertice” rispetto al quale altri grandi e successivi pensatori, tra cui Ratzinger e von Balthasar, si sono confrontati attentamente attingendone varie linee portanti.
Qui, fra le oltre 720 pagine di quest’opera, il peso specifico del pensiero di Guardini non sfugge al lettore, soprattutto a colui che è già avvezzo all’esposizione guardiniana.
Il suo interesse quasi “drammatico” verso la libertà umana, ad esempio, è uno di questi, come si può evincere anche in un’altra opera di Guardini, intitolata “Mondo e persona”. Il punto di riferimento è tuttavia la libertà di Gesù, verso la quale dobbiamo orientare il nostro pensiero senza necessariamente “guardare tutto a partire dall’esito” della sua vicenda terrena, quasi come se egli dovesse “per forza” incarnarsi, predicare il Regno, poi patire, risorgere, ecc.
Proprio la nostra profonda condizione di libertà umana è per Guardini ciò che realmente realizza, portandola alla sua suprema culminazione, l’universale efficacia creatrice di Dio. Essa, infatti, è “vincolata” alla libera decisione dell’uomo. Qui Guardini è molto chiaro: “Dio apre spazio alla libertà umana limitando apparentemente se stesso […]  Perché tale libertà potesse sussistere, Dio doveva necessariamente divenire “debole” nel mondo, altrimenti non ci sarebbe stato alcun NO umano”.

Questa è quella che l’autore definisce come la prima istanza di libertà. Di qui ne deriva una seconda, che riporta anche nel già citato testo “Mondo e persona”: “Il non poter fare altrimenti”. Su questa base che, apparentemente, detta così, pare precludere piuttosto che dischiudere la libertà umana, in realtà si fonda la libertà più autentica, una condizione in cui, colto a me stesso di fronte a ciò che veramente io sono, oltrepassati tutti i filtri psicologici, biologici, ecc., io mi riconosco come soggetto che altro non può fare che abbandonarsi a Lui.

Un altro tema che l’autore affronta con un notevole coinvolgimento personale è rappresentato dal binomio solitudinesofferenza di Gesù. Il primo punto rappresenta una novità nell’ambiente teologico-esegetico per lo sforzo persuasivo con cui viene evidenziato. Gesù era solo. Drammaticamente solo. Una solitudine, si comprende, rispetto agli uomini. Sappiamo infatti come la volontà del Padre fosse per lui l’unica vera compagnia, “così come il sangue per la vita umana”, dice Guardini. Ciò che Gesù ha con-diviso con il genere umano, incarnandosi, non è stato a sua volta condiviso da nessuno tra gli uomini (su questo punto Guardini forse sottovaluta l’unione di Maria all’esistenza storica del Figlio – si tratta comunque di una nostra personale osservazione).

Su questa base esistenziale trovano per Guardini la loro vera consistenza le tentazioni di Satana, in particolare quelle nel deserto riportate dai Vangeli. Satana conosce la solitudine umana di Gesù, il vero deserto che egli ha attorno a sé. Conosce anche, come Guardini riporta, la condizione biologica precaria di un uomo sottoposto ad un lungo tempo di digiuno, che produce un primo processo di autocombustione dell’organismo e soprattutto delle “vertigini dello spirito”, nel senso che vengono meno le proprie difese spirituali e lo spirito stesso “si fa acuto nel sentire”. In questo senso davvero si rischia di ripensare a questi fatti come “inevitabili”, “necessari”, “scontati”, come se appunto sapessimo “che tanto doveva andare così“.
Questo è il presupposto che porta a quella che Guardini definisce “la perdita del raccapriccio per l’assassinio di Dio”. Soprattutto se si guarda con occhio attento alla reale entità della sofferenza che il Figlio di Dio incarnato ha sperimentato con la sua morte. Per Guardini “nessuno è morto come lui. Non è vero che altri sono morti in modo più terribile. Tanto più tremenda è la morte, quanto più forte, pura, delicata è la vita su cui essa si abbatte. La nostra vita è sempre soggetta alla morte: che cosa significhi propriamente la vita, noi non lo sappiamo affatto”. In questo senso la morte di Gesù è un “unicum” storico, il suo dolore è il frutto estremo dell’antitesi radicale fra la morte ed il suo essere Vita. Nessuno, del resto, per le premesse esposte poco sopra, può davvero testimoniare la portata di questo dolore che Gesù ha voluto liberamente sperimentare su di sé.
Vi è poi un altro grande tema, caro all’autore, relativo alla differenza fra giustizia e amore, che egli stesso così definisce: “La giustizia ordina, ma l’amore è fecondo”. Riprendendo l’ammonimento di Gesù ai suoi discepoli affinché andassero oltre la giustizia degli scribi e dei farisei, Guardini guarda pedagogicamente all’impossibilità, anche per l’uomo contemporaneo, di elevarsi oltre la soglia della giustizia, che spesso suona come “regolamento dei conti”, se non si è inondati dalla spinta dell’amore, su cui a sua volta si fonda il perdono: “Il perdono significa per me rinunciare all’atteggiamento difensivo, apparentemente chiaro e rassicurante. Devo superare il timore ed osare di essere indifeso [… ] L’istinto che spinge alla vendetta vuole ristabilire il mio sentimento di me stesso, umiliando il nemico. Il perdono significa la rinuncia a ciò, presuppone che il mio sentimento di me stesso si innalzi al di sopra della dipendenza dal comportamento dell’altro”. Tutto questo grazie ad una coscienza di me stesso, del mio valore proprio ed inattaccabile, che mi deriva dal riconoscermi creatura in Cristo. Proprio la vita in Cristo è un punto di riferimento dell’autore, costantemente, dall’inizio alla fine dell’opera. Lo stesso Cristo che, a differenza di Socrate o di Buddha, “non si è sforzato di attraversare il mare dell’incertezza, non ha cercato una verità”. Egli precede tutto ciò, poiché lo possiede essenzialmente, “è” quella stessa Verità verso cui, seppure con onore, si sono volti i grandi pensatori o religiosi dell’antichità. Anche in questo egli è solo, poiché l’uomo, persino i suoi più stretti discepoli, l’hanno perimetrato entro i confini del grande Maestro, del bravo pedagogo, non riuscendo tuttavia, poiché fermi all’ambito del naturale, a distinguere ciò che è Dio di Verità da ciò che, nell’immanenza umana, è un seppur nobile “risvegliato”, “illuminato”, ecc.
Del resto la vera fede, che per Guardini “è opera dello Spirito Santo”, “non è un semplice approfondimento o potenziamento del conoscere reale, ma la risposta particolare che l’uomo, ricevuta la chiamata, dà alla persona ed all’azione di Cristo”. Per questa ragione l’uomo si trova costantemente ad un crocevia, deve ogni momento rinsaldare le fondamenta della propria fede, in particolare mediante l’adorazione, citata all’inizio, che per Guardini è “espressione della verità mai consumata”, un abbandonarsi, nella propria limitatezza, all’illimitata potenza di Dio che in Cristo ci accoglie: “Il credente farebbe bene a dire di “non essere cristiano”, ma a cercare di divenire tale”. La comunione con Cristo è per Guardini il vertice dell’esistenza umana, alla luce della straordinarietà inconcepibile con cui essa si attua. Cristo è in noi, infatti, abolendo persino la “barriera” della persona, senza però privarci dell’identità del sé. Cristo orienta verso di me la sua forza creativa, mi rende veramente reale: “L’io dell’uomo scaturisce perennemente dal creare di Dio. Il vero Io dell’uomo è un Io-in-Dio”.

Guardini ha poi parole profonde circa il tema della morte. La cultura moderna, secondo lui, ha finito per incatenare anch’essa tra i legacci dell’ovvietà e della scontatezza, secondo quel processo di “necessità” di tutte le cose di cui si è precedentemente parlato. Eppure i popoli primitivi sperimentavano la morte in una maniera diversa dalla nostra. Qui l’ovvietà è un assurdo, la morte non è avvertita in alcun modo come scontata, come “il polo opposto della vita”. Secondo l’autore, l’uomo semplice supera il dotto rispetto alla comprensione della morte: “Se la morte fosse ovvia, infatti, noi dovremmo necessariamente adattarci ad essa. Ma l’autentica posizione dell’uomo rispetto alla morte è resistenza e protesta”. Qui sta per l’autore la luce gettata dall’esperienza che l’uomo fa di Gesù. In lui né morte né vita hanno le coordinate umane. Entrambe sono “altro” rispetto al nostro modo di intendere. Precaria risulta in questo senso una semplice definizione di immortalità dell’anima che non tenga conto di quanto appena detto. Ancora una volta, è proprio la Scrittura a dire all’uomo ciò che ha origine nella speculazione umana e ciò che invece viene da Dio. Come sottolinea Guardini, citando Agostino, l’immortalità dell’anima di cui ci facciamo spesso passivi ed a-critici sostenitori non è ancora l’immortalità di cui parla la Scrittura. È l’intero uomo credente, corpo ed anima, a vivere attingendo a Dio; per questa ragione, “l’immortalità dell’anima non viene dall’anima in sé, ma da Dio stesso. La vita dell’anima scaturisce da Dio, in quell’arco voltaico che si chiama “grazia”. Quindi è partecipe di questa vita non solo lo spirito, ma anche il corpo”.

È discutibile pertanto anche lo stesso concetto di “eterno” che l’uomo ha posto di fronte alla cultura lungo i secoli; se con tale sostantivo si intende solo una istanza “non cessante”, di fatto si debilita l’ampiezza del suo significato. Eterno, infatti, per Guardini non è l’opposto di “caducità`”. Piuttosto esso esprime la vita celeste, la partecipazione alla vita di Dio, dove con “celeste” si esprime il luogo del riserbo divino, la sua presenza a se stesso.
L’uomo in Cristo trova la propria forma vivente (concetto coniato dallo stesso Guardini) ed è da questa vita in Cristo che la vita umana riceve definitività, unità, infinità. Tutto ciò ci deve indurre a maggior ragione a “sollevare protesta” contro il concetto di morte proprio della cultura dominante.
L’autore spazia in lungo e in largo nell’esperienza terrena di Gesù. Lo segue dialetticamente. Guarda ai suoi 30 anni di vita nascosta, dove l’Incarnazione ha proprio nella più umile umiltà umana la sua configurazione più radicale. Lo segue sul monte Tabor, dove Gesù si trasfigura davanti ai tre apostoli, mentre accanto a lui compaiono Mosè ed Elia: “Perché costoro!” – si interroga Guardini – “E non piuttosto Abramo ed Isaia, oppure Geremia!”. L’autore interviene, propone delle risposte, offre dei contenuti. E soprattutto permette che il lettore possa riflettere, dà adito ai suoi interrogativi. Molto spesso, tuttavia, tali interrogativi per il lettore divengono pesanti turbamenti interiori, come quando Guardini “segue” Gesù sul Getsemani, e poi in casa di Caifa, ed ancora nel Sinedrio, poi nel pretorio di Pilato, da Erode, e di nuovo da Pilato. Ed ancora davanti al popolo. Infine sul calvario e sulla Croce.
Guardini offre ogni volta una breve ma profonda analisi dei personaggi che presenta, vuole che il lettore possa farsi un’idea precisa di ognuno. Si nota inoltre come tenda a “smontare” determinati luoghi comuni circa alcuni personaggi e che la tradizione popolare si porta dietro da molto tempo. Vuole sgomberare l’identità dei personaggi stessi da pre-giudizi senza fondamento critico ed autentico. Così, ad esempio, Giovanni l’evangelista viene messo in luce non solo quale romantico e dolce “discepolo che egli amava”, ma come colui che chiede duramente di far scender il fuoco sui samaritani, colui che chiede i primi posti, colui che è molto attento al comportamento degli altri apostoli, in particolare a quello di Giuda, il traditore, che nessuno in tutto il Nuovo Testamento definisce con parole pesanti come Giovanni nel quarto Vangelo. Così Pilato, che in concreto era un uomo “capace di Cristo” forse più di tutti i presenti al processo-farsa di Gesù. Di lui, per esempio, si dice che sperava che il popolo si opponesse alla scelta omicida degli scribi e dei farisei, decidendo, una volta interpellato apertamente, per la liberazione di Gesù ai danni di Barabba. Tutto questo perché, in ultima istanza, seppure con il filtro del suo scetticismo e della sua superstizione, Pilato aveva capito, o se non altro “intuito” chi fosse Gesù, la diversità radicale di questo personaggio rispetto al contesto delle persone del suo tempo. Tuttavia la minaccia di un provvedimento di Cesare nei suoi confronti, qualora avesse optato per la sua liberazione, incute in lui quel terrore che genera l’insicurezza di chi non ha la stabilità interiore per porsi di fronte al nuovo, di fronte al “rischio”, ed inesorabilmente tende ad arroccarsi sempre al “vecchio”, a ciò che pare offrire una stabilità immediata. In questo senso “il mondo”, l’interesse per le cose di quaggiù, sottraggono Pilato al reale incontro con quella Verità rispetto alla quale egli stesso, dialogando con Gesù, si era posto in un atteggiamento di disponibilità e di accoglienza.

Guardini guarda ancora verso molti personaggi, come l’adultera, come Lazzaro, fino a Stefano il protomartire. Tutti vengono presentati con un volto, con una personalità precisa. L’obiettivo dell’autore è mostrare Gesù veramente “in mezzo agli uomini”, far comprendere quanto profondo sia stato il senso umano della sua incarnazione. E tanto più, alla luce di questo, il perimetro della sua solitudine.

                                                 

 

 

Pubblicato da lacasadimiriam

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