Sulle espressioni Figlio di Dio e Parola di Dio

Proprio mentre preparavamo questo articolo ci balzava agli occhi – casualmente – una notizia di qualche anno fa (non che le cose siano molto cambiate, tuttavia) – di come in Pakistan desse fastidio ad alcuni cosiddetti “estremisti musulmani” che i cristiani (dentro la loro Chiesa, nb.) usassero l’espressione “Figlio di Dio” riferita a Gesù Cristo.

L’espressione è tuttavia fondamentale per la nostra fede cattolica – purché compresa sino in fondo – come anche l’altra espressione, molto citata in questa ricorrenza odierna voluta da Papa Francesco, ossia “Parola di Dio”. Si tratta di due espressioni, infatti, che pur vere e cattolicamente inappellabili, in realtà rischiano un’ambiguità di ordine più teologico che semantico. Figlio è tale, infatti, del Padre. La Parola è “divina”, a sua volta, in quanto “del Padre”. La specificazione “di Dio” dopo il termine Figlio e dopo il termine Parola, in tal senso rischia di creare un’ambiguità teologica qualora appaiano disgiunti da una parte Dio e dall’altra il suo Figlio/Parola. Come se, appunto, da un lato ci fosse Dio, dall’altro il suo Figlio (Figlio di Dio) e la sua Parola (Parola di Dio). Quando Caifa, Sommo Sacerdote, vuole disintegrare ogni dubbio sull’identità di Gesù (a sua volta in qualche modo “somigliante” – nell’intolleranza verso l’espressione “Figlio di Dio” – a quegli estremisti citati sopra), pone al diretto interessato (Gesù) la domanda circa la sua filiazione in termini teologicamente ambigui (nel senso di arzigogolati): “σὺ εἶ ὁ Χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ εὐλογητοῦ;” (ossia letteralmente: “Sei tui il Figlio del Benedetto?”). Gesù risponde affermativamente; pur tuttavia, quando deve descrivere se stesso, dinanzi al sommo sacerdote preferisce riutilizzare l’espressione “Figlio dell’uomo” per parlare di sé: “ἐκ δεξιῶν καθήμενον τῆς δυνάμεως” (ossia “seduto alla destra della Potenza” – Cfr. Mc 14,61-62). La famosa professione di fede di Pietro, a suo modo, evidenzia ulteriormente la questione: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (σὺ εἶ ὁ Χριστὸς ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ τοῦ ζῶντος – Mt 16,16). Allo stesso modo l’esclamazione di Natanaele ad inizio del Vangelo di Giovanni: “ῥαββεί, σὺ εἶ ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ” (Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, Gv 1,50). Si tratta infatti di due affermazioni certamente vere, da un punto di vista teologico fondamentale, pur tuttavia in certo modo equivoche, complice il fatto – che Gesù considera – dell’inesperienza teologica dei suoi due apostoli. La filiazione affermata in Gesù, realtà vera in cui crediamo, è infatti riferibile unicamente al Padre. Dire “Figlio di Dio”, dentro una tradizione ebraica in cui anche il popolo d’Israele poteva essere denominato così, come pure alcuni singoli e particolari uomini della storia di quel popolo, non esprime in sé tutta la pregnanza semantica di questo termine applicato a Gesù, la cui persona, ricordiamo è sempre e solo quella divina, nonostante la duplice natura. Lo stesso discorso vale per il termine “Parola”(Verbo) di Dio. Giovanni, nel suo prologo, chiarisce ogni dubbio dicendo subito che “Il Verbo era Dio”. Se identificata con Dio stesso, la Parola/Verbo non può propriamente essere “di Dio”, ma appunto “del Padre”. Non è dunque certo errata l’espressione Parola di Dio, laddove più che un complemento di specificazione, in quel “di Dio” si intraveda una qualificazione della natura della stessa parola, cioè l’essere divina. Se considerata da un punto di vista “personale”, tuttavia, la Parola è sempre del Padre, come il Figlio è tale sempre in riferimento al Padre.

Forse quegli estremisti islamici di cui abbiamo parlato sopra – e con loro i neo-eredi del pensiero di Caifa – potrebbero quantomeno riflettere un po’ su ciò che tanto detestano, il Cristo, il Figlio/Parola del Padre, Dio Egli stesso da un punto di vista prima semantico e poi teologico, e capire perché la fede cattolica giustamente crede in lui come Figlio/Parola di Dio.

Amen.