Il narcisista patologico

Il Narcisista Patologico

John Navone

Dal libro di J. Navone, “Dono di sé e comunione”

tit. orig. “Self-giving and sharing” (1989), Cittadella, Assisi 1990, pp. 213-219 

Senza amore maturo, capace di dedizione, non ci può essere né amicizia né comunità duratura. La capacità di donarsi agli altri per amicizia o per dedizione è il segno di una persona matura. Se uno vuole donarsi agli altri è necessario che abbia una certa interiore solidità. Per quanto delle persone immature possano impegnare molte energie nel cercare di compiacere gli altri, la loro esperienza di vera e durevole amicizia è di fatto rara se non inesistente. Esse appaiono superficiali nelle loro relazioni. Una vita superficiale causa frustrazione, e allora si inseguono soddisfazioni compensative in numerose direzioni: ricerca del potere, gusti dispendiosi, alcool o relazioni sessuali occasionali. Come dice Aristotele, “nessuno sceglierebbe un’esistenza senza amicizia, neppure se potesse avere tutti gli altri beni del mondo” (Aristotele, Etica, libro VIII, cap. 1). L’incapacità di amicizia, che pare sia comune tra coloro che hanno disordini di personalità, non potrebbe essere voluta neppure da un egoismo intelligentemente calcolatore. I narcisisti patologici, che soffrono di questa incapacità, di fatto non amano se stessi; sotto la maschera di un apparente amore di se stessi, c’è un fortissimo, anche se inconscio, odio di se stessi. Capovolgendo i due membri del comando evangelico, simili persone odiano il loro prossimo come se stessi. La condizione narcisisistica rappresenta un notevole smacco personale anche a breve scadenza; essa aliena gli altri la cui approvazione e accettazione è tanto intensamente desiderata.

Riflettere sulla personalità narcisistica e il suo disordine contribuisce implicitamente a farci comprendere un amore maturo e ben ordinato per se stessi e per gli altri. I criteri diagnostici di questo disordine, come si legge in Psychology Today, sono: a) Senso eccessivo della propria importanza e originalità. La persona esagera risultati e capacità, richiamando l’attenzione sulla peculiarità dei propri problemi. B) Fissazione su fantasie di illimitato successo, potere, abilità, bellezza o amore ideale. C) Esibizionismo: esigenza di costante attenzione e ammirazione. D) Reazione di fronte alla critica, all’indifferenza o all’insuccesso, ora con atteggiamento di gelida indifferenza, ora con accentuato senso di stizza, di inferiorità, di vergogna o di inutilità. E) Almeno due delle seguenti caratteristiche sono segno di anomalie nelle relazioni interpersonali: 1) mancanza di empatia: incapacità di percepire i sentimenti altrui; 2) pretesa: attesa di favori speciali senza l’assunzione di responsabilità reciproche; 3) sfruttamento interpersonale: strumentalizzazione degli altri ai propri desideri o all’autoaffermazione, incuranza della personale integrità e dei diritti altrui; 4) rapporti tipicamente oscillanti tra i due estremi di superidealizzazione e dispregio.

Madre Teresa

I narcisisti patologici, incapaci di amare se stessi, non sanno dar niente ai loro partner in un rapporto; come pure sono incapaci di essere contenti di ciò che ricevono. Premesso che ogni desiderio umano può solo essere parzialmente soddisfatto in questa vita, rimane sempre un residuo di incompiutezza, di difficoltà, a volte di tragedia. Di fronte a tale situazione di parziale incompiutezza, il narcisista patologico si concentra sul lato dell’incompiutezza in uno stato di costante risentimento. Ora, la via più sicura per essere infelici è quella di far dipendere la propria felicità dal verificarsi di condizioni impossibili.

Il narcisismo si manifesta nella preoccupazione per se stessi e nel disinteresse per la vita pubblica e il bene comune; nel pullulare di terapie le quali predicano che dobbiamo essere i migliori amici di noi stessi, impegnati nella nostra autorealizzazione, e che si deve mirare, soprattutto, a primeggiare. Si manifesta nella tendenza dei giovani a scansare il matrimonio e la cura dei bimbi, per restare celibi, coabitare o vivere da soli. Jonda McFarlane, nel suo saggio The Meaning of Marriage (Il significato del matrimonio), afferma che troppi giovani adulti stanno vivendo una vita vuota in nome della libertà e della carriera. Secondo McFarlane, il femminismo e la rivoluzione sessuale li pone di fronte ad una libertà che essi non sempre sanno gestire. A somiglianza di molti russi emigrati da poco, essi spesso si trovano confusi e imbarazzati dovendo improvvisamente assumere il controllo della loro vita. Quando si impone la necessità di un limite, essi non hanno l’aiuto di alcun punto di riferimento. Sempre secondo McFarlane, il femminismo in alcuni casi ha prodotto delle giovani donne che – libere di concedersi tutto – hanno quasi finito per uccidersi nel tentativo di farlo. Il tasso drammaticamente più alto di aborti e di gravidanze di minorenni, come pure l’enorme aumento di malattie sociali (e ora l’Aids), sono il risultato dell’incapacità a porre un limite alla libertà sessuale. E adesso ci troviamo di fronte ad una generazione così presa dal successo immediato e dai divertimenti, che declina per anni l’impegno del matrimonio.

Crocifisso

Come genitore, McFarlane vede che per molti giovani la felicità non è aumentata. Ciò che spesso è trascurato nella loro vita è il senso dei valori: e in questo i genitori hanno una parte di responsabilità. Cedendo alle loro richieste di una società meno direttiva, i genitori hanno smesso di trasmettere i valori fondamentali che avevano appreso ai loro tempi. Adesso i giovani hanno molta libertà, ma poco senso della vita. Secondo McFarlane, il primo segreto per trovare senso nella vita è quello che da sempre è stato, da quando ha avuto inizio la civiltà: “Pensa agli altri”. Ciò significa evitare comportamenti che possano nuocere ad altri. Significa considerare il proprio lavoro come qualcosa che favorisce la società, non semplicemente un modo per fare fronte alle spese. Significa fare delle cose che aiutano gli altri a vivere meglio.

Il matrimonio accentua e rinforza l’importanza del pensare agli altri. Infatti, fin da quando esiste la società umana, uomini e donne hanno riconosciuto il loro bisogno di unirsi per stabilire quel legame permanente di cui ogni essere umano ha bisogno come supporto essenziale per far fronte alle prove della vita. La storia insegna che, al di sopra di ogni altra forza, è stata questa unione, in cui ogni partner è interessato al bene dell’altro, che ha reso possibile a uomini e donne di sperimentare le più grandi gioie. È sulla base di questo sistema che essi possono realizzare meglio di se stessi. Il condividere in momenti buoni e cattivi della vita accresce esponenzialmente la nostra capacità di trovare senso nella vita. Se guardiamo indietro alle nostre sofferenze e gioie, ci accorgiamo che in ambo i casi la prima cosa che facciamo è andare a trovare la persona cui siamo più legati. Coloro che temono l’impegno del matrimonio, che scansano i problemi e la responsabilità in nome di maggior tempo, più soldi o maggior piacere, ingannano soltanto se stessi. Quelli che aspettano di aver conseguito tutti gli altri obiettivi prima di esporsi a un degno matrimonio, spesso scoprono che dietro il successo c’è il vuoto. Quanto sarebbe meglio, conclude McFarlane, combattere insieme a qualcuno per conseguire un bene comune e poter dire: “L’abbiamo fatto insieme”, piuttosto che faticare per il solo proprio bene.

Il critico sociale Christopher Lasch descrive il narcisista patologico come uno cronicamente annoiato, sempre in ricerca di frettolose intimità, di sensazioni emotive senza impegno. Simili persone spesso lamentano un senso di vuoto interiore e soffrono di ipocondria. Con facilità cercano di dosare le impressioni che danno agli altri; avide di ammirazione, sono sprezzanti di quelli che riescono a manipolare per ottenerla. Insaziabilmente avidi di esperienze emozionali con cui riempire il vuoto interiore, sono tragicamente incapaci di godere nell’identificarsi con i successi e le gioie di altra gente. Il loro disprezzo degli altri, unito all’assenza di interessamento nei loro riguardi, rende più povera la loro vita personale e rinforza il loro senso di vuoto. Eppure hanno bisogno degli altri per ricevere quella dose costante di approvazione e ammirazione, vivendo una esistenza quasi parossistica. La loro paura della dipendenza emozionale e dell’impegno, insieme al loro modo manipolatore e strumentalizzante di avvicinare gli altri, rende molle, superficiale e profondamente insoddisfacente la loro vita interpersonale. Il disagio cronico che provano verso se stessi li porta a simpatizzare per terapie e per gruppi e movimenti terapeutici. Tuttavia, la superficialità della loro vita emozionale oppone resistenza ad un’analisi efficace impedendo loro di sviluppare uno stretti rapporto con l’analista. Questi soggetti tendono ad usare l’intelligenza a fini evasivi, piuttosto che per conoscersi; per cui pochi psichiatri vedono con ottimismo prospettive di successo nella terapia. I narcisisti patologici evitano la dipendenza dagli altri che sono considerati inattendibili e non degni di fiducia. La gioia dell’amicizia basata sulla capacità di alimentare una comunicazione sincera sfugge loro. Per quanto possano svolgere le loro responsabilità quotidiane e conseguire anche una certa distinzione, spesso la vita li abbatte comunque come indegna di essere vissuta. I narcisisti patologici soffrono dell’incapacità di godere una vita interpersonale genuina fondata su amore vero per gli altri. L’introversione rende vana la loro ossessiva ricerca di pienezza.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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