Il Martirio di Santa Perpetua

Il Martirio di Santa Perpetua

Santa Perpetua

Dal libro “Atti dei Martiri”,

a cura di V. Saxer, Edizioni Messaggero, Padova 1984, pp. 112-118

III,1: “Mentre eravamo ancora in custodia libera, così dice Perpetua, mio padre cercava di allontanarmi dalla fede con i suoi discorsi e, a motivo della sua tenerezza, continuava a voler farmi cadere. Gli dissi: “Padre, vedi, per fare un esempio, questo vaso che giace per terra, questa brocca, oppure quest’altra cosa?”. Rispose: “Sì”. Continuai: “Si può dare loro un nome diverso dal loro?”. Rispose: “No”. Dissi: “Neppure io posso prendere un nome diverso dal mio, cioè cristiana”. Allora, esasperato, mio padre si gettò su di me, come per strapparmi gli occhi, ma si accontentò di maltrattarmi; poi se ne andò, vinto, con i suoi argomenti diabolici. Per parecchi giorni non vidi più mio padre e ne resi grazie al Signore e mi sentii sollevata dalla sua assenza. Proprio in quell’intervallo di pochi giorni fummo battezzati. Lo Spirito mi ispirò di non domandare nient’altro alle acque (del battesimo) che la resistenza della mia carne. Alcuni giorni dopo fummo incarcerati. Ne fui spaventata, perché mai avevo sperimentato simili tenebre.

O giorno duro! Il caldo era soffocante a causa della folla dei prigionieri. I soldati ci estorcevano denaro. Infine ero divorata dall’inquietudine per il mio bambino. Allora Terzo e Pomponio, i benedetti diaconi che avevano cura di noi, ottennero con denaro che ci autorizzassero a refrigerarci per poche ore in un luogo migliore del carcere. Lasciando allora la segreta, tutti si occuparono come volevano, io allattavo il mio bimbo quasi morto di fame. Inquieta per la sua sorte, ne parlavo con mia madre. Confortavo mio fratello, raccomandandogli mio figlio. Tremavo io, di vederli tremare per me. Queste occupazioni mi tennero in ansia per lunghi giorni, finché riuscii ad avere il mio bambino con me nella prigione. Ben presto riprese le forze e io fui sollevata dalle pene e dall’inquietudine per il mio bambino. Allora la prigione divenne per me un palazzo e mi trovai meglio che in qualsiasi altro posto.

Cartagine

La prima visione di Perpetua

IV,1. Un giorno mi disse mio fratello: “Signora sorella, adesso sei in grande credito presso Dio, tanto da potergli chiedere una visione, per sapere se ti attende il martirio o la libertà”. Io sapevo bene, per molti favori ricevuti, di avere rivelazioni dal Signore, e piena di fiducia, glielo promisi dicendo: “Domani ti darò la risposta!”. Mi misi a pregare ed ecco la mia visione. Vidi una scala di rame, meravigliosamente alta, così da toccare il cielo, e così stretta che vi si poteva salire solo uno ad uno; ai montanti erano fissati ferramenti di ogni sorta: spade, lance, uncini, coltelloni; se qualcuno fosse salito senza precauzioni, senza dare uno sguardo in alto, vi si sarebbe lacerato, lasciando pezzi di carne a quegli ordigni. Ai piedi della scala, inoltre, spiava un drago enorme, per insidiare coloro che volevano salire e li atterriva per impedire loro la salita. Per primo salì Saturo, che si era consegnato spontaneamente per noi dopo il nostro arresto: egli ci aveva istruito ed era assente quando fummo arrestati. Giunto alla sommità della scala, si voltò e mi disse: “Perpetua, ti aspetto; ma stai attenta, che il drago non ti morda”. Dissi: “Non mi farà del male nel nome di Gesù Cristo”. Dal di sotto della scala, il drago alzò il capo, come se avesse paura, ed io feci finta di salire sul gradino ma gli montai sulla testa. Salii e vidi un immenso giardino in mezzo al quale stava seduto un uomo canuto, vestito da pastore, alto, che mungeva le pecore. Intorno a lui stavano molte migliaia di persone vestite di bianco. Egli alzò la testa e mi disse: “Sei benvenuta, figlia”. Mi chiamò a sé e mi dette come un boccone del formaggio che stava preparando. Io lo ricevetti a mani giunte, lo mangiai e tutti i presenti dissero: “Amen”. Al rumore delle voci mi svegliai, assaporando ancora qualcosa di dolce. Ne parlai subito con mio fratello e comprendemmo che mi aspettava il martirio. Da allora non avevamo più alcuna speranza nelle cose terrene.

La condanna dei martiri

V,1. Pochi giorni dopo corse la voce della nostra udienza. Mio padre giunse dalla città in fretta, affranto dal dolore. Salì presso di me per dissuadermi dicendo: “Abbi pietà, figlia, della mia canizie. Abbi pietà di tuo padre, se sono ancora degno di essere chiamato padre per te. Ti ho allevata con le mie mani fino al fiore dell’età, ti ho preferita a tutti i tuoi fratelli. Guarda a tua madre e a tua zia. Guarda a tuo figlio che non potrà sopravvivere dopo di te. Lascia stare questi pensieri, se non vuoi rovinare tutti noi. Nessuno di noi potrà più parlare liberamente, se tu patirai una condanna”. Questo diceva mio padre per affetto, baciandomi le mani e gettandosi ai miei piedi. Tra le lacrime non mi chiamava figlia ma signora. Io soffrivo a causa di mio padre, perché, solo di tutta la mia famiglia, non si sarebbe gloriato della mia passione” (non era cristiano). Lo confortai dicendo: “Sul palco succederà quanto Dio vorrà. Sappi che non dipende da noi la nostra sorte, ma da Dio”. E se ne andò da me desolato.

Luogo del Martirio

VI,1. Un altro giorno, mentre pranzavamo, fummo trascinati improvvisamente in udienza. Pervenimmo al foro. Si sparse subito la notizia nei quartieri vicini e ben presto si radunò una gran folla. Salimmo sulla catasta. Si interrogarono gli altri che confessarono la loro fede. Era giunto il mio turno, quando apparve all’improvviso mio padre, portando mio figlio. Mi tirò giù dal gradino con suppliche: “Abbi pietà del bimbo”. Il procuratore Ilariano, che sostituiva allora il proconsole Minucio Timiniano defunto e aveva il diritto di vita e di morte, disse: “Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre, della tenera età del tuo bambino. Sacrifica per la salute degli imperatori”. Io risposi: “Non lo faccio”. Ilariano disse: “Sei cristiana?”. Risposi: “Sono cristiana”. Siccome mio padre stava per tirarmi giù, Ilariano diede ordine di cacciarlo via e (una delle guardie) lo percosse con una verga. Soffrii del colpo ricevuto da mio padre, come se l’avessi ricevuto io. Mi doleva la sua povera vecchiaia. Allora il giudice pronunciò per tutti la sentenza e fummo condannati alle bestie. Con gioia tornammo in carcere. Poiché il mio bambino soleva ancora prendere il latte da me e rimanere con me in carcere, mandai subito da mio padre il diacono Pomponio per richiedere il bambino, ma mio padre non volle darglielo. Fu allora volontà di Dio che il bambino non chiedesse il mio latte e che non mi dolesse più il petto. Così cessarono le mie inquietudini per il mio bambino e i dolori al petto”.

Il martirio di Santa Perpetua avrà luogo in Cartagine il 7 marzo 203. Le sue ultime parole messe per iscritto sono state le seguenti: “Ecco ciò che ho fatto fino alla vigilia dei giochi. Quanto all’atto stesso dei giochi lo descriverà chi vorrà”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

Utenti connessi