Edith Stein

Edith Stein (1891 – 1942)

Sono contenta di tutto. Una “Scientia Crucis” la si può acquistare solo se la Croce la si sente pesare in tutta la sua gravità. Di questo sono stata convinta fin dal primo momento e ho detto di cuore: “Ave Crux, spes unica”

Dal saggio di Edith Stein, Psicologia e scienze dello spirito

(trad. dal tedesco di Anna Maria Pezzella), ed. Città Nuova, Roma 1996 , pp. 45 – 46

[…] “Mentre il nuovo si produce, c’è un persistere “vivente” del “trascorso”, in modo tale che una fase del flusso contiene nello stesso tempo ciò che diviene e il già divenuto, ma tuttora vivente (che è vissuto in quanto tale, come “ancora” vivente”, per cui si distingue proprio da ciò che entra “ora” nel vivere mediante un’indicazione che rimanda al passato). Quando quello che è trascorso, ma ancora vivente, si unisce nel vivere con qualcosa che nasce in quel momento, si formano le unità del vissuto. Una tale unità è chiusa fino a quando non vi si aggiungono nuove fasi.

C’è, inoltre, un “morire” di ciò che si è prodotto ma che non è uno sprofondare in senso pieno; il trascorso è lì, nella sua vivacità, ma si lascia alle spalle una coscienza più o meno vuota e il vivere trascorso, restando conservato in tale modificazione ed essendo seguito da uno nuovo, accresce l’unità di un flusso di vissuto: un flusso costituito che però, generandosi insieme a quello originario, copre il primo flusso costituente. Il flusso costituito riempie il tempo fenomenologico nel quale, uno dopo l’altro, un vissuto si lega a un altro. Oltre alla “successione” bisogna anche fare attenzione a quello che nel tempo del vissuto è “contemporaneo”. Ogni momento viene ripetutamente riempito, e perciò nella fase attuale, accanto a ciò che nasce ora nel vivere ed è ancora vivente, vi è qualcosa di morto, di cessato.

Fintanto che un vissuto è ancora vivente esso continua a produrre, nuove fasi vi si aggiungono continuamente, anche se può essere spinto sullo sfondo da un altro vissuto che si inserisce in un momento successivo. L’”essere trascorso” significa invece che il vissuto è chiuso e non riceve alcun arricchimento ulteriore. È comunque anche possibile che, nell’unità di un vissuto, le fasi trascorse si accrescano nuovamente con una fase successiva, attraverso la mediazione di un tratto che continua ancora a vivere: è così un suono che continua a risuonare anche quando l’inizio è ormai vuoto per la coscienza; ma un risuonare che continua a vivere deve farsi mediatore della continuità e quando non vi si aggiunge più una nuova fase, il suono si perde.

Per concludere, è possibile che ciò che è morto sprofondi, che sia lasciato indietro nell’ambito del flusso. “Che sia lasciato indietro nel flusso” significa che non è ancora diventato un nulla assoluto, ma che ha ancora un modo dell’esistenza, che rimane al suo posto nel flusso costituito, pur restando sullo sfondo del flusso vivente, e che esiste la possibilità che vi “risalga” un’altra volta. (In questo risalire – dunque in una “presentificazione” – è consaputo come qualcosa che è rimasto nel flusso dopo la sua morte)”.

 

pp. 223 – 225:

[…] “Ora ci chiediamo quali siano le fonti da cui è alimentata la forza vitale di un popolo. Lasciamo ancora una volta da parte le condizioni fisiche, la cui importanza non neghiamo, ma che non possiamo apprezzare correttamente senza una precisa analisi delle connessioni psicofisiche. Nell’individuo abbiamo trovato, oltre all’integrazione naturale della forza vitale che proviene dalla natura, un flusso di impulsi spirituali che provengono dai contenuti di valore colti nella vita spirituale e nella spiritualità estranea con cui l’individuo viene a contatto. Nella comunità tali rapporti si complicano ulteriormente: dobbiamo infatti prendere in considerazione anche le relazioni tra questa e gli individui che vi appartengono, se vogliamo comprendere da quali fonti viene alimentata l’energia della comunità.

Sappiamo che la forza vitale di una comunità non è indipendente dai suoi singoli elementi, ma si compone della forza dei singoli. Gli individui, tuttavia, non danno la loro forza piena e integra alla comunità, ma vengono presi in considerazione come fonti di forza solo quando vivono come membri della comunità. Ogni individuo mantiene determinate riserve per la propria vita individuale; inoltre bisogna considerare che ogni persona appartiene ad una serie di comunità tra le quali egli ripartisce le sue forze e che lo impegnano in misura diversa.

Ad esempio è possibile che una persona, nell’ambito della sua cerchia di amici, sia “l’anima” del gruppo, l’elemento vivificante, anche senza esserne necessariamente il leader spirituale che determina le direttive della vita comunitaria, mentre la stessa persona, all’interno del partito politico a cui appartiene, non ha alcuna funzione stimolante. Dunque esistono, all’interno di una comunità, elementi molto diversi, misurati per il momento soltanto in base agli influssi che la forza del gruppo riceve da essi: c’è chi dà alla comunità degli impulsi potenti, chi l’arricchisce in misura limitata e infine anche chi prende più di quanto dia.

Dobbiamo pensare, in sostanza, che tutta la vita della comunità è alimentata da una riserva comune di forze ed è possibile che qualcuno nel servizio della comunità compia opere che non potrebbero essere sostenute dalle forze da lui fornite personalmente. È anche pensabile che una persona utilizzi per la propria vita individuale le forze che affluiscono dalla comunità, sottraendole, quindi, alla comunità stessa.

Ci troviamo così di fronte ad una questione di grande importanza per comprendere la trasmissione di forza da un individuo ad un altro e per il passaggio della causalità psichica oltre la psiche individuale; essa riguarda la possibilità che un individuo sia capace di operazioni grazie all’afflusso di forze estranee superiori alle sue o se piuttosto non si tratti, quando si parla di trasmissione, di un liberarsi della propria forza.

Quando l’influsso stimolante di un amico mi spinge ad un’attività di cui da sola non mi sentirei all’altezza, è la sua forza che mi trascina oppure egli ha inteso soltanto mettere in moto la mia propria forza? Esistono qui diverse possibilità: forse non ho mai considerato prima in questa prospettiva il problema che ora prendo in esame insieme a lui; forse comprendo soltanto adesso quanto il problema sia allettante e da qui parte l’impulso che mette in moto la mia attività spirituale; forse il mio desiderio di aiutare l’amico a superare le difficoltà mi porta alla decisione di continuare a lavorare con lui nonostante la mia stanchezza, anche se avevo già deciso di riposarmi.

Nel primo caso non è la forza estranea, bensì un motivo corroborante che mi aiuta ad andare avanti. Nel secondo caso la volontà opera nel meccanismo causale e strappa ad esso le azioni che non corrispondono allo stato della forza vitale. La conseguenza di tutto ciò è lo stato di esaurimento, non appena cessa l’azione volontaria. Ma ciò che intendiamo con forza di trasmissione non si manifesta in alcuno dei casi suddetti. Posso essere trascinata da un compagno senza condividerne i motivi, e se ciò accade, alla tensione spirituale non segue, come avviene invece nel caso dello sforzo volontario, un grande rilassamento; accade piuttosto che la mia attività spirituale si svolge a spese dell’altro e il suo influsso spirituale e vivificante può continuare ad essere efficace anche dopo il compimento del lavoro comune, tanto che lo stato di stanchezza in cui l’amico mi ha trovata non torna a presentarsi quando egli mi lascia. Come abbiamo visto, un tale passaggio di forza è possibile, a differenza del semplice “contagio”, solo nel caso di un’apertura reciproca specificamente spirituale degli individui.

Sembra che tali nessi causali, che oltrepassano la sfera individuale, non solo possano aiutare il singolo a superare un cedimento temporaneo della propria forza, ma possano anche sollecitarlo a prestazioni di cui non sarebbe capace neanche nello stato migliore della sua forza vitale. Infatti una persona artisticamente dotata, che abbia anche un qualche rapporto con l’arte e l’occasione di vissuti estetici, può rimanere del tutto improduttiva finché è lasciata a se stessa, ma potrà essere creativa non appena capiterà in un circolo di artisti decisamente stimolante. In quel caso le condizioni causali esterne in cui l’individuo si viene a trovare sono corresponsabili del suo sviluppo personale, della parte di disposizioni originarie che giunge a dispiegamento.

Prescindendo dalla quantità di forza che i membri di una comunità dedicano al tutto, la riserva complessiva dipende naturalmente anche dalla quantità di forza vitale di cui i singoli dispongono in senso assoluto. Una persona di grande vitalità può essere in grado di dare di più alla sua comunità anche quando mette a disposizione solo una parte della propria forza rispetto ad un’altra persona che vi si dedica con tutta la sua capacità. Il tono della forza vitale di una comunità dipende da questi due fattori: dalla forza vitale di cui dispongono i suoi elementi e dalla misura in cui questi dedicano la forza a loro disposizione alla comunità. Perciò la forza di una comunità può essere rafforzata in due modi: o incorporando altri individui di grande vitalità oppure impegnando maggiormente gli elementi che ne fanno già parte. Corrispondentemente può essere indebolita in due modi: o attraverso la perdita di suoi membri oppure perché gli individui che vi appartengono riducono le loro prestazioni in favore della comunità”.

“Non mi è mai piaciuto pensare che la misericordia di Dio si fermi ai confini della Chiesa visibile. Dio è la Verità. Chi cerca la Verità cerca Dio, che lo sappia o no”

Lettera di Edith Stein a Pio IX, 12 aprile 1933

Santo Padre,

quale figlia del popolo ebraico che per grazia di Dio è da undici anni una figlia della Chiesa cattolica, oso farmi portavoce davanti al padre della cristianità di ciò che opprime milioni di tedeschi.

Da settimane siamo spettatori in Germania di atti che si fanno beffe di ogni giustizia e umanità – per non parlare poi dell’amore al prossimo.

Per anni i capi nazional-socialisti hanno predicato l’odio verso gli ebrei. Ora che hanno preso nelle loro mani il potere governativo e hanno armato i loro seguaci – tra i quali noti e comprovati elementi criminali – il seme dell’odio è germogliato. Che si siano verificati eccessi di violenza, è stato anche recentemente ammesso dal governo.

Di quali proporzioni sia questa violenza, non possiamo farci un’idea, poiché l’opinione pubblica è imbavagliata. Ma a giudicare da ciò di cui sono personalmente a conoscenza attraverso relazioni personali, non si tratta assolutamente di casi isolati eccezionali.

Sotto la pressione delle voci dall’estero, il governo è passato a metodi “più moderati”. Ha messo in giro la parola d’ordine che “non deve essere torto un capello ad alcun ebreo”. Ma attraverso la sua dichiarazione di boicottaggio, espropriando le persone della loro sussistenza economica, del loro onore civile e della loro madrepatria, trascina molti alla disperazione: durante la settimana scorsa sono venuta a conoscenza, grazie a informazioni private, di cinque casi di suicidio a causa di queste ostilità.

Sono convinta che si tratti di un fenomeno generalizzato, che esigerà ancora molte vittime. Ci si può dispiacere che questi infelici non abbiano più alcun freno interiore che li sottragga al loro destino. Ma la responsabilità comunque ricade in gran parte su coloro che li hanno condotti a quel punto. E cade anche su coloro che tacciono.

Tutto ciò che è accaduto e accade tuttora ogni giorno proviene da un governo che si definisce “cristiano”. Da settimane non solo gli ebrei, ma anche migliaia di fedeli cattolici in Germania e, io penso, in tutto il mondo attendono e sperano che la Chiesa di Cristo levi la sua voce per mettere fine a questo abuso del nome di Cristo. Questa idolatria della razza e del potere dello Stato, con cui le masse vengono quotidianamente martellate dalla radiodiffusione, non è forse una aperta eresia? La battaglia per l’annientamento del sangue ebraico non è forse un oltraggio alla santissima umanità del nostro Redentore, della Santissima Vergine e degli Apostoli? Non è tutto ciò in estrema contraddizione con il comportamento del nostro Signore e Salvatore, che ancora sulla croce pregava per i suoi persecutori? E non è questa una macchia nera nella cronaca di questo Anno Santo, che doveva essere un anno di pace e di riconciliazione?

Noi tutti che siamo figli fedeli della Chiesa e osserviamo con occhi aperti la situazione della Germania, temiamo il peggio per la reputazione della Chiesa stessa, se il silenzio si protrarrà ancora a lungo. È nostra convinzione che questo silenzio non sarà in grado, a lungo andare, di comprare la pace con l’attuale governo tedesco. La lotta contro il cattolicesimo è condotta per il momento in modo silenzioso e in forme meno brutali di quelle usate contro l’ebraismo, ma non è meno sistematica. Non passerà molto tempo che, in Germania, nessun cattolico avrà più un impiego se non sottoscriverà senza condizioni il nuovo corso.

Ai piedi di Vostra Santità, implorando l’Apostolica Benedizione,

Dottoressa Edith Stein,

professoressa di Pedagogia scientifica all’Istituto tedesco di Münster.

“Dove, Signore, dove saremo portati su questa terra noi non sappiamo. Ma non dobbiamo nemmeno chiedercelo prima del tempo. Sappiamo soltanto che per coloro che ti amano, Signore, tutte le cose volgono al bene e che le tue vie vanno oltre questa terra”

(Edith Stein)

– Edizioni Cattoliche La Casa di Miriam Torino