“Non è il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22): sul perché di certe omissioni del nome di Maria presenti in Luca – a cura di Francesco G. Silletta

“Non è il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22): sul perché di certe omissioni del nome di Maria presenti in Luca – a cura di Francesco G. Silletta

L’evangelista Luca descrive la vita pubblica di Gesù proprio cominciando da un luogo che non menzionerà mai più lungo tutta la sua redazione, ossia la città di Nazareth (Lc 4,16-30). Si tratta appunto del resoconto della visita di Gesù a sua Madre, nella città della propria infanzia, forse preannunciata nel racconto di Mc 3,31-35 (“Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare […]”). Luca ha in comune questo episodio con la redazione marciana di Mc 6,1-6 e con quella matteana di Mt 13,53-58, dove pure viene presentata la visita di Gesù a Nazareth, ma ciò nonostante si presenta per certi versi indipendente da queste fonti nella prospettiva teologica con cui elabora il proprio resoconto. Egli, infatti, pone questo episodio a ridosso del racconto delle origini e dell’infanzia, immediatamente dopo le tentazioni nel deserto, quasi a stabilire una linea di continuità fra l’infanzia nascosta e l’inizio della vita pubblica di Gesù, proprio servendosi di questa città, per l’appunto Nazareth di Galilea, e soprattutto del rapporto singolare che Gesù ebbe con essa.
Ora, ciò che interessa alla nostra riflessione è la totale assenza del nome di Maria in tutto il riporto lucano, pur trattandosi, con buona probabilità, di una visita di Gesù in quella città compiuta principalmente per salutare sua madre. Questa omissione può sorprendere, soprattutto, considerato come invece venga menzionato Giuseppe, seppure una volta sola e per bocca dei nazaretani, in Lc 4,22:

“Non è il figlio di Giuseppe?”.

Nella redazione di Marco è Maria, non il suo sposo, colei che viene rivendicata dalla folla quale presunta prova della non divina filiazione di Gesù. Luca, invece, sembra considerare l’ovvietà, nella mente dei nazaretani, del riferimento al padre piuttosto che non alla madre quale criterio di elaborazione della discendenza, dimostrandosi allora coerente con se stesso, considerato ciò che scrive riguardo la genealogia di Gesù in 3,23:

“Gesù quando cominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli”.

Quel “come si credeva” (gr. ώς έν ένομίζετο), infatti, può facilmente essere inquadrato anche nel contesto della vicenda di Nazareth che stiamo esaminando, dando credito al valore della tradizione maschile nella ricostruzione della discendenza e ponendo, al contempo, la redazione di Marco nella singolare posizione di essere intenta ad un elogio della maternità mariana.
Proprio quest’oggettività secondo cui “nell’ambiente tipicamente giudaico di Nazareth si veniva chiamati in riferimento al proprio padre, si era figlio della tal persona” (DE LA POTTERIE I., Maria nel mistero dell’Alleanza, op. cit., p. 100.), la redazione lucana della visita di Gesù a Nazareth sembra più antica di quella di Marco, nel quale la presenza dell’espressione “il figlio di Maria” appare già come una elaborazione teologica posteriore.
Ad ogni modo, la collocazione di questo brano in questo contesto del suo Vangelo è certamente un artifizio voluto da Luca, a motivo del fatto che gli apostoli dovevano essere certamente presenti, almeno i “fratelli” di Gesù, all’episodio avvenuto nella sua città, mentre invece la scelta dei dodici viene riportata solo più tardi in Lc 6,12-16. Lo stesso ragionamento giustifica come, ciò che i nazaretani domandano a Gesù (“Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”, Lc 4,23b), si riferisca a dei fatti che l’evangelista riporta soltanto successivamente, verosimilmente in Lc 4,31-41.
Vi sono poi altri casi in cui Luca apparentemente omette il nome di Maria, mentre in realtà non solo lo sottende, ma addirittura lo esalta proprio attraverso la sua omissione. Un caso di questi, infatti, è quello di Lc 7,28:

“Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni, e il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”.

Quest’espressione di Gesù, infatti, secondo una lettura superficiale potrebbe essere interpretata nel senso di una maggiore importanza data da Gesù al Battista nei confronti di Maria, come pure dello stesso Giuseppe, poiché appunto si legge: “Tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni”. In realtà, intelligentemente, l’evangelista Luca sa benissimo che Maria, come pure il suo sposo Giuseppe, appartengono già all’ordine teologico del Regno di Dio, e vi appartengono in una maniera singolarissima, perciò specifica subito: “Il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Il fine per cui Dio crea una creatura, infatti, ne giustifica la grandezza ai suoi occhi, e in questo senso Maria non ha davanti nessuno, se non il proprio Figlio, agli occhi stessi di Dio.
Vi è poi un’altra omissione mariana in Luca, che ancora una volta anziché svilire la figura di Maria, la esalta. Si tratta del brano di Lc 8,2:

“C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni”.

In questo contesto, Luca sta tracciando ai suoi lettori una sintesi di coloro che, fra le donne, seguivano assiduamente Gesù nei suoi spostamenti e, come si nota facilmente, non viene menzionata Maria sua madre. Secondo il Laurentin, “di fatto Gesù non ha incluso sua madre nel gruppo delle discepole – Maria Maddalena, Giovanna e Susanna (Lc 8,1-3) – che lo seguivano” (LAURENTIN R., Maria chiave del mistero cristiano, op. cit., p. 5), ribadendo questo concetto in una sua opera più sistematica: “Maria non era fra le donne-discepole che hanno seguito Gesù nel suo ministero, anche se forse ha potuto desiderare questo privilegio che non le fu concesso. Se è stata discepola di Cristo, in modo più vicino e più profondo di qualsiasi altra donna, lo è stata nel quadro concreto della sua stessa maternità, a cominciare dalla vita familiare a Nazareth per finire con la sua compassione, che è in maniera specifica quella di una madre” (IDEM, Trattato sulla Trinità, Edizioni Art, Roma 2009, p. 363). .
Ci pare, a ragion veduta, che l’evangelista in senso proprio non considerasse Maria come discepola di Gesù, laddove con questo termine si identifichi un soggetto che passi da una condizione ad un’altra di conoscenza rispetto ad un altro soggetto, il quale funge appunto da parametro di una sequela. Se si osservano, infatti, sin dove possibile, le biografie delle donne esplicitamente indicate come discepole di Gesù, si può individuare in ciascuna di esse un dinamismo cognitivo rispetto alla persona di Gesù, il quale conduce ad una sempre progressiva adesione al suo insegnamento, sino al momento vetta del condizionamento di sequela. Per Maria, invece, questo discorso non è valido, dal momento che ella sin da principio, in senso proprio, è stata edotta dallo Spirito Santo riguardo la persona del suo Figlio, a motivo della pienezza di grazia. Parlare di un dinamismo di sequela in termini mariani, dunque, rischia di contraddire ciò che per rivelazione angelica Maria ha conosciuto interamente e, ancor prima dell’annunciazione e senza una sua effettiva coscienza intellettuale, già ha posseduto dal momento stesso del suo concepimento. Piuttosto, invece, ci pare coraggioso, pur tuttavia teologicamente sostenibile, affermare che l’omissione lucana, da noi condivisa, di Maria tra le discepole di Gesù intende elevare Maria ad una dimensione addirittura “metadiscepolare”, nel senso che per la sua singolarissima vicinanza al Cristo “coloro che avvicinavano Maria direttamente non potevano rimanerne senza ripercussione. Lasciò dietro a sé una scia di santità operante e, solo che i cuori non respingessero la Grazia, gli avvicinati divennero dei predestinati alla santità. Quando tutto sarà cognito dell’uomo, vedrete che nei primi seguaci del Figlio di Maria sono molti di quelli che ebbero con lei anche casuale rapporto e rimasero lavati e penetrati dalla Grazia che da lei si effondeva. Molti prodigi conoscerete, allora, operati dalla mia Tutta Bella e Tutta Grazia” (M. Valtorta, I Quaderni, 28 novembre 1943) .
Un altro momento importante della redazione lucana, nel quale l’evangelista apparentemente sembra omettere, in un certo senso ridimensionandola, la figura mariana, è quello presente nel racconto di Lc 11,27-28:

“Mentre diceva questo, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: ‘Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!’. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”

Commentando l’enciclica mariana di Giovanni Paolo II intitolata Redemptoris Mater, Joseph Ratzinger a riguardo di questo brano lucano scrive: “Soltanto in apparenza siamo qui di fronte ad affermazioni antimariane. In realtà questi testi ci fanno conoscere due cose molto importanti. La prima: al di là della nascita fisica irripetibile di Cristo, esiste un’altra dimensione della maternità, che può e deve continuare. La seconda: tale maternità, che fa nascere continuamente Cristo è basata sull’ascolto, sulla conservazione e sulla realizzazione della parola di Gesù. Ora proprio Luca, dal cui Vangelo sono desunti questi due passi, descrive Maria come l’ascoltatrice esemplare della parola, come colei che la porta in sé, la conserva e la fa maturare. Ciò significa: Luca, tramandando queste parole del Signore, non nega la venerazione di Maria, ma vuole precisamente collocarla sul suo vero fondamento. Egli mostra che la maternità di Maria non è solo un evento biologico irripetibile, bensì che essa fu ed è madre con tutta la sua persona e che quindi tale rimane” (RATZINGER J., Maria Chiesa nascente, op. cit., pp. 46-47).
Sembra evidente, quindi, come Gesù prenda le distanze da quanto asserito da quella donna non certo per svilire il carattere umano della maternità di Maria, bensì piuttosto al fine di salvaguardarlo da una cattiva interpretazione e di rendere giustizia alla profondità del suo significato. Chi più di sua madre, infatti, è tra coloro che “ascoltano la parola di Dio e la osservano?”. A riguardo, la Valtorta scrive: “L’esser Madre di Gesù – dice Maria – fu una grazia di cui non mi era lecito gloriarmi. […] L’avere Egli succhiato al mio seno neppure poteva suscitarmi vampe di superbia. Egli avrebbe ben potuto venire sulla Terra ed essere Evangelizzatore e Redentore senza avvilire la sua Divinità incarnata ai naturali bisogni di un infante. Come al Cielo salì dopo la sua Missione, così dal Cielo poteva scendere per iniziarla dotato di un corpo adulto e perfetto, necessario alla vostra pesantezza di carnali. Tutto può il mio Signore e Figlio, ed io non sono stata che uno strumento per rendere più comprensibile e più persuasiva a voi la reale Incarnazione di Dio, purissimo Spirito, nelle vesti di Gesù Cristo Figlio di Maria di Nazareth. Ma l’avere osservato la Parola di Dio e affinato i sensi dell’anima con una purezza totale sin dall’infanzia, questo era grandezza; e l’aver ascoltato la Parola che mi era Figlio per renderla mio pane e sempre più fondermi al mio Signore, questa era beatitudine” (I Quaderni, 7 dicembre 19434) .
Il fine della sottolineatura lucana, dunque, ben lungi dal diminuire la portata della lode mariana proferita da quella donna, la eleva ancora di più inserendola nel giusto ordine teologico: “Dire, infatti: ‘Sia fatta l’anima di Maria senza colpa’ è prodigio del Creatore – dice Gesù – A Lui solo, dunque, ne va data lode. Ma dire: ‘Sia fatto di me secondo la tua parola’, è prodigio di mia Madre. Per questo, dunque, grande è il suo merito. Tanto grande che solo per quella sua capacità di ascoltare Dio, parlante per bocca di Gabriele, e per la sua volontà di mettere in pratica la parola di Dio, senza stare a soppesare le difficoltà e i dolori immediati e futuri che da essa adesione sarebbero venuti, è venuto il Salvatore nel mondo. Voi dunque vedete che Ella è la mia beata Madre non solo perché mi ha generato e allattato, ma perché ha ascoltato la parola di Dio e l’ha messa in pratica con l’ubbidienza” (L’Evangelo, 288.5/6) .

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