L’ispirazione mariologica in S. Paolo

L’ispirazione mariologica in S. Paolo

Murillo

“Si dice, in At 9,28 che Paolo “andava e veniva a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore”. In questo suo andare e venire, Paolo deve certamente avere conosciuto ed assaporato l’amore, la sapienza e l’intercessione di Maria, la quale in quanto Madre (cfr. Gv 19,25) è stata una luce primordiale e determinante nell’economia di conversione del neofita Paolo. Infatti, come scrive bene Giovanni Paolo II, ‘quel primo nucleo di coloro che nella fede guardavano a Gesù, autore della salvezza (LG 9), era consapevole che Gesù fosse il Figlio di Maria, e che ella fosse sua Madre, e come tale fosse, sin dal momento del concepimento e della nascita, una singolare testimone del mistero di Gesù, di quel mistero che davanti ai loro occhi si era espresso e confermato con la Croce e la risurrezione. La Chiesa, dunque, sin dal primo momento, ‘guardò’ Maria attraverso Gesù, come ‘guardò’ Gesù attraverso Maria’ (GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Redemptoris Mater, n. 26).
Proprio Paolo sarà colui che in prima persona, dal momento di questa primordiale trasmissione di rivelazione (1Cor 15,3), raggiungerà il momento vetta di partecipazione alla vita stessa di Cristo (cfr. Gal 2,20) e per questo ci pare necessaria, quale parametro implicito reale e profondo, la mediazione della Madre di Dio nell’acquisizione, in coscienza, non soltanto della notizia dei fatti pasquali, la quale poteva essere trasmessa da chiunque, ma anche di quell’amore sostanziale che soltanto la piena di grazia, con materna sollecitazione, può trasmettere nei propri figli, ai quali ora appartiene anche Paolo, nientemeno che in veste di Apostolo di suo Figlio.
Ci pare allora di poter concludere che, quel processo di trasmissione di rivelazione che lo stesso Apostolo afferma di trasmettere a sua volta (1Cor 15,3) ha quale fondamentale momento di mediazione e di approdo teologico non soltanto la notizia ecclesiale, bensì la profondissima estensione dell’amore, dell’annuncio e della sapienza mariana. Infatti, come precisa ancora Giovanni Paolo II, Maria “era presente in mezzo a loro come una testimone eccezionale del mistero di Cristo. E la Chiesa era assidua nella preghiera insieme a lei e, nello stesso tempo, “la contemplava alla luce del Verbo fatto uomo”. Così sarebbe stato sempre” (Red. Mat., n. 27). Per questa ragione, l’economia di rivelazione della Chiesa primitiva, e dunque anche quella di Paolo, necessariamente trova in Maria il proprio parametro fondamentale, poiché, come osserva ulteriormente Giovanni Paolo II, l’eroica fede di Maria ‘precede la testimonianza apostolica della Chiesa, e permane nel cuore della Chiesa, nascosta come uno speciale retaggio della rivelazione di Dio. Tutti coloro che, di generazione in generazione, accettando la testimonianza apostolica della Chiesa partecipano a quella misteriosa eredità, in un certo senso, partecipano alla fede di Maria’ (Ivi).
La relazione fra Maria e san Paolo può allora a suo modo essere ‘ripensata’, o quantomeno ‘pensata’ con maggiore acume di concretezza rispetto al sentire comune. Ad esempio, Otto Kuss, erudito conoscitore di san Paolo, al fondo del suo imponente studio intitolato ‘Paolo. La funzione dell’Apostolo nello sviluppo teologico della Chiesa primitiva’, nell’Indice Analitico non riporta neppure una volta il nome di Maria, proprio perché esso non viene citato mai nell’intera sua trattazione. Parimenti, Romano Penna, il noto biblista, afferma: ‘Sono eloquenti anche alcuni silenzi (di Paolo): sulla mariologia, sul cultualismo, angelologia. La sua attenzione è tutta calamitata da ciò che Dio ha operato in Cristo e dal suo impatto antropologico: l’insieme considerato da un punto di vista esistenziale’ (PENNA R., Essere cristiani secondo Paolo, Ed. Marietti, Casale Monferrato – Al -1979, p. 15.)
Paolo, a nostro avviso, è tutt’altro che un Apostolo i cui scritti risulterebbero orfani di contenuti mariani. La sua stessa persona, il suo carisma, la sua intelligenza teologica sono semmai, oppositivamente, attestazioni di una previa presa di coscienza mariana, la quale è per il convertito Paolo il punto di partenza, la guida ispiratrice della sua predicazione, prima orale e poi scritta, il fondamento stesso di ciò che egli dichiara di avere ricevuto come per una trasmissione (1Cor 15,3).
In termini più profondi, possiamo definire san Paolo come uno dei più fervidi devoti della Madre di Gesù, della quale certamente ha ammirato la coerenza, la sapienza, l’umiltà e soprattutto la fede. Proprio la fede di Maria è certamente un’istanza esperita da san Paolo ed acquisita nella propria persona a motivo di una trasmissione, dal carattere materno-filiale, che ha reso vivo, in lui, ciò che al di fuori dell’esperienza mariana sarebbe rimasto soltanto teorico o fallacemente intuitivo. Non a caso proprio la fede rappresenta uno dei temi più arditi, appunto perché più mariani, della predicazione apostolica paolina.
In questo senso, una teologia paolina priva di una teologia mariana quale suo fondamento ispiratore non è una teologia del concreto, ma un’elaborazione ideologica, un tessuto romanzesco di opinioni figlie più di ipotesi preconcette o del cavillo esegetico che non di contenuti apostolici reali.
Ci pare allora possibile entrare nel merito dell’elaborazione di un discorso su san Paolo unicamente mediante un processo di marianificazione della natura stessa del fenomeno paolino, interpretando cioè, come fatto in precedenza relativamente ad altre istanze storico-salvifiche, in termini materno-filiali i principali momenti della sua economia teologica, divenuti fondamentali, perché a loro modo fondativi, per l’intera fede cristiana di ogni tempo.
L’elaborazione di un’argomentazione teologica coerente rispetto a questa nostra tesi è attualmente in cantiere[…]”

(Francesco G. Silletta “Meditazioni sulla fede” – Gruppo “La Casa di Miriam Torino” – Incontri mensili in Chiesa –
(Nella foto: B.E. Murillo, The Virgin of the Rosary)
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