Sulla coerenza dell’essere cristiano

Sulla coerenza dell’essere cristiano
 
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Non si comprende come si possa definirsi cristiani, cioè nella sostanza discepoli di Cristo, ed al contempo vergognarsi della pubblica professione della propria sequela: di fatto è la propria ontologia ad essere messa in gioco, come dire di non essere alcunché. Non esiste solo la testimonianza straordinaria della fede (e Dio volesse che tutti fossimo capaci di offrirla), ma anche quella ordinaria, per nulla banale o scontata: ecco, agendo nell’ordinario attraverso la nostra testimonianza, potremmo trasmettere senza tanti sofismi teorici il nucleo fondamentale della nostra fede, l’amore donale modellato a quello del Maestro, poiché “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
In questo modo risulterebbe soltanto fatiscente l’architettura cristiana fondata sul teorico o sull’esteriore, sul teologico puro o sullo stile e l’abbigliamento estrinseci alla persona: ciò che sei lo esprimi, lo trasmetti e, cristianamente, lo doni, senza bisogno di alcuna mediazione esteriore che significhi la tua cristianità.
 
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