Teologia del corpo – Osservazioni conclusive

Teologia del corpo

(di Francesco Gastone Silletta)

Giovanni Paolo - II

(La Casa di Miriam Torino pubblica la conclusione della ricerca sulla Teologia del corpo di Giovanni Paolo II, tratta dalla tesi di Laurea di Francesco Gastone Silletta intitolata: “La differenziazione sessuata maschio-femmina nella Teologia del corpo di Giovanni Paolo II).

Teologia del corpo – Osservazioni conclusive

Abbiamo proposto uno studio approfondito sul tema della differenziazione sessuata maschio-femmina nel pensiero di Giovanni Paolo II (vedi bacheca a destra), ordinatamente ed efficacemente contestualizzato in una disciplina ordinata e strutturata da lui stesso definita “Teologia del corpo”.

Pur aprendosi alle scienze contemporanee, la ricerca di Giovanni Paolo II non ha mai deviato dal fondamento evangelico di rivelazione, il quale in materia di differenziazione sessuata ha una chiara ed irrinunciabile economia di significato. Il suo studio, per quanto poliedrico ed eclettico, ha saputo mantenersi per questo costantemente radicato sull’istanza biblica, senza compromessi di sorta, non rinunciando mai, in questa prospettiva, al continuo riferimento alla Sacra Scrittura.

L’incipit teologico della ricerca di Giovanni Paolo II è costituito dall’uomo delle origini, la creatura “uscita” dalle mani di Dio nel suo status naturae integrae. Tale condizione è rappresentativa dell’uomo maschio-femmina in sé, nella sua ontologica relazione uomo-donna ad immagine della relazione intradivina. Si designa “preistorica” tale condizione differenziandola da quella dopo il peccato originale, definita appunto “storica”. La creazione dell’uomo e della donna è espressione di un atto d’amore di Dio, il quale depone la propria incessante “amorevolezza” nella sua “nuova” e più perfetta fra le creature, l’uomo maschio-femmina. L’unità dei due è l’emblema dell’intenzione creatrice originaria, ove nulla è finalizzato all’incompletezza o alla parzialità, come rappresentato dal racconto genesiaco-jahvista della creazione della donna (Gen 2,21-22). L’essere umano, infatti, si esprime unicamente nell’essere bipolare maschio-femmina dell’uomo stesso, costituito nella relazione donale dell’uno per l’altra. In questo, come più volte ribadisce Giovanni Paolo II, si realizza veramente l’essere personale dell’uomo, superiore alle altre creature proprio per questa capacità a lui peculiare di autocomprendersi ed autodeterminarsi nella libertà all’amore per l’altro.

Papa GPII

In questa condizione è totalmente assente qualunque senso di limitatezza, per cui è resa vana, anzi è addirittura sconosciuta all’uomo perché non necessaria, qualsiasi forma di autodifesa, come ad esempio la vergogna ed il pudore (Gen 2,25). É una situazione di armonia cosmica, in cui la creazione in un certo senso “ruota” attorno alla perfetta simbiosi fra uomo e donna, i quali, pur nella diversità psicobiologica, “godono” unanimemente della stessa sostanza umana immagine del Creatore, fondata sul reciproco donarsi interpersonale e, verticalmente, fra l’uomo maschio-femmina ed il Creatore stesso.

Il peccato originale irrompe drammaticamente all’interno di questo quadro armonioso dell’antropologia originaria. L’uomo bipolarmente sessuato perde, dentro la propria coscienza, la certezza della logica del dono su cui si innesta tutto il moto di amore di Dio per lui e, a sua volta, dell’amore reciproco contenuto in quel guardarsi maschile-femminile senza vergogna (Gen 2,25).

Giovanni Paolo II fa di questa colpa originaria un caposaldo, si potrebbe dire un bivio assoluto all’interno della propria Teologia del corpo. Dopo il peccato, infatti, prescindendo qui dalle risonanze morali del gesto adamitico, l’uomo risulta condannato alla propria limitatezza spazio-temporale tipica del suo essere creaturale. La presa di coscienza di questa sua limitatezza è palese deformazione dell’originaria armonia, la cui nuova veste è segnata dalla paura, dalla vergogna e, più drammaticamente, dal sorgere della concupiscenza dentro il “cuore” umano. La stessa differenziazione sessuata maschio-femmina, anziché rappresentare sacramentalmente la forza comunionale dell’essere persona, sviscera drammaticamente la limitatezza umana, priva di quel riferimento teonomico basilare alla propria condizione. L’uomo maschio, pertanto, interpreta ormai non più secondo la logica dell’amore originario il corpo femminile, ma edonisticamente, secondo l’interpretazione di una materia finalizzata al proprio consumo e godimento[1]. Si capovolge pertanto la simmetria uomo-donna di fronte al Creatore, alla quale subentra il desiderio di godimento e l’istinto automatico e perverso di sopraffazione sull’altro. Lo stesso corpo, prima rivelatore della persona, ora diviene strumento fatale per realizzare i desideri sessuali e materiali della concupiscenza.

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In questo contesto, la cosa più penalizzante per l’uomo, più volte sottolineata da Giovanni Paolo II, è il suo crollo psicologico di fronte a questa sua “nuova” realtà creaturale, nonché la sua oggettiva incapacità di risollevarsi e riacquisire l’innocenza originaria perduta. L’uomo è di nuovo da solo di fronte al creato, pur differenzialmente sessuato maschio-femmina.

Tale condizione segna un dramma non solo per la coppia progenitoriale uomo-donna Adamo-Eva, bensì per tutto il genere umano, al quale si trasmette per propagazione e non per imitazione. L’uomo così costituito, infatti, è l’uomo della concupiscenza, l’uomo del desiderio, schiavo dei propri istinti ed incapace di riprendere in mano la logica dell’amore originario.

Giovanni Paolo II

In questo senso gioca un ruolo unico ed irripetibile la redenzione del corpo apportata da Cristo. Egli, infatti, “divinizzando” il corpo umano mediante la propria incarnazione, attraverso la sua redenzione ristabilisce l’uomo maschio-femmina nel giusto rapporto non solo interpersonale, ma anche e soprattutto con Dio. L’equilibro e l’armonia originari, per quanto non re-introdotti nella stessa forma iniziale (i doni preternaturali sono andati perduti per sempre), in Cristo vengono addirittura in un certo senso oltrepassati nello svelamento dell’identità del Padre, fonte d’amore e di misericordia, che accoglie tutte le proprie pecore nella propria casa e si prodiga per la loro realizzazione personale. Il Cristo è l’unica via per l’uomo-immagine-infranta di ricostituire se stesso nella logica originaria dell’amore, con l’aggiunta del dono che Cristo fa di sé all’umanità permettendo all’uomo stesso di poter diventare, in Lui, veramente figlio di Dio.

Psicologicamente, poi, l’uomo redento ha un nuovo modo di autocomprendersi e di autodeterminarsi, seguendo la logica di Cristo dell’amore per Dio e per il prossimo. In Cristo l’uomo si comprende quale creatura sì limitata ma capace di Dio e di “divinizzare” la propria esistenza. Il rapporto maschio-femmina, pertanto, viene re-interpretato alla luce dell’ethos della redenzione, per cui la persona torna ad essere, superandola, l’immagine di Dio originaria, essendo ora immagine redenta.

GP II

 

 


[1] Tale esempio può essere capovolto indicando la donna come soggetto agente dell’interpretazione egoistica della sessualità.