“Speranza e abbandono nel Signore” – 1° Sabato del mese – Meditazione serale alla Casa di Miriam – Dal libro di Osea

“Speranza e abbandono nel Signore” – 1° Sabato del mese – Meditazione serale alla Casa di Miriam – Dal libro di Osea

“Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Ci ha percosso e ci fascerà. […]. Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra” (Osea 6,1.3)

Questi due versetti tratti dal libro del profeta Osea possono di per se stessi darci tanti motivi di riflessione. L’ora tarda del giorno, e del giorno di Sabato, il primo del mese, nella quale ci approcciamo a questa riflessione, può ulteriormente facilitare la nostra riflessione. Punto primo: abbiamo tutti bisogno di speranza. Una speranza tuttavia da qualificare entro un ordine chiaro di senso: l’amicizia divina, l’aiuto del Signore. Il profeta in questo senso carica la nostra emotività parlando senza indugi speculativi. Il Signore viene. Si tratta di una certezza. Il linguaggio del profeta non è parsimonioso rispetto all’immediatezza di senso. Vi è però un passo previo a questa venuta. Il nostro. Se vogliamo, è un “passo previo” che a sua volta segue un’azione divina ancora precedente e che non abbiamo saputo testimoniare nella nostra condotta, nella nostra esistenza. Siamo dunque chiamati, proprio nella certezza di questa venuta del Signore, a venire noi a nostra volta incontro a lui, “ritornando” secondo un percorso dalla direzione opposta rispetto a quella precedentemente intrapresa. Abbiamo sbagliato strada. Non importa. Si può rimediare, poiché il Signore sa comprendere le nostre traiettorie talvolta inesatte lungo la via. Occorre però fare in fretta. Non consumare ancora invano il proprio itinerario. Poiché la strada verso il Signore ci è spianata da lui stesso. Grazie a questo conosciamo ora il giusto percorso. Affrettiamoci, dice il profeta. Tutto ciò che è stato prima appartiene al passato, e ad un passato misurato secondo una giusta misura. Se dunque giusto è stato il nostro castigo, giusto sarà pure il nostro premio. La poetica del profeta, che utilizza immagini come l’aurora e l’autunno per confortare il proprio messaggio, sta addolcendo un dramma esistenziale in corso nella nostra esperienza. Il passaggio rigenerante dalla separazione da Dio alla riunificazione con lui. Il dramma è sancito dalla profondità emotiva che questo passaggio genera in noi. Per questo occorre lasciare al Signore stesso la direttiva del nostro incedere, certi della sua venuta. Essa è per noi la luce verso la quale il nostro percorso si orienta e prende senso. Diversamente saremmo anime vaganti nelle tenebre. Il profeta rimarca questo aspetto dello “strazio” precedente non per evidenziare ancor di più l’errore di chi non ha voluto seguire il Signore, ma per dare maggior enfasi al “gaudio” successivo di chi può nuovamente incontrare il suo amore, maturo dell’esperienza vissuta, coadiuvato dalla coscienza del proprio stesso precedente agito.
Si tratta, tuttavia, di un “affrettarsi” rispetto ad una conoscenza, non rispetto ad una appropriazione. Il profeta sottintende qui un precedente stato di non conoscenza del Signore proprio laddove, con vanità e superbia, si supponeva a tal punto di conoscerlo da appunto poterlo possedere. E possederlo addirittura “gestendolo”. 
Spesso capita anche oggi di essere così sicuri di conoscere Dio, di fare la sua volontà, da credere che egli necessariamente debba accondiscendere le nostre operazioni, le nostre attività. Che insomma sia lui a venire dietro le nostre direttive. No. Questo è proprio ciò che genera lo strazio, poiché è inverso il termine referenziale posto dal profeta. Siamo noi a dover affrettarci a rimettere in discussione le nostre precedenti certezze, i punti inamovibili della nostra autostima alla luce di quanto il Dio che viene ci domanda. Ivi lui è davvero la nostra guida, il nostro riferimento, la nostra meta. E la nostra salvezza deriva dall’abbandono di noi stessi nella tensione di questa ricerca, non nella chiusura autoreferenziale, nello “strazio” esclusivista del proprio ego.
Amen
S. Rosario – Preghiera per la guarigione al Nome di Maria (dal 1° volume del nostro “Liberaci dal male”) – Invocazione del servo di Dio Matteo d’Agnone per la vittoria sul maligno – Angelus per il S. Padre e la Chiesa – Credo

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