Il Cristianesimo in quanto bellezza

Il Cristianesimo in quanto bellezza
 
 
Dobbiamo riscoprire il Cristianesimo in quanto bellezza, e bellezza assoluta in rapporto alla coscienza di sé, del creato, della vita. Liberarci da una schiavitù concettuale del Cristianesimo che ci imprigiona fra meccanismi compulsivi di idee, dottrine, regole, legislazioni. Astrarci da tutto questo, senza tuttavia prescinderne, andando oltre, “più su”, sino a sperimentare la bellezza di Cristo, una bellezza infinita dal quale ogni umana percezione del bello deriva e a cui è rapportata. In alto con lo spirito, oltre la soglia di quanto riteniamo insuperabile. E questo possiamo farlo proprio per la bellezza intrinseca a noi stessi, alla nostra espressione, al nostro giudizio: tutti doni che ci provengono a loro volta da Cristo.
Non possiamo tuttavia pretendere di scoprire la bellezza dove essa non si manifesta affatto: il limite primitivo per la scoperta della bellezza è proprio il suo rinnegamento nella concretezza dell’esperienza, cioè il rimanere a terra, persi fra le cose, inermi rispetto a qualsiasi confronto di sapienza rispetto ad esse, alla capacità di evadere dalla loro limitazione, alla forza che lo Spirito ci infonde di superarle per mezzo dell’intelletto, della volontà e soprattutto della fede.
Siamo belli per natura, perché creature di Dio. Il limite della nostra bellezza riguarda la sua oggettività storica, non il suo potenziale trascendente. Perché a partire dalla nostra propria bellezza possiamo raggiungere economie infinite di bellezza che ci sorpassano e ci sorprendono, in modo da farci lasciare indietro, senza alcun rimpianto, tutte le cose del mondo che ritenevamo espressione massima di bellezza e di soddisfazione.
Amen
 
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