Riccardo di S. Vittore

Dal libro di Riccardo di San Vittore, La Trinità

Teologia

Traduzione a cura di Mario Spinelli, ed. Città Nuova, Roma 1990, Libro Quarto, pp. 153-158.

II. […] “Domando: l’affermata unità della Trinità e Trinità dell’unità, anche se non può essere compresa, forse che per questo non è possibile? Chi, all’infuori di un demente, potrebbe pensarlo? Chi oserebbe sostenerlo? Quante sono le cose che l’intelligenza umana non comprende! Eppure, una quantità di esperienze costringono l’intelletto umano a riconoscere quanto siano vere! Spiegami, di grazia, se puoi, questo fenomeno di cui non si può assolutamente dubitare: come mai l’occhio corporeo, pur vedendo, non percepisce dove esso stesso si trovi e, con la sua facoltà visiva, percepisce dove assolutamente non è? In cielo, dove lui proprio non è, vede se c’è una stella; chiuso dalla palpebra, però, non vede proprio la palpebra che lo nasconde. Tutti gli altri sensi dell’organismo avvertono e distinguono solamente gli oggetti che toccano; solo il senso della vista è imponente con ciò che tocca ed è invece efficace in rapporto alle cose distanti e a quelle più lontane. Forse che, siccome non capisci come ciò possa accadere, contesti per questo che non è vero? Spiegami, se ti è possibile, un altro fatto che non oseresti negare: come avviene che in te stesso il corpo e l’anima, pur così diversi certamente nella loro natura, costituiscano una unica e medesima persona? E dopo che mi avrai risposto, allora chiedimi pure come sia possibile che, in una natura sommamente semplice e comune a tutte loro, la Trinità delle persone sia una sola e medesima sostanza. Ma se non si riesce a comprendere come possa prodursi ciò che pure la mente umana conosce per esperienza, tanto più incomprensibile risulta quello che nessuna esperienza umana può raggiungere.

III. Se dichiari, però, di non poter assolutamente dubitare dei dati forniti dall’esperienza, anche se trascendono il limite della capacità umana, io aggiungo che dell’esistenza di certe cose incomprensibili nessuno dubita, anche se non si possono sperimentare. Evidenti ragioni, infatti, obbligano a riconoscere molte realtà, che tuttavia la mente umana non è in grado di spiegarsi. Comprendi forse l’eternità di Dio? Eppure non hai dubbi sulla sua eternità. Dubiti forse dell’immensità di Dio, anche se non sei capace di comprenderla? Tutti coloro che predicano sull’onnipotenza di Dio e vi credono, sono forse in grado di capirla? Se tu interrogassi i teologi uno dopo l’altro, tutti ti risponderebbero che in Dio la potenza si identifica con la sapienza, e che la bontà coincide tanto con l’una quanto con l’altra. Se poi chiedessi in cosa consistano queste tre qualità, non troveresti altro che la sostanza divina. Ragioni evidenti dimostrano tutto ciò e costringono ad ammetterlo. Tutti i teologi sono senz’altro d’accordo in proposito, tutti indistintamente sostengono questa posizione.

Orbene, tra queste affermazioni qual è la più comprensibile, quale la più intelligibile, che una sola sostanza corrisponda a tre persone oppure che tre persone costituiscano un’unica sostanza? Entrambe le affermazioni sono incomprensibili, ma nessuna delle due è incredibile. Questa incomprensibilità, tuttavia – secondo la mia opinione – fa sì che alcuni ritengano che il significato di “persona” acquisti di volta in volta una molteplicità di accezioni. In effetti, qualcuno sostiene che il termine “persona” indichi ora la sostanza ora le sussistenze ora gli attributi delle persone; e quando indica la sostanza, secondo costoro, è sempre al singolare, mai al plurale, perché altrimenti chi afferma tre persone sembrerebbe affermare anche tre sostanze. Per provare, poi, che le persone sono le proprietà personali, chiamano in causa l’autorità di Girolamo che sostiene quanto segue: “Respingendo l’eresia di Sabellio, noi distinguiamo tre persone, ciascuna con i propri attributi. Non affermiamo soltanto dei nomi, infatti, ma anche gli attributi significati dai nomi stessi, ossia le persone o – come dicono in Greci – le ipostasi, cioè le sussistenze”. A mio giudizio, tuttavia, Girolamo con queste parole non dice che le persone coincidono con gli attributi personali, ma con gli attributi dei nomi, vale a dire con le realtà propriamente indicate dai nomi delle persone.

IV. Sorvoliamo pure sul nome “ipostasi”, che – secondo Girolamo, nasconde forse del veleno; lasciamo perdere, cioè, il termine greco, visto che noi non siamo Greci. La parola “sussistenza”, però, non ci è consentito di farla passare sotto silenzio. Alcuni spiegano che le persone sono sussistenze, affermando – più di quanto dimostrino – che nell’unica divinità ci sono tre sussistenze ed una sola sostanza; e tutto ciò è esposto difilato senza spiegazioni, come se per tutti i lettori fosse scontato che possano esservi tre sussistenze proprio laddove non risulta esserci che una sola sostanza. Ora, questa loro tesi io non la biasimo, non la critico, non protesto che è falsa. Però non posso rinunciare a dire la verità: che cioè questa loro teoria non mi convince, nella mia semplicità.

Se volete persuadere le persone come me, è necessario anzitutto specificare accuratamente il significato tanto di “sostanza” quanto di “sussistenza” e, sulla base di tale precisazione, dimostrare in quale modo possa trovarsi più di una sussistenza dove non c’è che una sola sostanza. Altrimenti, domando, che vantaggio può esservi nel dimostrarmi qualcosa di oscuro con un argomento ancora più oscuro? Il termine “persona” corre sulla bocca di tutti, anche della gente incolta; la parola “sussistenza”, invece, non è conosciuta neanche da tutti i dotti. Perciò, faccio osservare, ignorando il significato proprio di questo termine, come potranno i più sprovveduti, sulla scorta di esso, concludere che tre sussistenze e, per ciò stesso, tre persone possono esistere nell’unità della sostanza? Come potrà soddisfare, dico, una simile dottrina, che risolve un problema con un problema?

Pertanto, essendo mia intenzione in quest’opera andare incontro ai più semplici e non già – per dir così – insegnare a Minerva, sarà mia cura, nella misura in cui il Signore me lo concederà, di specificare il significato non tanto di “sussistenza” quanto di “persona”. Poi, sulla base di questa individuazione di significato, cercherò di dimostrare in che modo la pluralità delle persone possa conciliarsi con l’unità della sostanza.

Trinità

V. […] Dirò, proprio così, dirò quello che penso e che credo fermamente e senza esitazione, cioè che nel mistero tanto sublime e sovreminente della Trinità il termine “persona” non è stato assolutamente adottato senza una ispirazione divina e senza il magistero dello Spirito Santo.

Pensiamo a come il medesimo Spirito abbia predetto tanti misteri della nostra fede, della nostra redenzione e della nostra santificazione e glorificazione per bocca dei profeti, li abbia esposti per bocca degli evangelisti e li abbia illustrati per bocca dei dottori. Chi rifletta su ciò non potrà in alcun modo ritenere che lo Spirito Santo abbia lasciato alla discrezione degli uomini e non invece regolato con la propria ispirazione l’articolo supremo della nostra fede, il mistero più santo e segreto della Trinità, quella parola che ha voluto fosse oggetto della fede di ogni anima e della confessione di ogni bocca.

Certo, ammettiamo pure che chi ha applicato per la prima volta il termine “persona” alla realtà divina l’abbia fatto di necessità, per poter rispondere in qualche modo a quelli che chiedevano in che senso fossero tre i tre nella Trinità; non si poteva rispondere, infatti, che si trattava di tre Dei. Ciò nonostante, lo Spirito Santo, che guidava i loro cuori, sa bene in che modo e con quale esatto significato venisse adoperato il termine da loro usato perché costretti. Dunque, se siamo sinceramente convinti di ciò, cerchiamo con ogni cura di sapere, non già con quale accezione questa parola sia stata usata inizialmente dagli uomini, né per quale motivo sia stata successivamente riferita alla realtà divina, ma con quale significato vero sia stata ispirata dallo Spirito di verità a coloro che la riferivano e sia entrata nell’uso universale della Chiesa latina. Ora, nessun giudizio è più certo di quello che viene formulato in base ad una concezione comune dello spirito. Pertanto io cercherò di far derivare le nostre affermazioni dall’idea semplice e comune che ogni spirito concepisce a proposito della parola “persona”.

VI. Prima di tutto ripetiamo ciò che è stato detto da altri, e cioè che la parola “persona” si addice alla sostanza e, apparentemente, indica una sostanza. Ciò nondimeno, però, c’è una grande differenza tra il significato dell’una e quello dell’altra. Ma perché risulti più intelligibile quello che affermiamo, spieghiamo più chiaramente questo punto in particolare. Chi potrebbe negare, chi potrebbe dubitare del fatto che il termine “animale” indichi una sostanza? Eppure, il significato della prima parola differisce molto da quello della seconda. La parola “animale”, infatti, indica una sostanza animata e sensibile. Animale, pertanto, significa sì una sostanza, ma nello stesso tempo significa anche qualche altra cosa. In effetti, con la parola “animale” è indicata una sostanza, ma con l’aggiunta di una differenza specifica. Allo stesso modo, anche il termine “uomo” significa chiaramente “animale” e, proprio per ciò, “sostanza”. Che cos’è l’uomo, infatti, se non un animale razione soggetto alla morte? Di tale termine, quindi, si ha un significato principale e, nel contempo, un altro significato. Per cui “animale” indica una sostanza, non qualsiasi, ma sensibile; “uomo”, a sua volta, non indica qualunque sostanza sensibile, ma una sostanza razionale. Ora, non si parla mai di “persona”, se non a proposito di una sostanza razionale, e quando diciamo “persona” non intendiamo mai altro che una sola sostanza unica e individuale.

Perciò, con il concetto di sostanza, sotto il nome di animale, si sottintende una proprietà che è comune a tutti gli animali; sotto il nome di uomo, viene sottintesa una certa proprietà che non si addice che ad uno solo, anche se non con la determinazione che deriva dal nome proprio. Quindi a volte si sottintende una proprietà generica, altre volte una proprietà particolare; per quanto riguarda la parola “persona”, poi, è in essa sottintesa una proprietà individuale, singolare, incomunicabile. Da tutto ciò, penso, potrai facilmente dedurre che il significato di “sostanza” ed il significato di “persona” sono molto differenti l’uno dall’altro.

VII. Se rifletti bene ed osservi attentamente, con la parola “sostanza” non si intende tanto qualcuno, quanto qualche cosa. Il termine “persona”, viceversa, non indica tanto qualcosa, quanto qualcuno.

Quando qualcosa è tanto distante da noi da non potersi distinguere, noi chiediamo che cosa sia, e di solito riceviamo in risposta che si tratta di un animale o di un uomo o di un cavallo, e così via. Se, però, questo qualcosa si è avvicinato al punto da consentirci di constatare che è un uomo, noi non domandiamo più che cosa, ma chi sia; e ci viene risposto che è Matteo, o Bartolomeo, o il padre o il figlio di qualcuno. Vedete bene che alla domanda “Che cosa è?” si risponde con una parola generica o specifica, con una definizione o qualcosa del genere; alla domanda “Chi?”, invece, la risposta è ordinariamente un nome proprio, o qualcosa di equivalente. Con “Che cosa?”, dunque, ci si informa intorno ad una proprietà comune; con “Chi?”, intorno ad una proprietà individuale.

Va osservato, poi, che se, di fronte ad una apparizione angelica, uno chiedesse ad un altro di chi si tratti ed avesse in risposta che è un angelo del Signore, ebbene tale risposta non corrisponderebbe alla logica del linguaggio ma allo stato d’animo dell’interrogante, come se gli venisse detto più chiaramente: “Non è un uomo, come tu credi, ma un angelo del Signore”. In effetti, se il richiedente sapesse che si tratta di un angelo, non porrebbe una simile domanda e non gli verrebbe data una risposta del genere, perché la cosa non avrebbe senso. Di conseguenza, come si è detto, con “Che cosa?” ci si informa a proposito di una proprietà comune; con “Chi?”, riguardo ad una proprietà individuale. Con “Che cosa?”, noi chiediamo per conoscere le caratteristiche di una sostanza; con “Chi?”, per essere illuminati sugli attributi di una persona.

E si deve sottolineare altresì che alla domanda su chi sia questa persona, o chi sia costui, noi diamo di solito la medesima risposta, con un nome proprio o in una maniera equivalente.

Sulla scorta di tutto ciò, credo, si può comprendere in modo adeguato che con la parola “sostanza” non si sottintende tanto qualcuno, ma piuttosto qualche cosa e che, viceversa, il termine “persona” non indica tanto qualcosa, quanto qualcuno. Con la parola “persona”, inoltre, non viene mai designato se non qualcuno che è uno solo, distinto da tutti gli altri per una proprietà particolare” […].

Fonte: La Casa di Miriam Torino