Martin Hengel si sbagliava sul Discepolo Amato

“Martin Hengel si sbagliava sul Discepolo Amato” – dal libro “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” – di Francesco G. Silletta – Edizioni La Casa di Miriam

Valutando nel suo complesso l’attendibilità storica delle informazioni trasmesse da Eusebio di Cesarea, Martin Hengel perviene a questo genere di conclusione: “Si deve riconoscere la possibilità che Eusebio talvolta passi sotto silenzio informazioni con cui non era d’accordo o le ometta per negligenza. Perché mai non avrebbe dovuto passare sotto silenzio la notizia – ipotetica – di Papia, secondo cui il presbitero Giovanni aveva scritto il Quarto Vangelo (di seguito, QV)? L’unico suo interesse era quello di farlo apparire come autore dell’Apocalisse (libro che Eusebio non riconosceva come ispirato, N.d.A.), e per questo introdusse la leggenda tendenziosa delle due tombe giovannee ad Efeso (III,39,6), diffusa per la prima volta da Dionigi di Alessandria. A parte tutte queste considerazioni, non sappiamo con esattezza in che modo Eusebio abbia letto i cinque libri di Papia, che stimava pochissimo. Le sue brevi citazioni danno solo una idea molto confusa dell’opera nel suo complesso e i pochi frammenti rimasti, riportati da autori più tardi, ci fanno supporre che essa non sia stata affatto letta con grande attenzione”.
Da un punto di vista della valutazione storica, quindi, ci pare indubbio come Hengel dia alla testimonianza di Eusebio un valore sostanzialmente insufficiente, soprattutto per quanto attiene il riporto dei testi di Papia. Il fatto che Eusebio, pur citando quest’ultimo, nutrisse per lui una bassa stima, è fuori discussione, come possiamo ocularmente vedere leggendo un brano della sua “Storia Ecclesiastica”:
“(Papia) riferisce poi altri fatti, appresi, come dice, dalla tradizione orale, altre parabole conosciute del Salvatore, i suoi insegnamenti e altre cose più favolose: trascorsi mille anni, diceva, dalla risurrezione di Gesù dai morti, il regno di Cristo si sarebbe manifestato materialmente su questa terra. Penso che egli, accettando queste teorie, abbia frainteso e travisato le dottrine professate dagli Apostoli, non avendo compreso che essi parlassero solo in senso mistico e simbolico. È chiaro che egli fosse infatti di intelligenza limitata, come si può provare dai suoi scritti. A causa sua moltissimi altri scrittori della Chiesa che vissero dopo di lui hanno professato le sue stesse opinioni in forza della sua antichità, come Ireneo e qualche altro che, a quanto pare, condivise le sue stesse idee” .
Dal canto suo, Ireneo manifesta un opposto genere di stima rispetto al vescovo di Gerapoli, del quale scrive:
“[…] Queste cose Papia, uditore di Giovanni e compagno di Policarpo, uomo venerabile, le attestava per iscritto nel quarto dei suoi libri – ci sono infatti cinque libri composti da lui” .
Si tratta allora di un profilo della persona di Papia ben distinto nel santo vescovo di Lione rispetto a quello presentato pubblicamente da Eusebio di Cesarea, che ciò nonostante ne cita alcuni frammenti e addirittura osserva “la necessità di aggiungere queste notizie a quanto già detto” .
A sua volta, tuttavia, come abbiamo visto attraverso il commento di Hengel, è in generale la credibilità storica di Eusebio, attraverso il quale ci viene trasmessa una parte dell’opera di Papia, interamente perduta, ad essere oggettivamente messa in discussione. L’antipatia di Eusebio per questo personaggio può certamente aver influito nel suo resoconto testuale, come pure in generale è la sua non certo “ortodossa” comprensione cristiana a stabilire alcuni “chiaroscuri” dogmatici in seno alla sua testimonianza.
Si deve tuttavia precisare, a questo punto, che se un autore che scrive un’opera dal carattere storico-retrospettivo, come è appunto Eusebio di Cesarea, viene ritenuto non sufficientemente attendibile, come attestato da Hengel, allora non è possibile accettare da questa non esaustiva attendibilità soltanto ciò che fa comodo ad un proprio orientamento di pensiero, come se si trattasse di una verità inconfutabile, cosa che invece ci pare accadere con lo stesso Hengel in riferimento ad alcuni brani dell’opera di Eusebio. Leggiamo in particolar modo il seguente:

“È opportuno a questo punto sapere che in Papia il nome di Giovanni è attestato due volte; il primo viene chiaramente presentato come evangelista accanto a Pietro, Giacomo, Matteo e agli altri Apostoli. Dopo aver fatto una distinzione, annovera l’altro Giovanni fra coloro che non erano Apostoli, gli antepone Aristione, e lo chiama chiaramente presbitero. Con ciò viene dimostrata la veridicità del racconto di coloro che dicevano che in Asia due persone avevano lo stesso nome, e ricordavano che ancora oggi esistono due tombe che portano il nome di Giovanni ad Efeso. A queste cose bisogna fare attenzione; è verosimile infatti che il secondo, se non si vuole il primo, abbia avuto le visioni riferite nell’Apocalisse attribuita a Giovanni” .
Si deve osservare che in questo brano Eusebio non sta riportando alcunché di diretto dalla (perduta) opera di Papia, bensì sta proponendo un suo proprio commento ad essa, per nulla “trasparente” ed oggettivo in quanto alle proprie conclusioni, anche alla luce di quella “bassa stima” da noi precedentemente sottolineata. Il fatto tuttavia che venga istituita questa “distinzione” fra due omonimi discepoli di Gesù, cioè fra Giovanni Apostolo e Giovanni il presbitero, risulta suscitare un particolare interesse in alcuni studiosi, orientati appunto all’attribuzione del QV al secondo dei due Giovanni, il presbitero , anche alla luce di un (sinceramente) ipotetico collegamento con il “presbitero” mittente della seconda e terza lettera di Giovanni. Proprio alla luce di questa distinzione, sorge l’accusa di una confusione fra i due Giovanni operata dal vescovo di Lione, sant’Ireneo, nell’attribuzione del QV al Giovanni Apostolo e nel sostenere Papia come “uditore di Giovanni e compagno di Policarpo”, il quale ultimo Giovanni, secondo questa critica, dovrebbe essere non l’Apostolo, bensì “il presbitero”. Stupisce, peraltro, come l’accusa venga posta da questi studiosi soltanto nei confronti di Ireneo, mentre essa, se davvero esistente, potrebbe essere riferita allo stesso Papia, che potrebbe aver confuso fra i due Giovanni, oppure ancor più verosimilmente ad Eusebio. Vi è a riguardo una citazione ancora più impegnativa che Eusebio attribuisce ancora una volta a Papia e che genera questo tipo di interpretazione. Essa è immediatamente precedente il qui sopra esposto commento offerto dallo stesso Eusebio:
“Lo stesso Papia, nel proemio del suo scritto, afferma di non avere ascoltato né visto di persona i santi Apostoli, ma di avere appreso i contenuti della fede da coloro che li conobbero. Ecco le sue parole – Non esiterò a riferirti anche quelle notizie che un tempo ho rettamente appreso dai presbiteri e che ho bene impresso nella memoria, sicuro della loro veridicità. Non godevo infatti, come i più, di coloro che dicono molte cose, ma di quelli che insegnano la verità, né di quelli che riferiscono ciò che altri hanno loro comandato, ma di coloro che hanno annunciato i comandamenti consegnati alla fede dal Signore e derivanti pertanto dalla verità in persona. Se mai fosse giunto qualcuno che si fosse vantato di essere seguace dei presbiteri, io gli chiedevo con insistenza quello che avesse detto Andrea o Pietro o Filippo o Tommaso o Giacomo o Giovanni o Matteo o chiunque altro tra i discepoli del Signore, e inoltre le parole di Aristione e del presbitero Giovanni, discepoli del Signore. Non pensavo infatti di dovere a ciò che avevo appreso dai loro libri tanto quanto alle cose imparate dalla loro voce viva e sicura” .

Volendo partire da una metodologia scorretta, pur tuttavia utilizzata anche da altri studiosi, possiamo cominciare dalla fine, ossia osservare che in nessun modo Papia attribuisce qui, a “Giovanni il presbitero”, la composizione del QV, né la sua menzione di questo “Giovanni il presbitero” è atta alla dimostrazione di alcunché o di qualsivoglia errore nella tradizione comune che identifica l’Apostolo Giovanni quale autore del QV: Papia, infatti, non volge qui il suo interesse agli scritti, bensì ad una “voce viva e sicura” che egli stesso, per trasmissione, ha udito. Papia, piuttosto (nel riporto di Eusebio, però!), parla di questo “distinto” Giovanni unicamente come di un “presbitero” e “discepolo del Signore”. Ora, il termine “presbitero”, come abbiamo spiegato sopra, non ha qui alcun senso né valore ecclesiale secondo l’uso contemporaneo, bensì ha un letterale significato di “anziano”. Lo stesso Pietro, nella sua prima lettera, scrive: “Esorto gli anziani (πρεσβύτερος) che sono tra voi, quale anziano come loro (συμπρεσβύτερος) […]” (1Pt 5,1).
Il termine “presbitero”, quindi, nel brano di Papia non deve essere letto in senso univoco ma, semmai, equivoco, dal momento che nella prima parte viene chiaramente attribuito a coloro che fanno parte del consorzio apostolico e che lui stesso cita per nome (Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo, Giovanni, Matteo), mentre nella seconda lo attribuisce soltanto al discepolo Giovanni, e non ad Aristione citato prima di lui. In questa prospettiva, il termine “presbitero” non ci pare affatto distinguere in senso assoluto il secondo dei due Giovanni menzionati da Papia, né avere un particolare intento qualificante in ordine alla sua persona. In secondo luogo, non bisogna dimenticare che laddove Eusebio, a commento di questo brano, sottolinea come Papia “distinguesse” fra due omonimi Giovanni, lo fa con un chiaro intento suo proprio, cioè l’attribuzione della da lui misconosciuta Apocalisse al secondo di questi Giovanni, il cosiddetto “presbitero”, non piuttosto per sottolineare l’effettiva distinzione di per se stessa. Si potrebbe addirittura supporre che la distinzione fra i due Giovanni possa intrinsecamente appartenere allo stesso Eusebio piuttosto che non a Papia […]”
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