Sulla conservazione del creato

Sulla conservazione del creato

3. Differenze fra Cartesio e Newton nel descrivere la conservazione del creato

Al pari del precedente, questo articolo si propone come breve sintesi di una dicotomia di pensiero fra due autori, in questo caso il padre della modernità, Cartesio, ed il grande scienziato della forza gravitazionale, Isaac Newton. Anche in questo caso sorge fra i due una diversa interpretazione su un dato punto, rispetto al quale ancora una volta interviene il Pannenberg ad interpretare le posizioni ed a tracciare una propria sintesi personale. Qui, più che l’atto creativo in se stesso, è in gioco l’azione conservatrice di Dio, lo stesso Dio ritenuto a più voci, e giustamente, “immutabile”, anche se tale epiteto può essere frainteso e portare ad errate conclusioni. Una di queste è senza dubbio quella di Cartesio, il quale, pur senza negare l’agire creativo di Dio, né lo stesso concetto di “creatio continua”, per salvaguardare rigidamente (e su posizioni assai filosofico-naturaliste) l’immutabilità del Creatore, ritiene impossibile ricondurre a lui direttamente “le interazioni che si determinano tra le cose messe in moto al momento della stessa creazione, cioè alle leggi di natura[1]. Inoltre, considerata la “conservazione” delle creature, nel senso di staticità rispetto alla condizione di moto o di quiete in cui sono state create da Dio, nemmeno ad esse stesse è possibile ricondurre quelli che sono i loro effettivi mutamenti e trasformazioni. E’ necessario pertanto, per Cartesio, introdurre un “meccanicismo” esterno derivante da indolenze esterne relative ai movimenti che le creature, reciprocamente, esercitano.

Newton taccia di “rischio ateistico” la posizione cartesiana, che oltre che piuttosto ingarbugliata, introduce un fattore “assenza di Dio” nei mutamenti delle creature, assai pericoloso nella misura in cui potesse – e di fatto lo è stato, anche se non necessariamente per causa cartesiana – introdurre un’autonomia di “governo” delle creature ed una delegittimazione della conservazione e del governo (quindi anche trasformazione e sviluppo) delle medesime ad opera di Dio. Il problema, come rileva il Pannenberg, è che, pur opponendosi ad una prospettiva immanentistica e ateistica, proprio Newton, con le sue tesi circa “il principio di inerzia, che Newton ritiene come vis insita, combinato con il rapporto che legherebbe le forze motrici ai corpi, eserciterà una notevole influenza nel secolo 18°, quando la visione meccanicistica della natura si libererà progressivamente da ogni legame con la dottrina teologica della creazione e sostentazione del mondo ad opera dell’agire di Dio”. Uno sviluppo in questa  prospettiva è stato il passaggio dal concetto di “forza” a quello di “campo quantistico”.

– Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Torino (Studi)

 

 



[1]Ibid.