Il Magnificat – Verifica e approfondimento

Il Magnificat – Verifica e Approfondimento

Magnificat

Dal libro di René Laurentin, “Magnificat. Action de grâce de Marie” (1991),

 (tr. it. “Il Magnificat. Espressione della riconoscenza di Maria”, Queriniana, Brescia 1993, cfr. pp. 135-141)

“Il Magnificat è il canto di Maria? No, secondo l’opinione dominante degli esegeti di mestiere. Lo trasferiscono ipoteticamente:

          O allo stesso Luca (opinione che ha avuto un momento di successo, ma che è insostenibile e sempre di più viene abbandonata)

      O ad una comunità creatrice: dei poveri, precisano alcuni, senza altro fondamento che l’a-priori di una data tardiva e il posto (rivendicativo?) dei poveri nel cantico: se parla dei poveri, è perché emana da una comunità povera, senza dubbio giudeo-cristiana (questa ultima induzione è esatta).

 L’esclusione di Maria a me pare derivare da a-priori culturali, tramandatici da una lunga storia: la critica biblica, nata due secoli fa, all’inizio del XIX secolo, è stata elaborata in una atmosfera idealistica, all’ombra di Kant e di Hegel: il soggetto prevale sull’oggetto. La conoscenza, dissociata dalla realtà, diveniva, in diversi gradi, soggettiva, e quindi razionalistica: nobile compensazione. La rivoluzione copernicana di Kant svuotava il realismo, essenziale all’intelligenza dell’incarnazione, come all’intelligenza tout-court.

René Laurentin

 A complicare ulteriormente l’avventura si aggiunse una lotta della ragion pura contro l’angustia della tradizione ecclesiastica ripiegata su se stessa. La vittoria del libero pensiero contro i pregiudizi di una dogmatica dagli orizzonti troppo limitati incoraggiò il sospetto sistematico. Il trionfo di Galileo e di alcuni altri invitava a cercare la verità al di là delle apparenze e convenzioni sempre ingannevoli: ecco la dinamica che l’esegesi razionalistica trionfante andava generalizzando.

 La filosofia idealistica presumeva che la religione dovesse essere demitizzata. La cosa suscitò un iconoclasmo sistematico di cui i vangeli dell’infanzia e la verginità di Maria furono il bersaglio privilegiato. L’esegesi ha certo abbandonato questi primi eccessi, ma ne ha conservato le ferite.

 Se si è potuto, con ragione, mettere in questione, negare o relativizzare l’appartenenza dei salmi a Davide, del Pentateuco (nella sua forma definitiva) a Mosè, bisogna stare attenti a non ridiscutere una attribuzione attestata se non quando si hanno, per farlo, delle ragioni e delle obiezioni di un certo peso. Così si ragiona nella storia profana, dove le ecatombi sono minori.

 La critica biblica, invece, è infinitamente più sospettosa, secondo il pregiudizio in base al quale la religione è menzogna e due preti o “aruspici” non possono guardarsi senza mettersi a ridere. La storia non rimette in discussione l’attribuzione delle opere antiche a Platone, Aristotele, Giulio Cesare, ecc., mentre gli assalti della critica biblica assomigliano molto a quei tentativi balzani di togliere le loro opere teatrali a Shakespeare o a Molière: commedianti, incapaci di creazione geniale, ai quali andava sostituito qualche signore ben istruito, o magari lo stesso re. Anche queste trovate sono riuscite a confondere un po’ le acque, tirando i fili dell’illusionismo.

Nazaret

 Allo stesso modo si ragiona per Maria: questa “contadinotta giudea analfabeta” era incapace di comporre il Magnificat: evidentemente opera di un “letterato”, di un “professionista del salmo”, come ho letto in libri di esegesi cattolica, quasi che fuori del professionismo patentato non esistessero qualità.

 L’importante è esaminare la questione, non secondo gli a-priori della demitizzazione, né secondo i pregiudizi antireligiosi dei maestri del sospetto che hanno sfruttato in modi diversi la medesima spinta culturale: Marx, in nome del materialismo; Nietzsche in nome della volontà di potenza; Freud in nome della libido e della sessualità; radice autentica della nevrosi religiosa e delle sue sublimazioni illusorie. Jung restò scandalizzato e ruppe con Freud, quando sentì dire:

      –          “Mio caro Jung, promettemi di non abbandonare mai la teoria sessuale […] Dobbiamo farne un dogma, un bastione incrollabile.

(Mi diceva queste cose pieno di passione, e con il tono di un padre che scongiura):

 –          Promettimi una cosa, caro figlio: Va’ tutte le domeniche alla chiesa […] Un bastione, un dogma! […] Tutto questo non ha più nulla di un giudizio scientifico ma scaturisce unicamente da una volontà di potenza. Fu un colpo al cuore per la nostra amicizia”.

Le battaglie ideologiche a-priori risultano sempre più obsolete, perché i progressi della scienza, basati sul realismo, portano al di là delle ideologie. Non si tratta di giocare a disintegrare i testi, ma di coglierne oggettivamente la coerenza, la relazione seria con gli eventi, e la trasmissione da parte di testimoni oculari, ai quali Luca si riferisce formalmente, alla buona scuola dei primi storici greci. Perché non osare dirlo?

[…] Quali sono, dunque, i seri motivi per attribuire il Magnificat a Maria, malgrado l’opinione contraria che vanno diffondendo specialisti rispettabili e qualificati?

Innanzitutto, Luca attribuisce formalmente questo cantico a Maria. È un dato sincero e non trascurabile. Occorrerebbero ragioni serie per rivedere la conditio possidentis.

2. L’evangelista lo dice con cognizione di causa, perché ha visitato la comunità di Gerusalemme dove Maria viveva, come dice in Atti 1,14.

Vi si recò verso l’anno 50; riferisce il suo viaggio a Gerusalemme, insieme con  Paolo, in Atti 21. Lì vide Giacomo, il vescovo della prima comunità cristiana (21,18) e senza dubbio gli altri “fratelli del Signore”, in particolare quel Simone, “un altro cugino del Signore”, che succederà a Giacomo dopo il suo martirio (secondo Egesippo, metà del sec. 2). Luca e Paolo vennero ospitati per un periodo notevole (At 21-23), e non è escluso che Luca, membro della comunità di Antiochia, si fosse recato a Gerusalemme anche prima. Il testo occidentale di Atti 11,27-30 (in cui Luca dice “noi” fa pensare a dei contatti e a probabili viaggi precedenti.

3. Luca è particolarmente credibile. È il più storico degli evangelisti: è stato formato al metodo storico, alla scuola degli storici greci, fondatori della storia. Si colloca sulle orme di Erodoto, nato verso il 485, che Cicerone qualifica come “padre della storia”, perché ha creato un metodo “per impedire che le azioni compiute dagli uomini si cancellassero con il tempo”[…].

4. Luca si preoccupa in modo particolare di indicare le proprie fonti, durante tutto il vangelo dell’infanzia. Non dà referenze come i moderni, con note a piè di pagina, ma secondo il modo del suo tempo: egli deriva il suo racconto da “testimoni oculari” (Lc 1,2) e li evoca con il ritornello del ricordo, che attesta la fedeltà della loro memoria. In Luca 1-2, menziona tre volte “le parole ed eventi che questi testimoni conservano nel proprio cuore”.

[…] È la memoria del “cuore”, che torna in tutti questi ritornelli. Ma i Greci erano piuttosto allergici alla parola “cuore”. La prima traduzione greca della Bibbia ebraica evita e traspone questo termine. Non si tratta comunque di un ricordo sognante o sentimentale. Nella Bibbia il cuore designa il centro profondo della personalità, l’unità radicale che noi dissociamo quando parliamo di intelligenza e di volontà.

Tutto questo è chiaro e coerente. Maria è la fonte di tutto ciò che Luca ha saputo sull’infanzia di Gesù (quello che dice coincide con i ricordi dei vicini di Giovanni Battista, 1,66). Totalmente diversa è la fonte nazarena del Vangelo dell’infanzia secondo Matteo 1-2 (l’ho analizzata altrove, cfr. Les Évangiles de l’enfance, 1982, pp. 359-372) […]”.

 Fonte: La Casa di Miriam Torino

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