L’esperienza pasquale dell’altro nel Discepolo Amato

L’esperienza pasquale dell’altro nel Discepolo Amato

Il discepolo amato

Dal nuovo libro: “Amato perché amante. Il Discepolo Amato come personaggio in migrazione” –

(Thesis ad Doctoratum in Theologia) . di Francesco Gastone Silletta © Copyright Edizioni La Casa di Miriam
– ISBN 9788894057119 – 368 pagine – € 37,00

“[…] Con questo paragrafo intendiamo concludere l’ampia sezione dedicata al ruolo di Tommaso in seno all’economia delle apparizioni pasquali, cercando di stabilire quale genere di ingrediente l’esperienza del comportamento di Tommaso abbia aggiunto al processo migratorio del Discepolo Amato (di seguito, DA). Più genericamente, ci domandiamo: in che modo i personaggi più vicini al DA hanno esercitato, attraverso le rispettive e singolari risposte di fede all’economia pasquale, un arricchimento di ordine migratorio per il DA? Di per se stessa, infatti, la fede del DA si è nutrita, lungo la trama, di determinate esperienze di altri personaggi, sia positive che negative, in riferimento all’evento pasquale. Senza queste esperienze, che il narratore con una particolare strategia teologica ha inserito nel proprio racconto, il DA risulterebbe sin troppo “autoreferenziale” rispetto al proprio dinamismo di conoscenza di Gesù, risultando per questo un personaggio privo di un’integrale assimilazione degli eventi che, ognuno secondo la rispettiva misura, hanno influito notevolmente nella caratterizzazione dell’insieme.
Come abbiamo già anticipato nel paragrafo precedente, una considerazione per certi versi soltanto “modellare” della fede del DA rispetto all’evento resurrezionale di Gesù, sembra sin troppo articolata “al di fuori” di una influenza paradigmatica di ordine mariano. Si osservano e si commentano i suoi atti, le sue relazioni, le sue personali conclusioni interiori, pur tuttavia sembra non essere considerato sufficientemente, a nostro avviso, il peso fondamentale che, in seno alla stessa fede del DA, viene esercitato da quel previo e determinante lascito ereditario da parte di Gesù, cioè sua madre (Gv 19,27). Osservando, per esempio, la differente velocità nella corsa al sepolcro fra il DA e Pietro, ci sembra che molti commentatori non sottolineino abbastanza la leggerezza spirituale derivante, nel DA, dalla consapevolezza interiore rispetto alla maternità mariana appena acquisita. In questa prospettiva, si preferisce un ordine materiale e semplicistico di interpretazione della maggiore velocità del DA, come è quello rappresentato dalla diversità di età che agevolerebbe la sua corsa, oppure quello reale e più complesso rappresentato dal senso di colpa petrino per la triplice rinnegazione, che “appesantirebbe” la sua marcia verso il sepolcro, pur tuttavia non sembra chiaro un orientamento mariano di fondo, volto cioè a stabilire, nel DA, una celerità spirituale derivante proprio dal dono della madre. Si tratta di un rischio ermeneutico del resto inevitabile, laddove l’episodio della consegna materno-filiale sotto la croce venga interpretato soltanto simbolicamente, cioè attraverso una spersonalizzazione dei soggetti storici destinatari del dono di Gesù. Il DA, pur tuttavia, è reale e vivente nella propria soggettività singolare, prima ancora che nel rimando proiettivo che, dal dato storico, è possibile trasferire al discorso ecclesiale. In questa prospettiva che noi definiamo “storica”, è propriamente lui, e non Pietro, colui che beneficia del dono di Maria come sua propria “madre”. Ora, questa medesima consapevolezza materna, che riconosciamo come “vivificante” per il DA, viene a nostro avviso ad esercitare un ruolo assai significativo anche nella seconda primazia del DA rispetto a Pietro raccontata nell’episodio della corsa, ossia quella relativa al confronto fra i due Apostoli all’atto di credere (“Vide e credette”, Gv 20,8). L’assenza narrativa di un dialogo o di un confronto fra i due Apotoli in questa scena, infatti, ci pare testimoniare come in effetti, al di là del rispetto verso il più autorevole Apostolo, il DA non trovi in lui, in questo frangente, la medesima percezione del dono materno da poco ricevuto. Per comprendere meglio quanto stiamo dicendo, si può riflettere ancora sull’economia di Cana, che abbiamo analizzato sopra secondo un fondamento mariano di comprensione. La madre era già là (Gv 2,1), alle nozze, come a nostro avviso era “già là”, secondo una anticipata presenza spirituale, anche al sepolcro. Maria, infatti, ha creduto prima ancora di avere veduto l’intero dipanarsi dell’economia terrena del Figlio, e non soltanto: ha anche esortato l’utenza discepolare a sottoporsi all’obbedienza della sua parola (cfr. Gv 2,5). Accogliendo Maria nella propria intimità (Gv 19,27), proprio a partire dal momento drammatico della croce, il DA deve avere beneficiato dell’inesplorabile economia sapienziale della madre di Dio anche in ordine alla Resurrezione del Figlio, facendosene privilegiato e singolare destinatario.
Come a Cana, infatti, Maria con la sua mediazione ha anticipato la manifestazione della gloria di Gesù e la fede di coloro che, da quel momento, “credettero in lui” (Gv 2,11), allo stesso modo, dal calvario al sepolcro, ha anticipato la manifestazione per eccellenza della gloria di suo Figlio, cioè la sua resurrezione, nel cuore e nell’intelligenza del DA, affinché con una maggiore penetrazione dell’evento questi veramente “credesse” (Gv 20,8). La fede del DA nella risurrezione di Gesù, quindi, risente a nostro avviso di una fondamentale mediazione materna di ordine mariano. In questa prospettiva, non ci pare neppure così strano che la prima testimone oculare del Risorto, secondo il quarto Vangelo, sia stata proprio Maria Maddalena, ossia un’altra beneficiaria privilegiata della vicinanza di Maria sotto la croce (19,25). La sua prolungata incomprensione dell’evento resurrezionale, infatti, a nostro avviso dipende da un grado di intimità della donna con Maria inquadrabile in questo contesto soltanto entro il fascinoso ordine dell’ammirazione discepolare piuttosto che non di quello materno-filiale, destinato unicamente, entro il quadro storico, al DA. Il lume donale della “convivenza” con la madre di Gesù è dunque, a nostro avviso, un fattore intrinseco ma fondamentale nella migrazione di conoscenza del DA, dal momento che facilita in lui quel superamento umano di resistenza alla dimensione soprannaturale dei segni operati da Gesù. Vi è poi un ordine di relazione più strettamente “orizzontale” che il DA intraprende con i propri condiscepoli. La natura di quell’atto di fede nella resurrezione di Gesù, attestato in Gv 20,8, è infatti suscettibile di determinati perfezionamenti teologici a ragione di una serie di rapporti stabiliti dal DA con i suoi compagni di discepolato. L’esperienza della reazione petrina alla perlustrazione del sepolcro, ad esempio, rappresenta un senso di non-superamento di determinate barriere intrapsichiche ancora vive nella coscienza di Pietro (prima fra tutte la memoria del diniego) e facilmente percettibili, in termini di acquisizione, dal DA. Quel misterioso “ritorno a casa” dei due Apostoli (Gv 21,10), senza il riferimento narrativo di alcun dialogo tra i due, porta con sé il mistero di una fede esplicitata solo per il DA (Gv 20,8) e per nulla riguardo Pietro.
Dal canto suo, la passionalità testimoniale della Maddalena, che narrativamente irrompe nel luogo dove erano riuniti i discepoli annunciando ex abrupto la visione del Signore (Gv 20,18), costituisce per il DA un altro elemento di progressione migratoria, dal momento che, dopo la primitiva e interiore acquisizione di fede, ora sperimenta come l’evento resurrezionale stia prendendo una pubblica nota testimoniale. Il DA può allora rendersi conto ocularmente di quanto “in un altro” rispetto a se stesso (cioè nella Maddalena) sia viva e con modalità più espansive la gioia straripante della risurrezione di Gesù e, d’inverso, di come debba essere ancora amplificato il riverbero testimoniale di questo annuncio nel cuore dei suoi condiscepoli, dei quali il narratore non specifica alcun atto di fede nelle parole della Maddalena (cfr. Gv 20,18). Vi è poi l’esperienza singolare che il DA fa dell’iperbolica comprensione di Gesù realizzata da Tommaso. La sua assenza dal gruppo apostolico (Gv 20,24) nel giorno della prima apparizione di Gesù, deve essere stata recepita dal DA con una profonda costernazione testimoniale. Proprio uno dei più intimi discepoli di Gesù, infatti, rifiuta di credere alla testimonianza apostolica. Si tratta di un frangente temporaneo pur tuttavia in grado di proiettare, nel cuore del DA, una futura problematica testimoniale con coloro ai quali destinerà il proprio annuncio. In un certo modo, la parola di beatitudine pronunciata da Gesù all’Apostolo incredulo (Gv 20,29) sembra istituire per il DA un promemoria inequivocabile rispetto al proprio mandato testimoniale, facendo proprie, ma applicandole alle generazioni che verranno, le parole di Gesù rispetto alla relazione fra visione e fede.
Allo stesso modo in cui, durante l’intensa e dolorosa situazionalità storica dell’arresto, processo, crocifissione e morte di Gesù, non pochi personaggi avevano interferito a proprio modo nella personale autocoscienza del DA, anche nella più breve ma non meno intensa scena narrativa dedicata all’evento resurrezionale il DA viene a relazionarsi con determinati personaggi (Maria Maddalena, Pietro, Tommaso e gli altri condiscepoli), i quali esercitano ognuno un diverso peso specifico in seno alla processione migratoria del nostro personaggio.
La narrazione del quarto Vangelo, che da un punto di vista induttivo procede ora verso le sue ultime battute, riserva ancora un’istanza relazionale per il DA, descritto nel contesto della pesca presso il lago di Tiberiade (Gv 21,23). Ci pare allora più logico anticipare, qui di seguito, una osservazione analitica di questa scena, che conclude il ciclo delle apparizioni del Risorto ai discepoli, preferendo così analizzare successivamente ed in parallelo il senso specifico delle cosiddette “due conclusioni” del quarto Vangelo (Gv 20,30-31; 21,24-25), le quali attestano l’ultimo stadio della migrazione discepolare del DA ed al contempo il primo di una nuova migrazione testimoniale: la scrittura del Vangelo […]” (Francesco Gastone Silletta)

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