Il lebbroso come modello e antimodello di liberazione

Il lebbroso come modello e antimodello di liberazione 
(modello nel chiederla, antimodello nel gestirla)
 
 
Per descrivere l’atteggiamento supplichevole del lebbroso che domanda a Gesù di essere purificato (dalla lebbra,nb), Matteo adopera lo stesso verbo (“προσεκύνει”, cioè prostrarsi, adorare) utilizzato in altri tre luoghi del suo racconto, ossia i seguenti:
– la scena in cui Giairo, capo della sinagoga, si prostra davanti a lui (προσεκύνει αὐτῷ) per implorare la guarigione della figlioletta morente (9,18)
– la scena in cui la donna cananea si prostra davanti a lui (προσεκύνει αὐτῷ) per implorare la liberazione di sua figlia dal demonio (15,25)
– la scena in cui un servo si prostra davanti al suo padrone (προσεκύνει αὐτῷ) supplicandolo di rimandare la resa dei conti con lui, non potendogli rifoderare il debito di diecimila talenti (18,26)
 
Il lebbroso viene allora inserito entro un medesimo contesto narrativo di “richiesta di guarigione”, nel quale, pur essendo ogni volta distinto l’oggetto in questione, cioè la natura del male da cui si chiede di essere liberati, è identico l’atteggiamento posto in essere, davanti alla figura-liberatrice, per implorarlo: prostrarsi davanti a lei.
Questo quadro comune di “richiesta”, presenta tuttavia un quadro distinto di “risposta” da parte di colui che narrativamente rappresenta il soggetto operante la liberazione e che in tre dei quattro casi citati corrisponde a Gesù stesso (solo nel racconto del re-padrone e del servo-debitore è diverso il protagonista di questa liberazione). La “risposta” all’implorazione, infatti, è condizionata da diversi aspetti che sono noti non al lettore, ma alla coscienza stessa dell’operatore della liberazione e che riguardano la condizione dell’animo della persona implorante, le conseguenze della liberazione che ella stessa domanda, la sua reintegrazione sociale una volta ricevuta la grazia richiesta, ed altri fattori ancora. Da ciò dipende una distinta “attualizzazione” della grazia da parte del soggetto-liberatore ed una modalità diversa di realizzarla in ciascun caso, nonostante l’identicità, per l’appunto, della formulazione richiesta.
Se in tutti e quattro i casi risulta identico l’esito dell’implorazione, ossia l’oggettiva liberazione ottenuta, diverse sono le conseguenze o gli effetti immediatamente successivi ad essa, a seconda appunto del comportamento stesso dei personaggi riceventi la grazia. In due dei quattro casi, esso corrisponde ad un segno negativo, ossia una contraddizione immediata rispetto all’esigenza intrinseca connessa alla liberazione ottenuta. Il lebbroso disobbedisce al silenzio richiesto da Gesù circa il miracolo ricevuto, così come il servo, a cui il debito è condonato, contraddice l’etica di questa grazia condannando a sua volta un proprio servo che gli doveva immensamente di meno di quanto egli dovesse al proprio padrone. In questo, le figure del lebbroso e di questo servo insolente sono accomunate da una medesima caratterizzazione non solo a livello previo (ossia nel domandare la grazia “prostrandosi” davanti alla figura destinata a concederla), ma anche a livello postumo, ovvero nel modo di integrare se stessi alle condizioni della grazia ricevuta.
Su uno stesso livello, ma di segno opposto, ossia un segno positivo, si possono invece porre le altre due figure, quella di Giairo e quella della donna cananea. Entrambe, infatti, non solo a livello previo (cioè nel prostrarsi davanti a Gesù per ricevere la grazia sperata), ma anche a livello postumo si integrano nel quadro etico dell’esigenza cristiana, non contraddicendola con i loro atti successivi alla grazia, ma piuttosto trovando in essa ulteriore ragione di progressione etica e spirituale.
Studiare la relazione fra Gesù e i personaggi del Vangelo, in particolar modo nel contesto delle richieste “dirette” di liberazione da un qualsiasi male, aiuta allora a comprendere in che modo distinto e attraverso quale distinta tempistica Gesù possa operare una grazia in noi, tanto più una specifica grazia di liberazione […]”
Francesco G. Silletta – “Il lebbroso come modello e antimodello”
 
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