“Sul perché sia ciò che viene dall’interno a rendere impuro l’uomo”

“Sul perché sia ciò che viene dall’interno a rendere impuro l’uomo” – Riflessioni serali alla Casa di Miriam

“Dall’interno escono le intenzioni malvagie che rendono impuro l’uomo” – dice
Gesù ai discepoli, che peraltro non comprendono, a livello immediato, quanto il Maestro affermi, tant’è che deve riprendere l’argomento e spiegarlo ulteriormente, non senza tuttavia a suo modo sottolineare il ritardo di comprensione dei suoi discepoli più vicini (infatti dice loro: “Siete anche voi così privi di intelletto?” (Mc 7,18). Due termini greci posti in modo ravvicinato focalizzano il problema del divenire impuro (in senso generico, non solo morale), come fenomeno radicato nella conoscenza e nell’interiorità umana:

ἀσύνετοί (7,18), cioè privi di conoscenza
διαλογισμοὶ (7,21) – i pensieri (quelli che vengono da dentro l’uomo).

Osservando la non comprensione dei discepoli uditori, viene da chiederci se noi, dopo due millenni, siamo così sicuri di comprendere, almeno a livello immediato, cosa Gesù ci stia dicendo in questa sua esortazione: “Nulla fuori dell’uomo, entrando in lui, può contaminarlo. Sono le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Mc 7,15-16).
Siamo infatti sovraccarichi di studi specialistici rispetto alla mente, alla filosofia dell’uomo, all’antropologia e via dicendo, eppure sembra ancora molto difficile per noi comprendere il vero senso di questo discorso, sebbene Gesù stesso lo espliciti attraverso dei riferimenti concreti: adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, invidia, impudicizia, calunnia, ecc.
Si tratta cioè di capire che rapporto abbiano tutte queste cattive cose rispetto all’uscire dall’interno dell’uomo contaminandolo. Parrebbe, infatti, inevitabile che, per poter uscire da lui, dunque provenire dal suo interno, in qualche modo esse debbano prima esservi entrate (esperienza). Eppure, stando alle parole di Gesù, ossia che nulla “entrando” nell’uomo può contaminarlo, neppure queste cose stesse parrebbero poterlo fare.
Ora, il discorso sembra risolversi nell’incontro interiore che l’uomo, rispetto a queste cose che inevitabilmente, a livello primitivo, sono esterne a sé e tendono ad entrare in lui attraverso il suo rapporto con il mondo, con il vissuto, eccetera, istituisce con esse. Ivi è il fondo, crediamo, dell’esortazione di Gesù. Il modo, cioè, rispetto al quale la volontà umana si rapporta a queste mozioni esteriori, assumendole o respingendole. Nel caso di una immediata repulsione, il discorso è chiuso: esse rimangono realtà esteriori che, pur intellettualmente conosciute, restano interiormente non assimilate. Il problema sorge laddove, per effetto della volontà, esse vengano ad abitare all’interno dell’uomo, divengano cioè parte di sé (pur interiore) e rispetto ad esse l’uomo stesso ponga un interiore legame. In tal caso, esse sono destinate prima o dopo ad essere a loro volta espresse mostrandole all’esterno: ad esempio l’invidia, l’ira, ecc.
Qui, ri-proponendo all’esterno ciò che abita dentro di sé per volitiva scelta e ovviamente personalizzato secondo la propria personale individualità, il soggetto viene davvero a contaminarsi. Così è pure per tutte gli altri “cattivi pensieri” elencati da Gesù (Mc 7,21) e che Gesù stesso qualifica come ciò che “dal di dentro”, ma uscendo all’esterno, rende impuro l’uomo: la sua primitiva provenienza secondo una cinetica opposta, cioè dall’esterno all’interno dell’uomo, di per sé non avrebbe avuto alcun effetto sull’uomo se questi, per mezzo della propria volontà, l’avesse annullato. Tuttavia, una volta fattolo entrare, egli tende a sua volta a riproporlo esternamente a sé, nei rapporti sociali, nei vissuti nel mondo: ivi viene a rendere se stesso impuro, non per il fatto in sé di averlo esposto, ma per il fatto stesso di averlo assunto e di averne volitivamente aderito, facendolo divenire a suo modo un proprio abito personale.
Anche se il discorso potrebbe di molto proseguire mediante approfondimenti più dettagliati, ci pare importante domandarci, di quel così famoso insegnamento di Gesù (da non ridurre infantilmente al discorso dei cibi puri o impuri!), possiamo davvero dire di aver assunto a livello di comprensione.

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