Il valore dell’istituzione del matrimonio

Il valore dell’istituzione del matrimonio

Giovanni Paolo

Dal libro “Amore e responsabilità” (1960) – di Karol Wojtyla –

tr. it. a cura di A. B. Milanoli – Marietti, Genova-Milano 1983, pp. 162-165

“[…] La differenza di significato tra parole come ‘amante’, ‘concubina’, ‘mantenuta’, ecc., e quelle di ‘sposa’ o di ‘fidanzata’, non è affatto una pura convenzione (da parte dell’uomo le cose si presentano nello stesso modo). Bisognerebbe quindi dire piuttosto che è convenzionale il fatto di voler cancellare questa differenza di significato, mentre la differenza stessa è primitiva, naturale e fondamentale. Per esempio, la parola ‘amante’, oggi, indica che l’atteggiamento di un uomo nei confronti di una donna consiste nell’utilizzarla nei rapporti sessuali come un oggetto, mentre le parole ‘sposa’, ‘fidanzata’, ‘amata’ designano un co-soggetto dell’amore, che ha pieno valore di persona e, per ciò stesso, un valore sociale. Questo significato appunto possiede l’istituzione del matrimonio. In una società che riconosca sani principi morali e li segua (senza fariseismo né falso pudore), essa è necessaria per provare la maturità dell’unione tra l’uomo e la donna, per apportare la prova della perennità del loro amore. In questo senso, l’istituzione del matrimonio è indispensabile non soltanto in considerazione degli ‘altri’, che costruiscono la società, ma anche – e soprattutto – in considerazione delle persone che unisce. Anche se non vi fossero altre persone intorno ad essa, l’istituzione del matrimonio sarebbe ugualmente necessaria (o forse una forma di celebrazione, in altre parole un rito che determini la sua creazione da parte delle due parti interessate). Benché l’istituzione possa nascere da situazioni tra cui i rapporti sessuali sarebbero decisivi, essa tuttavia continuerebbe a differirne essenzialmente. I rapporti sessuali tra l’uomo e la donna esigono l’istituzione del matrimonio in primo luogo in quanto giustificazione nella loro coscienza.

La parola latina ‘matrimonium’ mette l’accento sullo ‘stato di madre’, come se volesse sottolineare la responsabilità della maternità, che pesa sulla donna che vive coniugalmente con un uomo. La sua analisi aiuta a vedere meglio che i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio mettono ipso facto la persona nella situazione di oggetto di godimento. Quale delle due è questo oggetto? Non è escluso che possa esserlo l’uomo, ma la donna lo è sempre. Si può facilmente arrivare a questa conclusione (per via di contrasto) analizzando la parola ‘matrimonium’ (dal latino matris-munia – ‘doveri della madre’). I rapporti sessuali fuori dal matrimonio causano sempre, oggettivamente, un torto alla donna, anche quando essa vi acconsente, persino li desidera.

Per questa ragione l’adulterio, nella più ampia accezione del termine, è un male morale. In questo senso d’altra parte viene appunto usato nella Sacra Scrittura, nel Decalogo e nel Vangelo. Sta a significare non soltanto i rapporti sessuali con la moglie di un altro, ma anche quelli di un uomo con qualsiasi donna che non sia sua moglie, sia essa sposata o meno. Dal punto di vista della donna, si tratta dei rapporti con ogni uomo che non sia suo marito. Così come ha dimostrato l’analisi della castità alla quale abbiamo proceduto nel terzo capitolo, certi elementi dell’adulterio, così concepito, si trovano anche impliciti in atti interiori, per esempio nella concupiscenza (cfr. la frase citata a più riprese: Mt 5,28). È evidente che l’adulterio ha luogo, a fortiori, quando questi atti concernono la moglie o il marito altrui; il suo male morale è allora tanto più grave in quanto è stata recata offesa all’ordine della giustizia, essendo stato violato il limite tra il mio e il tuo. Questo avviene non soltanto quando ci si appropria di ciò che appartiene ad un altro, ma anche quando si prende ciò che non è nostro.

L’istituzione del matrimonio è appunto, in questo caso, quella che determina la ‘proprietà’, l’appartenenza reciproca delle persone. Aggiungeremo che – come abbiamo dimostrato in precedenza – questa istituzione ha pieno valore solo alla duplice condizione di monogamia e di indissolubilità.

Tutto ciò che abbiamo detto per dimostrare il male morale dell’adulterio ci porta a constatare che tutti i rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sono moralmente cattivi, quindi tanto quelli pre-coniugali che extra-coniugali. Ancora più cattivo, dal punto di vista morale, è il principio dell’amore libero, perché implica il rifiuto dell’istituzione del matrimonio o la limitazione della sua funzione nella coesistenza tra l’uomo e la donna, funzione che viene considerata fortuita e poco importante. L’analisi precedente ha dimostrato che, al contrario è essenziale e indispensabile. Nei rapporti sessuali, senza l’istituzione del matrimonio, la persona è ridotta al rango di oggetto di godimento, il che si trova all’opposto delle esigenze della norma personalistica, senza la quale non si può immaginare una convivenza delle persone sul livello veramente personalistico. Il matrimonio, in quanto istituzione, è indispensabile per giustificare il fatto dei rapporti sessuali tra l’uomo e la donna soprattutto ai loro stessi occhi, e nello stesso tempo agli occhi della società. […] Esiste inoltre il bisogno di giustificare i rapporti tra l’uomo e la donna davanti a Dio Creatore. Questa è anche una esigenza dell’ordine oggettivo della giustizia. Per di più, una analisi approfondita ci porta alla convinzione che il fatto di giustificare davanti al Creatore i rapporti coniugali è la base di tutta la loro giustificazione, tanto all’interno della coppia, che all’esterno, davanti alla società. Senza dubbio, solo un credente che riconosce l’esistenza di Dio Creatore e comprende come tutti gli esseri del nostro universo, e tra loro le persone umane, siano sue creature, è capace di procedere ad una tale analisi e di accettare le conclusioni che essa implica. Il concetto ‘creatura’ contiene l’idea di una particolare dipendenza dell’essere in rapporto al Creatore e cioè la dipendenza nell’esistenza (essere creato = dipendere nell’esistenza). Su questa dipendenza si fonda il diritto particolare di proprietà, che il Creatore ha su tute le creature (dominium altum). Egli ha la proprietà assoluta su ciascuna di esse. Dal momento che ogni essere è, grazie all’esistenza ricevuta da Dio, del Creatore, si può dire che in un certo seno tutto gli appartiene. Infatti ciò che la creatura ‘crea’ in se stessa, presuppone l’esistenza ricevuta; l’attività delle creature sviluppa esclusivamente dei dati contenuti nel fatto della loro esistenza.

L’uomo differisce da tutte le altre creature del mondo visibile per la sua capacità di comprensione dovuta alla ragione. Questa è nello stesso tempo la base della personalità, condiziona l’interiorità e la spiritualità dell’essere e della vita della persona. Grazie alla ragione, l’uomo comprende di appartenere ad un tempo a se stesso e, in quanto creatura, al suo Creatore e questo diritto di proprietà di Dio su di lui rientra nella sua vita. Questo stato di coscienza non può non determinarsi in un uomo la cui ragione sia illuminata dalla fede. Essa gli insegna nello stesso tempo che ogni uomo si trova in una situazione identica: nasce così una duplice esigenza di giustificare i rapporti sessuali, attraverso l’istituzione del matrimonio. Infatti, l’uomo e la donna diventano in un certo modo proprietà l’uno dell’altra. Da qui deriva, da una parte, il bisogno di giustificare tra loro e, dall’altra, davanti al Creatore. Senza dubbio, solo i credenti sono in grado di comprenderlo. Perché ‘credente’ non significa tanto ‘capace di stati religiosi’, quanto, contrariamente a ciò che nella maggior parte dei casi si pensa, ‘uomo giusto davanti al Creatore’.

Eccoci sul punto di capire il carattere sacramentale del matrimonio. Secondo l’insegnamento della Chiesa, il matrimonio è un sacramento fin dall’origine, cioè dalla creazione della prima coppia umana. Il sacramento della natura è stato più tardi confermato nel Vangelo dall’istituzione o, per meglio dire, dalla rivelazione, del sacramento della Grazia. La parola latina ‘sacramentum’ significa ‘mistero’. Chi dice ‘mistero’ dice ‘sconosciuto’, parzialmente invisibile, che supera l’esperienza sensibile, immediata. Ora, tanto il diritto di proprietà che ogni persona detiene nei confronti di se stessa, quanto, a fortiori, il dominium altum che Dio possiede su ogni persona, si trovano al di fuori dell’esperienza accessibile alla sola ragione. Ma, se si accetta questo supremo diritto di proprietà, e ogni credente lo fa, bisogna che il matrimonio sia prima di tutto giustificato agli occhi del Creatore, bisogna che riceva la sua approvazione. Non basta che l’uomo e la donna si donino reciprocamente nel matrimonio. Dal momento che ciascuno di essi è nello stesso tempo proprietà del Creatore, bisogna che anche Lui li doni l’uno all’altra, o più esattamente approvi il loro dono di sé reciproco accettato nel quadro dell’istituzione del matrimonio […]”.