Creazione ed escatologia

Creazione ed escatologia

5. Creazione ed escatologia: il senso della creazione alla luce del suo compimento escatologico

Il teologo Pannenberg insiste molto sull’unità inscindibile fra la creazione e l’escatologia, nel senso che non si può comprendere la creazione, né tutta l’attività conservatrice, se non guardando ai tempi ultimi, a quello stesso Omega (Dio) che è contemporaneamente l’Alfa. Del resto è vero che non è possibile elaborare una efficiente escatologia se non considerando ciò che Dio “originariamente”, ma non “nel tempo”, ha fatto, ovvero la creazione stessa. Di rilievo, per il nostro autore, è tutta la missione del Figlio eterno (incarnazione, morte risurrezione, ascensione). Essa, infatti, rappresenta un reale compimento di tutta l’azione creatrice, e soprattutto permette con forza di affermare che la creazione non è circoscrivibile alle origini del mondo, bensì risente ed è in certo senso “funzionale-dipendente” dall’opera del Figlio. Questo permette un oltrepassamento della teologia patristico-medievale, in cui ancora si risentiva di un “sigillamento della creazione” entro i confini delle sue origini medesime, ed al contempo un uscir fuori dalla “scatola chiusa” barthiana, dove gli unici riferimenti sono la creazione e l’alleanza, la prima intersecata nella seconda e la seconda espressione-compimento della prima.

Pannenberg, attento alla teologia trinitaria evidenziata nel primo articolo, afferma la funzione chiave del Figlio, anche nel circuito dell’escatologia come compimento reale della creazione, ed in particolare la figura di Gesù, in cui “l’uscita” del Figlio dall’unità intratrinitaria e la sua autodistinzione dal Padre nella comunità sorretta dallo Spirito Santo gioca un ruolo determinante anche in termini di autocomprensione reciproca delle creature. Lo stesso racconto sacerdotale della creazione, secondo Pannenberg, risente di un deficit “escatologico” nella misura in cui “benché l’interesse non si concentri esclusivamente sugli inizi, ma sia diretto all’avvenimento mondano nel suo insieme, la totalità del mondo risulta esemplarmente costituita nel suo principio” . Questo infatti conduce ad un orientamento-comprensione “mitica” del mondo, dove tutto è fondato sul principio e sugli inizi. Pannenberg invece ha il merito di guardare “oltre”, a quel che accadrà, e di convogliare questa esperienza del futuro in un “adesso” che è funzionale alla comprensione delle origini stesse. Con le parole dello stesso autore, pertanto, concludiamo questo paragrafo dicendo: “Un futuro escatologico di Dio che, con l’avvento del suo Regno, deve qualificare la prospettiva entro cui comprendere il mondo nel suo insieme, influirà pure sul modo di intenderne gli inizi. In effetti, ora l’inizio del mondo perde la sua funzione di fondamento immutabile della sua unità e del suo intero processo, per significare semplicemente l’inizio di ciò che compiutamente e veramente trasparirà solo alla fine: il senso dell’inizio del mondo riesce dunque comprensibile solo alla luce del suo compimento escatologico”.

– Francesco Gastone Silletta – Edizioni La Casa di Miriam – Torino (Studi)