Martiri cristiani

Via Dolorosa

Martiri cristiani

(Dal libro di Erba A.M. – Guiducci P.L., “La Chiesa nella storia. Duemila anni di cristianesimo”, Elledici Leumann (Torino), pp. 86-89.

In tutta la letteratura greca e giudaica, prima del Nuovo Testamento, pochissime volte si incontra la parola mártys (= martire, testimone): nessuna religione o filosofia pagana ha avuto dei martiri. Lo afferma san Giustino: “Nessuno credette mai a Socrate fino al punto da dare la vita per la sua dottrina” (Apologia, II,10). Non esistono martiri nel paganesimo, uomini cioè che abbiano reso testimonianza alla verità di una religione con le sofferenze e con la morte, volontariamente accettate; né si conosce una religione diventata una cosa sola con la vita. Nessun latino ha versato il suo sangue o messo in pericolo la sua esistenza per impedire agli dei della Grecia di insediarsi in Italia. I culti pagani in Gallia poterono spingere alcuni devoti a sfregiarsi e a mutilarsi in onore di Cibele; in India alcuni si gettavano sotto le ruote del carro che portava il simulacro del dio, uccidendosi. Ma queste manifestazioni erano fanatismo e superstizione, non vera testimonianza.

            Significato del termine “martire”

Propriamente parlando, anche nel Giudaismo non vi furono martiri. Nell’Antico Testamento si hanno meravigliose figure che si avvicinano al martirio: i tre fanciulli nella fornace di Babilonia, i sette fratelli Maccabei che furono immolati con la loro madre, Daniele nella fossa dei leoni. Sono esempi sublimi di fedeltà al vero Dio e alla sua legge; manca tuttavia in tali eroi quella testimonianza che li rende apostoli di una verità universale e conquistatrice. Il giudeo si lascia uccidere pur di non tradire la religione dei suoi padri e la legge del suo popolo (2Mac 7); il cristiano, invece, accetta la morte per provare la divinità di una religione che deve essere quella di tutti gli uomini e di tutti i popoli.

Un concetto comune agli Apologisti

Non si tratta di rivendicare al Cristianesimo l’esclusiva del martirio, ma di ribadire un concetto comune agli Apologisti: “Non la pena ma la causa distingue i martiri” (Sant’Agostino). Per trovare questo pensiero e la volontà di trasformare gli uomini in testimoni di una dottrina, in garanti di una religione, bisogna attendere Gesù Cristo che, dopo la sua risurrezione, appare agli Apostoli e li costituisce “testimoni” della salvezza: “Di questo voi siete mártyres” (Lc 24,48). E immediatamente prima dell’Ascensione (c’è una continuità profonda in Luca tra la fine del suo Vangelo e l’inizio degli Atti, come tra la vita del Gesù risorto e la vita della Chiesa nascente) promette loro: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete mártyres a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra” (At 1,8).

Di fatto, tutta la vita degli Apostoli fu una testimonianza di Cristo, attraverso le parole e le opere; in particolare, il ministero dei Dodici consistette essenzialmente nell’essere testimoni della risurrezione, dopo aver visto e udito Gesù nel corso della sua vita, dal momento del battesimo fino all’ascensione al cielo. Per sostituire il traditore Giuda, Pietro prima della Pentecoste disse ai 120 fratelli: “Bisogna che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi […] uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione” (At 1,21-22).

Subito dopo la Pentecoste, Pietro prende di nuovo la parola, a voce alta e a nome dei Dodici, per annunciare: “Questo Gesù, Dio l’ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni (mártyres)” (At 2,32).

Dopo la guarigione di uno storpio presso la porta del tempio di Gerusalemme, Pietro e Giovanni replicano con queste parole alle autorità di Israele che li avevano diffidati dal parlare di Gesù: “Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,19-20). E, poco prima, Pietro parla al popolo: “Voi avete ucciso l’autore della vita. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo mártyres” (At 3,15). E ancora, da Roma, ormai vecchio e vicino al martirio, il capo degli Apostoli scrive alla Chiesa dell’Asia: “Esorto i presbiteri che sono tra voi, quale anziano come loro e testimone (mártys) delle sofferenze di Cristo […]” (1Pt 5,1).

Catacombe San Callisto

            Il primo significato della parola martire

Dunque, il primo significato della parola “martire” è quello di “testimone oculare della vita, della morte e della risurrezione di Cristo”, impegnato a proclamare tali fatti davanti agli uomini. Fin dall’inizio, questa testimonianza è accompagnata dalle sofferenze e dalle minacce. Più tardi l’attestazione suprema sarà il sacrificio della vita. Quindi, il significato più esatto del termine “martirio” è “la testimonianza resa con il sangue”, secondo la profezia del Maestro: “Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai Sinedri, e sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per rendere testimonianza davanti a loro” (Mc 13,9). Cioè, se per gli Apostoli testimoniare significa proclamare ciò che avevano visto o udito, per i cristiani convertiti significava rendere testimonianza con il sangue di ciò che non avevano visto né udito dal Maestro.

Già nell’età apostolica, dunque, “martire” sarà detto colui che avrà confessato Cristo non solo con la parola, ma anche con il sangue, indipendentemente dall’aver visto o udito, secondo la promessa di Gesù a Tommaso: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno” (Gv 20,29). Un senso così allargato della parola martirio, con la fusione di testimonianza e fede, è nell’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, quando Giovanni invia il messaggio alla Chiesa di Pergamo e parla di “Antipa, il mio fedele testimone” (ho mártys mou ho pistós), messo a morte nella vostra città, dimora di Satana” (Ap 2,13; si tratta di un cristiano martirizzato al tempo di Nerone dai pagani di Pergamo per non aver voluto rinunciare alla fede). E ancora lo stesso evangelista, parlando del quinto sigillo – la visione dei martiri – vede “sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa” (Ap 6,9).

In sintesi: il martire testimonia con il sangue la realtà dei fatti evangelici e la perpetuità della tradizione cristiana, per cui si lega con il sangue al Vangelo, agli Apostoli, alla Chiesa […]”.

            Fenomeni mistici (p. 89)

“Il martirio è accompagnato da fenomeni mistici. Come Perpetua in carcere, anche Policarpo ebbe una visione poco prima della morte; durante la preghiera vide un cuscino in fiamme per cui, rivolto ai suoi intimi, aveva profetizzato: “Devo essere arso vivo”. Felicita, mentre soffre nel travaglio del parto, risponde al carceriere: “Ora sono io che soffro, ma là sarà un altro che soffrirà per me (nel momento in cui sarà gettata alle fiere)”. Così, fra i martiri, la beata Blandina “fu ripiena di tanta forza che i carnefici, i quali da mane a sera uno dopo l’altro stettero a provarla con ogni sorta di torture, si sentirono stanchi sfiniti e si confessarono vinti […] Ella, intanto, come un generoso atleta, rinnovava le sue forze confessando: era per lei un ristoro, un sollievo, un liberarsi dai dolori che l’opprimevano, dire: Io sono cristiana; noi cristiani non facciamo nulla di male”.

Fonte: La Casa di Miriam Torino