Santa Matilde di Hackeborn e la mistica medievale

Santa Matilde di Hackeborn e la mistica medievale

Monastero Helfta

Ritenere il Medioevo quale epoca buia, dominata dalla superstizione, dal fanatismo e dal carrierismo ecclesiale, in opposizione ai due grandi periodi ad esso perimetrali (cioè l’epoca classica, ad esso antecedente, e quella rinascimentale, ad esso successiva), rischia di corrispondere ad una interpretazione critica sin troppo carica di valore ideologico e pressappochista. Una stessa interpretazione letterale del termine “Medioevo”, infatti, sembra voler incutere già a livello lessicale un afflato di attesa, diremmo quasi di “pazienza”, nella speranza di un tempo “migliore”, più proficuo e spiritualmente libero quale per molti studiosi è appunto il cosiddetto “Rinascimento”. Ciò non rende pienamente giustizia ad un periodo storico, peraltro molto esteso se per “Medioevo” si intende quel millennio di civiltà umana compreso fra il V ed il XV secolo (non tutti gli storici sono tuttavia d’accordo su questa estensione storica), caratterizzato da una fioritura singolare di ispirazione artistica, di speculazione intellettuale e, di contro ad un generico mormorare comune a certi ambienti, di particolare ed intensa esperienza mistica, con corrispettiva proliferazione e diffusione di santità cristiana. Tra le tante figure di particolare valore umano e religioso che questo così incompreso periodo storico può offrire all’umanità intera, sino a farne dei modelli di realizzazione umana e di testimonianza cristiana, ne abbiamo scelta una particolarmente singolare nel suo darsi cristiano, nella sua esistenza umana al servizio della fede in Cristo. Si tratta della santa tedesca Matilde di Hackeborn, vissuta nel XIII secolo e punto di riferimento per la mistica di ogni tempo, in particolar modo per quella legata al monastero di Helfta, dove assieme all’altra famosa Matilde (di Magdeburgo) ed alle due omonime Gertrude, ha dato vita ad un fiotto di santità e di conoscenza cristiana carico di contenuti intellettuali e di testimonianza mistica. Per descrivere in termini sintetici le principali tappe dell’esistenza di questa grande santa medievale, ci avvaliamo qui di seguito del testo di un’udienza generale tenuta da Papa Benedetto XVI nel 2010 e interamente incentrata sulla sua persona. L’insegnamento del pontefice può essere utilizzato quale spunto per approfondire la conoscenza di questa grande testimone di Cristo e per avvicinarsi, con umiltà, ai suoi preziosi insegnamenti intellettuali e pastorali.

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Santa Matilde di Hackeborn 
(Udienza Generale, Piazza San Pietro, 29 settembre 2010)

“[…] Matilde nasce nel 1241 o 1242 nel castello di Helfta; è la terza figlia del Barone di Hackeborn. A sette anni con la madre fa visita alla sorella Gertrude nel monastero di Rodersdorf. È così affascinata da quell’ambiente che desidera ardentemente farne parte. Vi entra come educanda e nel 1258 diventa monaca nel convento, trasferitosi nel frattempo ad Helfta, nella tenuta degli Hackeborn. Si distingue per umiltà, fervore, amabilità, limpidezza e innocenza di vita, familiarità e intensità con cui vive il rapporto con Dio, la Vergine, i Santi. È dotata di elevate qualità naturali e spirituali, quali “la scienza, l’intelligenza, la conoscenza delle lettere umane, la voce di una meravigliosa soavità: tutto la rendeva adatta ad essere per il monastero un vero tesoro sotto ogni aspetto” (cfr. Matilde di Hackeborn, Liber specialis gratiae, Proemio). Così, “l’usignolo di Dio” – come viene chiamata – ancora molto giovane, diventa direttrice della scuola del monastero, direttrice del coro, maestra delle novizie, servizi che svolge con talento e infaticabile zelo, non solo a vantaggio delle monache, ma di chiunque desiderasse attingere alla sua sapienza e bontà.
Illuminata dal dono divino della contemplazione mistica, Matilde compone numerose preghiere. È maestra di fedele dottrina e di grande umiltà, consigliera, consolatrice, guida nel discernimento: “Ella – si legge – distribuiva la dottrina con tanta abbondanza che non si è mai visto nel monastero, ed abbiamo, ahimè, gran timore, che non si vedrà mai più nulla di simile. Le suore si riunivano intorno a lei per sentire la parola di Dio, come presso un predicatore. Era il rifugio e la consolatrice di tutti, ed aveva, per dono singolare di Dio, la grazia di rivelare liberamente i segreti del cuore di ciascuno. Molte persone, non solo nel Monastero, ma anche estranei, religiosi e secolari, venuti da lontano, attestavano che questa santa vergine li aveva liberati dalle loro pene e che non avevano mai provato tanta consolazione come presso di lei. Compose inoltre ed insegnò tante orazioni che se venissero riunite, eccederebbero il volume di un salterio” (Ibid., VI,1).
Nel 1261 giunge al convento una bambina di cinque anni di nome Gertrude: è affidata alle cure di Matilde, appena ventenne, che la educa e la guida nella vita spirituale fino a farne non solo la discepola eccellente, ma la sua confidente. Nel 1271 o 1272 entra in monastero anche Matilde di Magdeburgo. Il luogo accoglie, così, quattro grandi donne – due Gertrude e due Matilde – gloria del monachesimo germanico. Nella lunga vita trascorsa in monastero, Matilde è afflitta da continue e intense sofferenze a cui aggiunge le durissime penitenze scelte per la conversione dei peccatori. In questo modo partecipa alla passione del Signore fino alla fine della vita (cfr Ibid., VI, 2). La preghiera e la contemplazione sono l’humus vitale della sua esistenza: le rivelazioni, i suoi insegnamenti, il suo servizio al prossimo, il suo cammino nella fede e nell’amore hanno qui la loro radice e il loro contesto. Nel primo libro dell’opera Liber specialis gratiae, le redattrici raccolgono le confidenze di Matilde scandite nelle feste del Signore, dei Santi e, in modo speciale, della Beata Vergine. È impressionante la capacità che questa Santa ha di vivere la Liturgia nelle sue varie componenti, anche quelle più semplici, portandola nella vita quotidiana monastica. Alcune immagini, espressioni, applicazioni talvolta sono lontane dalla nostra sensibilità, ma, se si considera la vita monastica e il suo compito di maestra e direttrice di coro, si coglie la sua singolare capacità di educatrice e formatrice, che aiuta le consorelle a vivere intensamente, partendo dalla Liturgia, ogni momento della vita monastica.
Nella preghiera liturgica Matilde dà particolare risalto alle ore canoniche, alla celebrazione della santa Messa, soprattutto alla santa Comunione. Qui è spesso rapita in estasi in una intimità profonda con il Signore nel suo ardentissimo e dolcissimo Cuore, in un dialogo stupendo, nel quale chiede lumi interiori, mentre intercede in modo speciale per la sua comunità e le sue consorelle. Al centro vi sono i misteri di Cristo verso i quali la Vergine Maria rimanda costantemente per camminare sulla via della santità: “Se tu desideri la vera santità, sta’ vicino al Figlio mio; Egli è la santità medesima che santifica ogni cosa” (Ibid., I,40). In questa sua intimità con Dio è presente il mondo intero, la Chiesa, i benefattori, i peccatori. Per lei cielo e terra si uniscono.
Le sue visioni, i suoi insegnamenti, le vicende della sua esistenza sono descritti con espressioni che evocano il linguaggio liturgico e biblico. Si coglie così la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura, che era il suo pane quotidiano. Vi ricorre continuamente, sia valorizzando i testi biblici letti nella Liturgia, sia attingendo simboli, termini, paesaggi, immagini, personaggi. La sua predilezione è per il Vangelo: “Le parole del Vangelo erano per lei un alimento meraviglioso e suscitavano nel suo cuore sentimenti di tale dolcezza che sovente per l’entusiasmo non poteva terminarne la lettura […]. Il modo con cui leggeva quelle parole era così fervente che in tutti suscitava la devozione. Così pure, quando cantava in coro, era tutta assorta in Dio, trasportata da tale ardore che talvolta manifestava i suoi sentimenti con i gesti […]. Altre volte, come rapita in estasi, non sentiva quelli che la chiamavano o la muovevano ed a mala pena riprendeva il senso delle cose esteriori” (Ibid., VI, 1).
In una delle visioni, è Gesù stesso a raccomandarle il Vangelo; aprendole la piaga del suo dolcissimo Cuore, le dice: “Considera quanto sia immenso il mio amore: se vorrai conoscerlo bene, in nessun luogo lo troverai espresso più chiaramente che nel Vangelo. Nessuno ha mai sentito esprimere sentimenti più forti e più teneri di questi: Come mi ha amato mio Padre, cosi io vi ho amati (Joan. XV, 9)”(Ibid., I,22).
[…] La discepola Gertrude descrive con espressioni intense gli ultimi momenti della vita di santa Matilde di Hackeborn, durissimi, ma illuminati dalla presenza della Beatissima Trinità, del Signore, della Vergine Maria, di tutti i Santi, anche della sorella di sangue Gertrude. Quando giunse l’ora in cui il Signore volle attirarla a Sé, ella gli chiese di poter ancora vivere nella sofferenza per la salvezza delle anime e Gesù si compiacque di questo ulteriore segno di amore.
Matilde aveva 58 anni. Percorse l’ultimo tratto di strada caratterizzato da otto anni di gravi malattie. La sua opera e la sua fama di santità si diffusero ampiamente. Al compimento della sua ora, “il Dio di Maestà […] le cantò: Venite vos, benedicti Patris mei (Venite, o voi che siete i benedetti dal Padre mio) e l’associò alla sua gloria” (Ibid., VI,8).
Santa Matilde di Hackeborn ci affida al Sacro Cuore di Gesù e alla Vergine Maria. Invita a rendere lode al Figlio con il Cuore della Madre e a rendere lode a Maria con il Cuore del Figlio: “Vi saluto, o Vergine veneratissima, in quella dolcissima rugiada, che dal Cuore della santissima Trinità si diffuse in voi; vi saluto nella gloria e nel gaudio con cui ora vi rallegrate in eterno, voi che di preferenza a tutte le creature della terra e del cielo, foste eletta prima ancora della creazione del mondo! Amen” (Ibid., I, 45).

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Rivelazioni di Gesù a Matilde di Hackeborn, 
liberamente estratte dall’opera Liber specialis gratiae

“La voce della mia gloria si fa sentire quando l’anima pentita piange i suoi peccati più per amore che per timore, e in tal modo merita di sentire da me le parole del perdono: Ti sono rimessi i tuoi peccati, va in pace. Non appena l’uomo sente un vero dolore ed una sincera contrizione per i suoi peccati, gli rimetto tutte le sue colpe e lo ricevo nelle mie braccia come se mai non avesse peccato” (cap. 3).

“Sin dalla nascita io fui così legato e stretto in fasce che non potevo muovermi, per indicare che mi abbandonavo tutt’intero, coi beni che apportavo dal cielo, al potere dell’uomo ed al suo servizio; uno che è legato non ha più alcun potere, non può difendersi né impedire che gli si tolga il suo avere”.

“Parimenti quando uscii da questo mondo, ero inchiodato sulla Croce, né potevo fare il minimo movimento, e questo dimostrava l’abbandono completo che facevo all’uomo di tutti i beni che avevo acquistati durante la mia vita mortale”.
“Così la mia vita, le mie opere, i beni che possiedo come Dio e come Uomo e la mia Passione, tutto abbandono all’uomo; perciò l’uomo con piena fiducia può godere tutto quanto mi appartiene. Ed è mio sommo desiderio che i miei fedeli utilmente godano di tutti i miei beni e di tutte le mie grazie” (cap. 5).

“Il Signore disse: ‘Sta scritto: Se così viene trattata la legna verde, cosa sarà di quella secca?’ (Luc,. XXIII, 31)”. Da queste parole Matilde intese che se Gesù, che è la linfa di tutte le virtù, ha sofferto tali supplizi, quelli che sono come legna secca, aridi in ogni bene, in verità non possono aspettarsi che i tormenti eterni (cap. 14).

“Siccome nell’Epistola si legge: ‘Dio gli diede un nome che è sopra ogni nome’, Matilde disse a Gesù: ‘Mio Signore, qual è questo nome sublime che dal Padre vi fu donato?’ – Gesù rispose: “Salvatore di tutti i secoli. Io, infatti, sono il Salvatore ed il Redentore di quanto vi fu, vi è e vi sarà. Sono il Salvatore di quelli che vissero prima della mia incarnazione; sono il Salvatore di quelli che vivevano, quando, essendomi fatto uomo, convivevo con gli uomini sulla terra; sono il Salvatore di quelli che hanno abbracciato la mia dottrina e vogliono camminare sulle tracce mie; e ciò sino alla fine dei tempi. È questo un nome degno di me, dal Padre a me solo destinato fin dall’origine del mondo, ed è al disopra di tutti gli altri nomi” (cap. 15).

“Ti dico, in verità, che se uno versa lacrime di devozione per la mia Passione, io le accetterò come se egli l’avesse sofferta per me” – “O mio Signore”, replicò Matilde – “in che modo è possibile ottenere queste lacrime?”. Rispose Gesù: “Ascoltami: pensa dapprima alla tenerezza con cui mi portai ad incontrare i nemici che, armati di spade e di bastoni, mi cercavano per mandarmi alla morte come un ladro e un malfattore; ed, io andai loro incontro come una madre ad un figlio che vorrebbe strappare ai denti dei lupi – Pensa ai crudeli schiaffi che mi davano; orbene, quanti schiaffi ricevevo, altrettanti dolci baci offrivo alle anime che, sino all’ultimo giorno, dovevano essere salvate dalla mia Passione – Mentre atrocemente mi flagellavano, offrivo per loro al Padre celeste una preghiera così efficace che molti si convertirono – Quando mi conficcavano nel capo la corona di spine, attaccavo alla loro corona tante gemme quante furono le spine che infissero nella mia carne – Quando m’inchiodavano sulla Croce e mi slogavano le membra a segno che si potevano contare le mie ossa e vedere le mie viscere, le mie forze si esaurivano nell’attirare verso di me le anime di tutti i predestinati alla vita eterna, come avevo annunciato: Quando sarò elevato da terra, attirerò tutto a me. (Ioan., XXII, 32) – Infine, quando la lancia mi aprì il costato, presentai, nel mio Cuore, la bevanda della vita a tutti quelli che in Adamo avevano sorbito la bevanda mortifera, affinché divenissero tutti figli della salvezza in me che sono la Vita” (cap. 17).

Jesus Creator
“Nessuna ape nella primavera si getta tanto avidamente sui verdeggianti prati per succhiare i fiori dolci, come io sono pronto a scendere verso l’anima tua, quando mi chiami” (Libro II, cap. 3).
“L’ardente amore, per il quale il mio Cuore era sempre come bollente, mi stimolava dicendo: Corri, corri, di fatica in fatica, di predicazione in predicazione, di città in città; né mai permise ch’io riposassi fino a tanto che non ebbi compiuto tutto quanto era necessario per la tua salvezza” (Ivi).
“L’uomo guarda spesso le sue mani, io pure dalla mia infanzia sino al tempo della mia Passione, ogni giorno pensavo alla mia morte, e anticipatamente vedevo tutto quanto doveva accadermi” (cap. 4).
“Poiché sono nell’anima tua, rispose il Signore, da te emana il mio buon odore” (cap. 8).
“Quando la vanità tenterà di indebolire il tuo cuore, ricordati della forza della Carità, la quale mi trasse fuori dal mio riposo nel seno del Padre, per abbassarmi nel seno della Vergine, mi avviluppò in povere fasce, mi adagiò nel presepio, mi costrinse a subire tante fatiche nelle mie predicazioni e infine mi trasse a morire della più amara ed ignominiosa morte. Parimenti, quando l’orgoglio ti molesta, ricordati della mia umiltà, per la quale non mai mi insuperbii nei miei pensieri come nelle mie parole, nel mio contegno come nelle opere, ma in ogni circostanza diedi l’esempio della più perfetta umiltà. Se ti assale l’impazienza, ricordati della pazienza che serbai nella povertà, nella fame, nella sete, nei miei viaggi, di fronte alle ingiurie ed agli obbrobri, soprattutto in faccia alla morte. Nelle tentazioni di ira, abbi memoria della mia mansuetudine con coloro che odiavano la pace; io fui pacifico e mansueto a tal segno che dal Padre mio anche per i miei crocifissori ottenni il perdono. Dopo aver esercitato sopra di me crudeltà sì inaudite che nulla sembrava potersi aggiungere, nell’eccesso del loro furore ardirono ancora digrignare i denti contro di me; e allora appunto mostrai loro tale bontà di cuore, come se non fossero stati miei nemici. In tal modo potrai con le mie virtù trionfare di tutti i vizi” (cap. 11).

“Non potrai mai trovare un dono che mi sia più gradito di una piccola casa formata nel tuo cuore, affinché io vi abiti continuamente e vi trovi le mie delizie. Questa casa non avrà che una sola finestra da cui parlerò e distribuirò agli uomini i miei doni” (cap. 20).
“Deponi nel mio Cuore tutte le tue pene, ed io darò loro la perfezione più assoluta che la sofferenza possa possedere. In quel modo che la mia Divinità attirò a sé i patimenti della mia Umanità e li fece suoi, così io trasferirò le tue pene nella mia Divinità, le unirò alla mia Passione, e ti renderò partecipe di quella gloria da Dio Padre conferita alla mia santa Umanità, in compenso di tutte le sue sofferenze. Consegna dunque all’Amore ogni tua pena, dicendo: “O Amore, a te commetto tutte queste mie pene con quella intenzione con cui me le hai apportate dal Cuore di Dio, e ti prego che tu le riporti nel divin Cuore, perfezionate da una somma riconoscenza” (cap. 22).
“La mia Passione ebbe frutti infiniti in cielo e sulla terra; così le tue pene e le tue tribolazioni, se me le offrirai e le unirai alla mia Passione, saranno grandemente fruttuose per te e per tutti; a segno che agli eletti procureranno maggior gloria, ai giusti nuovi meriti, ai peccatori il perdono, ed alle anime del purgatorio l’alleggerimento delle loro pene. Che cosa, infatti, può mai esservi, che il mio divin Cuore non possa commutare in meglio, poiché ogni bene in cielo e in terra proviene dalla bontà del mio Cuore?” (Ivi).
“Quando reciti un salmo o qualche preghiera che i Santi cantarono sulla terra, essi pregano tutti con te e per te; quando mediti o conversi con me, tutti i Santi rallegrandosi mi benedicono” (Libro 3, cap. 8).
“Quando gli uomini vanno in chiesa, si preparino con la penitenza, percuotendosi il petto e confessando i loro peccati; in questo modo potranno portarsi incontro alla mia divina luce e riceverla in sé medesimi. Questa luce viene appunto rappresentata dalla fulgente bianchezza delle mie vesti” (cap. 12).
“Quanto più è frequente la comunione, tanto più l’anima si purifica, in quel modo che il corpo tanto più si fa mondo quanto più frequentemente viene lavato. Quanto più una persona si comunica, tanto più io opero in lei, ed ella opera in me, di modo che le sue opere diventano più sante. Quanto più affettuosamente una persona si comunica, e tanto più profondamente si immerge in me; quanto più penetra nell’abisso della mia Divinità, tanto maggiormente l’anima sua si dilata e si fa capace della Divinità, in quel modo che l’acqua quando sovente scorre su un terreno, vi scava un letto più profondo in cui l’acqua può scorrere sempre più abbondante” (cap. 14).

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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