Sul valore della sofferenza patita per e con Cristo

Sul valore della sofferenza patita per e con Cristo

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La sofferenza, tanto più quella prodotta dall’odio umano o dall’umana incomprensione, a motivo della fede che si professa, è un luogo esistenziale tra quelli che maggiormente ci uniscono a Gesù. A tal punto la sofferenza ha una filigrana cristiana, che molti santi hanno testimoniato nella loro vita di non poter stare senza soffrire. Non è certo una cosa semplice da comprendere, e nemmeno lo è da condividere come affermazione. Tuttavia se pensiamo all’esperienza di Gesù, alle sue terribili sofferenze, e non soltanto a quelle macroscopiche come ad esempio la flagellazione o la crocifissione, ma anche a quelle meno visibili ma ugualmente intense, come ad esempio quei discepoli che lo abbandonano dopo aver sentito il suo discorso sul Pane della vita, o ai suoi stessi concittadini che cercano di buttarlo giù dal monte: ebbene, alla luce di queste sofferenze dell’umanità di Cristo, forse mai davvero pienamente quantificabili, allora noi, che ci diciamo suoi discepoli – perché nel dirci cristiani implichiamo questo titolo – come possiamo pensare ad una vita, per noi, senza alcuna sofferenza, magari piena di divertimenti o di benessere? Già senza alcun intervento della teologia, ma solo con il buon senso umano, ciò apparirebbe come un controsenso esistenziale. Lui tutto nel dolore (e chi dice con malizia che in fondo Gesù è andato anche a matrimoni o a cene con altra gente, o che ha avuto del denaro, davvero scimmiotta la verità, dal momento che tutto è stato fatto nella prospettiva dell’altrui conversione, con tutto il peso del sacrificio che ciò comporta, e in quanto ai soldi, che riceveva come offerte, a sua volta tutto girava ai poveri, andando spesso a dormire come un forestiero o un lebbroso in posti miserabili), e noi cosa vorremmo per imitarlo? Una bella casa, una bella macchina, una bella moglie, una costante buona salute, una bella professione, una bella vita? Non che uno debba cercare la sofferenza come fissazione, ma nemmeno scongiurarla come fosse una maledizione. Quanto più si soffre – in qualsiasi modo – molto più spesso accade di avvertire l’amore consolante di Cristo, che utilizza la nostra sofferenza in tanti modi, sempre secondo giustizia; invece quando tutto sembra andare per il meglio, molto più difficile è mantenere alta la concentrazione su Cristo, sui suoi dolori, sulla sua via crucis.

E dunque è molto più auspicabile un’esistenza “patente”, che non un’esistenza instancabilmente “godente”, dove da una parte riconosciamo la vita umana, che fa memoria di tanti patimenti che ci hanno fatto conoscere intensamente – e dei quali lo ringraziamo – l’Uomo dei dolori, Gesù; dall’altra ci distacchiamo da tutto ciò che è mondo, che è perdizione effimera nel secolo, che è volgare immersione non tanto in ciò che è Vita, ma in ciò che la deforma, la disillude e la dimentica nella sua essenza. Perché Gesù ci ha insegnato che non è qui che avremo gioie e successi per lui, ma in Cielo, e che anzi in molti ci perseguiteranno a motivo della fede in lui, e la vera pace, la vera salute, la stessa vera “verità” non sono di questo mondo, inesorabilmente nemico di Cristo, ma del Cielo, dove finalmente, come un’eredità che se non abbiamo meritato a livello di fondamento, non abbiamo nemmeno demeritato a livello di adesione, saremo veramente uniti a Cristo, senza fine, e nessun legame ancora avremo con questa farsa della vita sulla terra, sovraccarica di illusioni cadute, di peccati, di ideali scivolati chissà dove, di materialismo e di attaccamento a ciò che è sensuale ed immediato.

Sia benedetta dunque la sofferenza, quella di tutti quanti si uniscono in un’unica amicizia e partecipazione alla sofferenza di Cristo, ancora esistente in lui a motivo di tutti coloro che oggi come ieri, nonostante tutta la testimonianza di fede nei secoli, ostinatamente bestemmiano il suo nome e rifiutano il suo Vangelo. Amen

 

Edizioni e Libreria Cattolica La Casa di Miriam

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