La felicità originaria

– La Casa di Miriam Torino –

PROSEGUE IL NOSTRO STUDIO SULLA TEOLOGIA DEL CORPO DI GIOVANNI PAOLO II ESTRATTO DALLA TESI DI LAUREA DI FRANCESCO GASTONE SILLETTA

 

La Casa di Miriam continua la pubblicazione di brani estratti da una nostra Tesi di Laurea in Teologia intitolata: “La differenziazione sessuata maschio-femmina nella Teologia del corpo di Giovanni Paolo II”. La Casa di Miriam pubblica questi brani, modellati alle esigenze informatiche, nella convinzione del grandissimo valore non soltanto pastorale, bensì anche teologico e filosofico di un Pontefice ancora troppo poco conosciuto nella sua dimensione più profonda di grande pensatore e uomo di intelletto.

 

7. La felicità originaria come scoperta del significato sponsale del proprio corpo

 

Proseguendo il discorso del paragrafo precedente nella prospettiva di una sintesi globale, ciò che emerge essenzialmente è lo stato di felicità originaria che caratterizza l’uomo maschio-femmina prima del peccato originale. Tale felicità si comprende analiticamente nella scomposizione dei vari elementi che costituiscono il percorso svolto sin qui.

Essere nudi, anzitutto, significa per i progenitori “essere veri”, nel senso di autenticamente umani secondo la volontà creatrice di Dio, “liberi da ogni costrizione del corpo e del sesso”[1]. Il corpo viene inteso come capacità di esprimere l’amore, quell’amore che è fonte del suo stesso essere creatura e che contraddistingue il carattere “donativo” del corpo stesso. Donandosi, l’uomo esprime se stesso. Perché l’uomo possa darsi, nella sua bipolarità maschio-femmina, è fondamentale che l’uomo sia presente a se stesso, nel senso che in maniera stabile egli si autoconosca. In questo senso, la verità dell’essere è contenuta nella conoscenza umana, sicché l’uomo maschio-femmina è consapevole del dono ricevuto nel proprio corpo e nel proprio sesso e pertanto può fruire di tale dono donandosi a sua volta: “L’uomo, che in terra è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa, non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” [2].

In questo contesto di esistenza “preistorica”, l’uomo maschio-femmina guarda al Creatore sino a disperdere se stesso nel suo infinito oceano di bene, essendone egli stesso inghiottito e diventando con esso un tutt’uno[3]. Questo per effetto del suo essere immagine di Dio, che non si esprime come un qualcosa di aggiunto, ma rappresenta la reale condizione creaturale originaria in cui la creatura stessa è chiamata ad essere[4]. Tale immagine si esprime non solo nella bipolarità sessuale maschio-femmina, ma anche nella perfetta comunione delle persone che suppone questa stessa differenziazione sessuata e che è origine è fondamento del matrimonio, fino a poter decretare che Dio ha creato l’uomo e la donna per il matrimonio: “Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e i due saranno una cosa sola” (Gen 2,24).

La libertà interiore di cui i progenitori originariamente godono in pienezza e che stabilisce una integrale conoscenza del proprio corpo permette di accogliere l’altro senza alcuna riserva nella pienezza della propria umanità comune, pur alla luce della diversità fisiologica e psicologica. La logica dell’accoglienza permette a sua volta una piena accettazione dell’altro medesimo, sì da stabilire le premesse per un perfetto donarsi accogliendo ed accettando contemporaneamente l’altro che si dona.

Il corpo in questo contesto svela la persona, ne è il sacramento. Esso, infatti, manifesta esteriormente l’interiore invisibile della persona, per cui l’innocenza originaria conduce a ritrovare se stessi proprio in quel donarsi che si esprime attraverso il corpo. L’uomo maschio-femmina, pertanto, è reso moralmente partecipe all’eterno atto della volontà di Dio[5], sperimentando come egli possa riscoprire se stesso proprio ed unicamente donandosi all’altro, il quale viene accettato semplicemente secondo la perfezione con la quale il Creatore lo ha voluto. Proprio questo donarsi, questa esistenza per l’altro esprime pienamente l’immagine e somiglianza di Dio dell’uomo originario maschio-femmina, alla luce dell’archetipo d’amore e donazione rappresentato dalla Trinità: “Per questo l’uomo e la donna, creati come ‘unità dei due’ nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo del mistero dell’unica vita divina”[6].

Di fatto il “principio” cui Cristo rimanda in Mt 19,4ss. rappresenta un modello antropologico tanto “preistorico” quanto archetipico in cui il coefficiente stabile è rappresentato dalla condizione di felicità originaria che l’esistenza maschio-femminile dell’uomo produce stabilmente nell’uomo stesso. La libertà del dono, infatti, sintetizza la dinamica dell’essere persona-in-relazione, secondo il disegno creativo divino ad immagine di Sé, per cui la relazione maschio-femmina, fondata sull’archetipo trinitario, integra pienamente tutte le facoltà e potenzialità dell’uomo maschio-femmina, sino a decretarne la felicità più profonda nella comunione interpersonale ma anche con Dio.

La vergogna, in questo contesto di esistenza originaria, non è presente perché semplicemente non necessaria, si può dire non conosciuta a seguito della stessa innocenza delle origini con la quale la propria sessualità viene intesa, non a scapito privativo, nel senso di una innocenza che in qualche modo precluda la strada all’autentico piacere sessuale, ma in senso esaustivo, nel senso che amando liberamente l’altro guardandolo con lo sguardo di Dio che ama, si completa in questa relazione la propria esistenza sino a non aver psicologicamente bisogno di altro, se non appunto di questo potersi donare e di ricevere a propria volta il dono di sé dell’altro.

-Fonte: Francesco Gastone Silletta –  La Casa di Miriam Torino


[1] Ivi, p. 77.

[2] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, n. 24.

[3] Edwards J., L’amore e i suoi frutti, v. Introduzione.

[4] Cfr. GALVAN J.M., Antropologia teologica, Ed. Università della Santa Croce, Roma 2000, p. 29.

[5] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna lo creò, op. cit., p. 85.

[6] IDEM, Lett. ap. Tertio millennio adveniente, n. 7.