Sulla “compassione” di Gesù

Sulla “compassione” di Gesù – di Francesco G. Silletta

Spesse volte nel Vangelo troviamo situazioni particolari in cui ci viene narrato lo stato d’animo “compassionevole” di Gesù. Così ad esempio quando si dice, in Mt 9,36, che Gesù, vedendo le folle, ebbe compassione di loro, perché erano stanchi e abbandonati “come pecore senza pastore”. Poco oltre, in Mt 14,14, si dice che Gesù ebbe una profonda “compassione” per la folla che lo seguiva e per questo guarì molti dei malati in essa presenti. Prima della moltiplicazione dei pani, poi, ancora si fa riferimento al sentimento di “compassione” di Gesù, dove egli stesso si dice preoccupato per quanti lo seguono da giorni, affinché possano avere nutrimento (cfr. Mt 15,32). Si tratta ancora di un moto compassionevole quando si parla della guarigione operata da Gesù in favore di due uomini ciechi che lo supplicavano di riavere la vista, secondo il racconto di Mt 20,34. La “compassione” di Gesù, inoltre, è quella realtà interiore che conduce Gesù stesso, nel Vangelo di Luca, ad intervenire in favore della donna vedova che aveva perso il suo unico figlio, ridonando la vita a quest’ultimo (Lc 7,12); ed ancora, in Marco, a muovere Gesù verso la completa guarigione del lebbroso che lo supplicava di guarirlo. Vi sono poi ancora altri casi, nei Vangeli, in cui questa compassione di Gesù viene sottolineata. Ma che cosa significa “compassione”? Alcuni omileti, volendo ricorrere all’etimologia, partono dal latino, traducendo il termine formalmente come “patire con”. In realtà, tuttavia, la forza vera di questo termine sta nell’originale greco (originale secondo i Vangeli, non di per se stesso), che interpella il termine “σπλάγχνα” (traslitterato: splankna), che letteralmente significa “viscere” e, figurativamente, emozione interiore bramosa. Meno etimologicamente e in forma più affettiva, ciò che accade a Gesù quando si parla della sua compassione riguarda allora una partecipazione intima, “viscerale”, di ordine empatico all’esigenza dell’altro che gli è dinanzi.

Gesù prova anche per noi, continuamente, questo genere di sentimento e, proprio perché viscerale, non può essere contenuto se non nella sua risoluzione, “gettando amore” come rimedio all’esigenza percepita nell’altro.

Siamo in questo ordine di rapporto con il nostro Signore. Lui pensa a noi “visceralmente”. Beneficiamo allora di questa così grande “compassione” e imitiamo Gesù nel nostro rapporto con gli altri.

Amen

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