Il Beato Cesare de Bus

Il Beato Cesare de Bus

Eremo di S. Jaques

Dal libro di Fernando Rea, “Un Catechista”, Marietti, Roma 1963, pp. 62-67.

[…] Al contrario del gusto degli oratori sacri dell’epoca che amavano sovraccaricare i loro sermoni di greco e di latino, di citazioni profane e di allusioni mitologiche per distinguersi con simile sfarzo di erudizione, Cesare sdegnava ogni rinomanza ed era fermo allo scopo che si era prefisso fin dalla prima volta che era salito in pulpito: non dire mai nulla che non tendesse alla maggior gloria di Dio e profitto alle anime. La ponderata lettura dei Santi Padri e la pietà gli avevano ispirato il buon gusto dell’eloquenza sacra. I suoi catechismi, le sue prediche, erano composte in uno stile così naturale, elegante e devoto che entusiasmava alla pietà chi l’ascoltava. La sua eloquenza era senza sfarzo e accessibile a tutti: le sue parole familiari e comuni, ma proprie, atte a suscitare l’attenzione e a prevenire in suo favore la stima e l’affetto degli uditori. Non ricusava mai di andare a predicare dovunque richiedessero la sua presenza e talvolta affrontava viaggi faticosi che lo spossavano, ma era ben lieto di soffrire qualche disagio nell’annunciare la parola di Dio.

Nei giorni festivi il canonico de Bus predicava nella cattedrale di Cavaillon con tale profondità di dottrina e con tale soddisfazione dei fedeli che se ne conservò il ricordo per molti anni dopo la sua morte. I documenti dell’epoca ci informano che tanta era la folla di uditori che gremivano la chiesa dove parlava, che era necessario procurarsi il posto due o tre ore prima. Non era raro il caso che le sue parole suscitassero tra i fedeli un subitaneo e sentito pentimento. Una volta una dama di Cavaillon, dopo aver assistito ad una predica del de Bus, si alzò dal suo posto piangente per i propri peccati e, dirigendosi verso il predicatore, a voce alta lo supplicò di volerla confessare perché se non l’avesse fatto subito non l’avrebbe fatto più.

Oltre che dal pulpito si distinse, in modo del tutto particolare, nel confessionale, dove rimaneva dalle cinque alle sei ore, talvolta fino a sera inoltrata. La schiera dei penitenti che chiedevano di potersi confessare dal canonico de Bus aumentava sempre di più e, a qualsiasi ora del giorno, andavano a cercarlo perfino in casa.

Padre Cesare era sempre pronto, affabile e non faceva mai aspettare nessuno per timore di lasciar fuggire quei momenti favorevoli ad un sincero pentimento che, con ogni probabilità, non sarebbero mai più tornati. Quanti si presentavano erano benvenuti, i poveri come i ricchi, senza alcuna distinzione, se non per i più bisognosi, gli ignoranti, gli infermi. Dotato di finissima intuizione, quando gli si avvicinava un qualche penitente, vedeva e scopriva ciò che aveva nel cuore e, con grave commozione, gli diceva quello che non poteva liberamente cavargli dalla bocca, ma con una maniera così delicata e affettuosa che lo costringeva a confessare ogni più segreta colpa. Non vi era imbarazzo di coscienza che non dissipasse, non passione dissimulata che non conoscesse, non imperfezione nascosta che non scoprisse, non amor proprio così celato che non sfuggisse al suo rimprovero.

Beato Cesare de Bus

L’anima di Cesare de Bus ardeva di amor santo di Dio e, considerando le tristi condizioni in cui si trovava il clero di Cavaillon, con l’approvazione del vescovo Monsignor Escot, pensò alla costituzione di una pia confraternita tra ecclesiastici da porre sotto il patrocinio di San Bernardo. Sarebbe stata una scuola di virtù, fiamma ardente che avrebbe riacceso lo zelo all’apostolato. Una simile fondazione che legava ciascun iscritto nel comune intento di progredire nella santità, si diffuse in tal modo che, più tardi, si ritenne opportuno di ammettervi anche qualche laico particolarmente dotato.

I congregati che regolarmente si incontravano in riunioni e conferenze il cui fecondo animatore era de Bus, non tardarono a manifestarsi come uomini nuovi ed il loro rinnovamento spirituale si estese beneficamente ad altri confratelli e nelle chiese di Cavaillon.

A rendere stabile una così bella e salutare istituzione, dopo averne compilati i relativi regolamenti, illuminati di cristiana prudenza, si ottenne da papa Gregorio XIII un Breve di erezione. Nel documento pontificio si faceva una particolare menzione del canonico Cesare de Bus che veniva nominato primo Rettore di detta Confraternita. In questa occasione furono pure accordate speciali indulgenze a quanti si fossero ad essa aggregati.

L’ambìto riconoscimento da Roma era una conquista per Cesare de Bus che, in questo periodo, spinto dall’amore per la penitenza e la solitudine, lasciò la casa paterna e fissò la sua dimora in una cella oscura, angusta e malsana nel chiostro della cattedrale. In questa specie di volontaria prigionia rimase per ben tre anni, non potendo il suo spirito umile, sobrio ed austero conciliarsi con i riguardi affettuosi che riceveva in casa dalle sorelle, con i piaceri della tavola che vi si imbandiva e l’agiatezza che vi abbondava. Una vita da eremita, confortata oltre che dalla preghiera e dalle grazie che il Signore gli elargiva, dalla compagnia del buon amico Don Ferriol, che, di tanto in tanto, lo andava a visitare.

Era logico che parenti e amici sopportassero, di malumore, l’austera vita claustrale di Cesare e cercassero in ogni modo di rimuoverlo da una simile intenzione che a loro sembrava degna di un folle. Tutto il giorno rimaneva chiuso nella fredda celletta, la cui finestra si apriva su di un cortiletto adornato da una doppia fila di eleganti colonnine del chiostro. Al centro, circondata di piante e su di un basamento di pietra, una antica immagine della Madonna con il Bambino. Lasciava la cella solo per celebrare la Messa in cattedrale o per passeggiare lentamente nel recinto del chiostro.

Ai digiuni che già fedelmente praticava il venerdì e il sabato, aggiunse la più rigorosa astinenza dalle carni come dal pesce per l’intera settimana e al cilicio che indossava, sostituì una maglia di ferro che portava giorno e notte sulla carne nuda. Tanta era la sofferenza che gli recava un simile supplizio, che dopo circa sei mesi dovette ritornare all’uso del cilicio.

Per giaciglio aveva solo poca paglia ed una povera coperta. La scarsezza e la cattiva qualità dei cibi che prendeva, la povertà squallida della dimora, la semplicità dell’abito, tutto accusava il rigore severo della sua penitenza che rese ancora più austera quando lesse un libro sulla vita del Cardinale Borromeo.

Per attendere più a lungo alla preghiera e alla meditazione, rubava al riposo la maggior parte della notte. Si levava dal pagliericcio quando fuori era ancora buio e, senza nemmeno accendere la lucerna, si prostrava lungo, disteso per terra, in orazione. Prendeva quella scomoda posizione in segno della sua meschinità di fronte a Dio, creatore del cielo e della terra e, talvolta, poneva delle pietruzze sotto le ginocchia per stare ancora più scomodo. Rimaneva lunghe ore assorto nella contemplazione consolante delle verità eterne, innalzandosi con la mente sopra tutto il creato, ammirando le infinite perfezioni di Dio, riguardava poi le cose e gli avvenimenti, che più ci affannano in questo mondo, come un’ombra che si dilegui in un batter d’ali. Il pensiero era talmente preso dalla considerazione dell’onnipotenza di Dio, da renderlo completamente insensibile al mondo esterno. Scendeva poi con il pensiero sulla propria nullità, sull’ardimento avuto nell’offendere la Maestà Divina e, pieno di vergogna, piangeva i peccati commessi.

In questo periodo di santa solitudine, mise mano ad alcune opere letterarie che poi, ultimate più avanti negli anni, offriranno al lettore il quadro più completo della vivida spiritualità di Cesare de Bus. Compose bellissimi dialoghi tra l’anima e Dio, un catechismo per fanciulli, discorsi sul Cantico dei Cantici, appunti su omelie intorno alla spiegazione del Vangelo domenicale. La vita di sacrificio e di stenti che si era imposto, non tardò a far sentire i suoi effetti. Un’acuta infiammazione agli occhi lo faceva lacrimare quando era esposto alla troppa luce, mentre le sue membra, prima robuste, apparivano affaticate. A causa del persistente arrossamento degli occhi, dovette interrompere gli studi cui si dedicava con profitto, offrendo ogni sofferenza al Signore. Malgrado la salute malferma, non tralasciò mai di visitare gli ammalati e chi soffriva più di lui. Si intratteneva amorevolmente presso il loro capezzale. Diceva loro parole di conforto e, dolcemente, quando ne erano lontani, li riportava all’osservanza della legge di Dio.

Cavaillon

Vale la pena, a tal proposito, rammentare un fatto che ha del soprannaturale. Maddalena de Chassain, gentildonna di Cavaillon, era da lungo tempo affetta da male grave ed incurabile. Ridotta in condizioni così disperate, i medici non potevano fare altro che consegnarla per prepararsi a ricevere i Sacramenti. Questo consiglio fece disperare la povera inferma che si lamentava di giorno e di notte perché non voleva morire. Qualsiasi tentativo per farla avvicinare da un sacerdote era stato vano, rigettava imprecando qualsiasi persona che parlasse di religione e di Dio. Ostinata in questo folle pensiero, non si trovò nessuno che riuscisse a persuaderla. Cesare de Bus, venuto a conoscenza dell’ostinazione di quella nobildonna, non tardò a recarsi di persona in casa dell’inferma.

Tanta era la fama di santità di quel sacerdote che Maddalena de Chassain non lo fece cacciar via dai servi ma, con rispetto, l’ascoltò, pur non accondiscendendo a confessarsi. Visto come ogni tentativo fosse inutile, de Bus, ispirato certamente da Dio, con voce solenne assicurò la malata che qualora si confessasse, pentendosi sinceramente dei propri peccati, avrebbe riacquistato non solo la salute dell’anima ma anche quella del corpo. Il Signore volle che, per intercessione del suo servo Cesare de Bus, così realmente avvenisse.

Madama de Chassain fu per tutta la vita grata al Signore per la grazia ricevuta e visse ancora lunghi anni, esempio di virtù per la città di Cavaillon.

Fonte: La Casa di Miriam Torino

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