Bloch e Marcel: una comprensione antitetica della speranza

Gabriel Marcel Ernst Bloch

1. Il Principio Speranza: l’immanenza della speranza secondo Ernst Bloch

L’autore Ernst Bloch ha indubbiamente dedicato un ampio studio al tema della speranza, facendolo poi fruttificare nella sua monumentale opera saggistica intitolata appunto “Il Principio Speranza”, la quale rispecchia non solo l’orientamento dell’autore su questo specifico tema, bensì tutta una sua antropologia chiaramente di estrazione marxista ed in generale anti-trascendentale. Si esprime così l’autore in uno dei passi di questo suo grande libro:

La speranza è una proprietà universalmente umana, basata sulla più universale proprietà umana, intendo dire il desiderio e, ad un livello superiore, la nostalgia
(BLOCH E., Il Principio Speranza, versione italiana edita da Garzanti Libri, Milano 2005, p. 48)

La speranza come desiderio, quindi. Un desiderio che è essenzialmente passione, ed una passione che non è, e non sarà mai, evidentemente, una virtù nel senso trascendentale del termine. Questo apparente limite della nozione di speranza blochiana è invece ciò che secondo lo stesso autore ne rappresenta il punto di forza, il quid primario: la speranza riguarda la sfera dell’immanente, di questa vita “al di qua”, e il termine di questa speranza non riguarda né l’oggettivo, né ancora l’altro o il diverso, neppure il divino, bensì se stesso, in quanto autore dei propri atti, secondo la mozione che, entro una processualità cosmica, viene prodotta come pulsione dalla speranza stessa.
Come si vede, l’immanentismo di Bloch, che come detto viene ereditato in larga parte dalla sua ispirazione neomarxista, si concentra entro il perimetro del soggetto, per quanto come noto il proposito di tutta l’ideologia marxista sottostante si configuri come “ideale comunista”, nel senso di valore comunionale, dove “tutto sarebbe appartenuto a tutti, e tutti avrebbero avuto il meglio luno per laltro” (BENEDETTO XVI, Lett. Enc. Spe salvi, n. 21).
Il confine del soggetto è lo stesso confine dello sperare, nel senso che è proprio l’Io a sperare in se stesso. Una speranza che tuttavia è chiamata dallo stesso autore il “non ancora”, o con una terminologia più ricercata il “Novum Ultimum” (BLOCH E., Il principio speranza, op. cit., p. 57),là dove, però, l’ultimo non si configura in alcun senso come realtà post-mortem, secondo l’orientamento cristiano, rigettando, per questa ragione, la speranza stessa in un confine “al di qua” della morte, in cui anzi è la stessa morte a decretarne l’argine e la fine. Altrove l’autore si esprime in termini di “Nunc Aeternum”, di “tenebre dellistante appena vissuto” (Ivi ).Questo concetto di una speranza immanentistica ha influito non poco anche nell’ambito teologico, come viene rispecchiato dal pensiero di Jurgen Moltmann: “Rimandare alla fine dei tempi lavvento del Regno toglie ad esso la capacità di orientamento, di guida, di accompagnamento, di trasformazione di quanto viviamo storicamente giorno per giorno sulla terra” (MOLTMANN J., Teologia della speranza, Ed. Queriniana, Brescia 1964, p. 98).Con parole per certi aspetti paradossali, Bloch nella sua opera sopraccitata rivendica quasi un sorridere di fronte alla morte che, in nome di una speranza “trionfante” durante la vita, a motivo di ciò non fa paura, fino ad essere considerata materialmente come la fine di un banchetto, dal quale i commensali si alzano sazi e soddisfatti (D. Fusaro).
Questo concetto di una morte per certi aspetti “irrisoria”, nella misura in cui, secondo l’autore, la si può guardare a testa alta, senza lacune o titubanze, è un punto molto forte della prospettiva di Bloch, da lui stesso ribadito in altri contesti letterari e persino in una nota intervista radiofonica del 1967 in cui era intervistato da J. Moltmann. La speranza è dunque per Bloch un “presentificare” il futuro, un dare forma concreta a ciò che sarà e che ancora non è. Anzi, secondo lui porre l’attenzione sulle realtà attuali, il “filosofare sull’oggi”, manifesta ed esprime un profondo e radicale conservatorismo ontologico: “La speranza è perciò la virtù di unontologia di lotta, la forza dinamica della marcia verso lutopia” (RATZINGER J., Guardare Cristo, Jaca Book, Milano 1989, pag. 36). Per Bloch la speranza è una risorsa fondamentale e propria dell’uomo, ciò che lo sprona a vivere degnamente ciò che non è ancora vissuto, oltrepassando così la staticità dell’ontologia presente e trovando una linfa esistenziale proprio in quel guardare al domani attraverso la speranza. Per lui ciò che costituisce veramente il “reale”, è la possibilità di una novità, sulla quale appunto si fonda la possibilità di sperare. La sua formazione, indipendentemente dal marxismo, ha delle assolute radici ebraico-cristiane: di origini ebraiche, infatti, sposò la prima moglie, Else von Stritzky, fortemente cristiana e praticante, la cui influenza, sino alla sua morte prematura, ridondò non poco nella prospettiva del pensiero di Bloch. Per questo occorre pensare a lui come ad un autore e pensatore senza dubbio marxista, ma con una preparazione ed influenza giudaico-cristiana, che lo induce ad espressioni quasi folcloristiche come la seguente: “Solo un ateo può essere un buon cristiano” (MOLTMANN J., Teologia della speranza, op. cit., p. 99).Rispetto a questa prospettiva si è espresso anche l’attuale pontefice, il quale, pur non citando mai direttamente Bloch (piuttosto cita il suo grande ispiratore, Karl Marx), scrive nell’enciclica Spe Salvi: “La speranza del Regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno delluomo, dalla speranza di un mondo migliore che sarebbe stato il vero regno di Dio. Questa sembrava finalmente la speranza grande e realistica, di cui luomo ha bisogno. Essa era in grado di mobilitare per un certo tempo tutte le energie delluomo; il grande obiettivo sembrava meritevole di ogni impegno” (BENEDETTO XVI, Lett. Enc. Spe salvi, n. 30).Si comprende bene, alla luce di quanto detto, come l’indubbia positività del pensiero blochiano per il modo in cui apre il cuore dell’uomo se non altro all’atto stesso di sperare, sottolineando come appunto la speranza appartenga alla condizione umana non come realtà esteriore, bensì come indole ed istanza naturale, non rappresenti tuttavia una possibilità vera per l’uomo in termini di crescita umana, gratificazione personale e, per chi crede, di progresso cristiano. Infatti, l’idea di Bloch confina l’uomo stesso fra i riflettori dell’esistenza terrena e l’insindacabile legittimità con cui egli esorta l’uomo a combattere in virtù della speranza (utopia) (Cfr. su questo tema RATZINGER J., Guardare Cristo, op. cit., pp. 35-39),non è sorretta da un fondamento concreto, dimenticando che l’uomo tende, aspira e si eleva ad una Trascendenza non necessariamente in virtù di un atto di fede, bensì secondo una sua naturale disposizione che lo porta sì ad oltrepassare il tempo presente, ma non in maniera “da realizzarsi per mezzo della “rivoluzione”, che per sua parte rappresenta una specie di divinità mitica, per cosi dire una “figlia di Dio” in rapporto con il Dio-Padre” (RATZINGER J., Guardare Cristo, op. cit., p. 37).
In questo modo, infatti, la speranza risulta fine a se stessa, privata di un suo contenuto peculiare che non può essere certamente identificabile nell’utopia blochiana, onde evitare che essa stessa, placato l’impeto che la produce inizialmente, non si trasformi nella peggiore disperazione. È molto interessante, tuttavia, l’intera speculazione di Bloch sul tema della speranza, dove l’autore ha indubbiamente aperto le menti dei lettori se non altro ad una ispirazione verso un “oltre”, una fiducia razionalmente motivata, un oltrepassamento del confine dell’ora attuale; al contempo, come già segnalato, è molto fruttuosa l’ispirazione post-blochiana anche in ambito teologico, soprattutto in colui che Bruno Forte ha definito, più che l’autore della “Teologia della Speranza”, il vero fondatore di una Speranza della Teologia: Jurgen Moltmann. Questi riflette sul suo stesso pensiero in questi termini, esponendo i quali concludiamo questo paragrafo: “Proprio perché la “vita vera” è già qui, possiamo anche bramare una vita “in eterna pienezza”, non contrapposta al flusso della nostra esistenza terrena, ma capacequesto sìdi superare lapparente negatività della morte. Potremmo anche dire che ad ogni uomo spetta già nel tempo una “immortalità relativa”, e che questa si fonda appunto sulla sua relazione e comunione con Dio. E quando non cogliamo o ci dimentichiamo di questa trascendenza per così dire già data in ogni attimo della nostra vita, il rapporto non è comunque compromesso, perché tutto di noi si conserva indelebilmente nella memoria di Dio” (BROTTI G., “Senza la speranza la vita si spegne” – Incontro con J. Moltmann, in “La nostra Domenica” n. 35, del 5 ottobre 2003).

2. La speranza in Gabriel Marcel: una trascendenza oltre l’esistenza

Contemporaneo di Ernst Bloch, il filosofo e drammaturgo Gabriel Marcel si pone in una direzione manifestamente antitetica rispetto a Bloch, non solo per quanto attiene al tema della speranza, ma in generale per tutta la riflessione antropologica. Proprio un’eccessiva centrificazione dell’uomo, si badi, non in quanto tale (essere), bensì nel suo agire immanente (tecnica, scienza, ecc.), risulta per Marcel essere la causa di una sostanziale desacralizzazione della realtà, con il risultato della messa in scena di un’unica istanza concreta, al di là degli ideali, ovvero una sostanziale disperazione: “Essa si presenta come lesito inesorabile di una vita che privilegia lorizzonte dellavere anziché dellessere; ogni possesso è, infatti, caratterizzato da una profonda instabilità poiché oscilla continuamente tra la tensione dellindividuo verso lappropriazione definitiva della cosa e la tendenza continua delloggetto a sfuggire al possesso” (D. Fusaro).
Il filosofo francese, a cavallo fra l’esistenzialismo di matrice kierkegaardiana ed un personalismo poi confluente nella grande tradizione francese (Maritain, Mounier, ecc.), fino alla definitiva sua proliferazione in Giovanni Paolo II, indica la speranza difesa da Bloch come veicolo di de-umanizzazione per l’uomo stesso, in quanto conduce ad una non comprensione da parte dell’uomo di ciò verso cui egli incessantemente protende, ovvero la dimensione della trascendenza. Riferendosi al suo “collega” neomarxista, nella famosa discussione radiofonica che li ha visti entrambi a confronto nel 1967, Marcel pone l’esempio di una madre che perde un figlio, o di un soggetto segnato da una malattia incurabile, per dimostrare come “sperare” in queste condizioni equivalga unicamente ad investire la propria fiducia in una risurrezione, prescindendo qui dalla dimensione confessionale con cui questa può essere interpretata. La speranza, per Marcel, non può prescindere da un riferimento al divino, da un appello al soprannaturale, in quanto ridurla alla realtà immanente ed ai traguardi che possono essere raggiunti dall’attività umana implica di fatto un segnare con un’epigrafe la speranza stessa, enucleandola dalla propria radice escatologico-spirituale. Solamente una realtà divina, una persona reale, concreta, viva, oltrepassante ciò che è umanamente finito, può essere veramente l’oggetto della speranza umana, secondo Marcel. Con toni moderati e tuttavia profondi, pur non esplicitando sempre sino in fondo le sue grandi intuizioni, l’autore francese lotta contro quella che viene definita “una parodia della fede e della speranza” ( RATZINGER J., Guardare Cristo, op. cit., p. 37),chiamando in causa alcuni temi basilari della sua riflessione, in particolare l’essere, cioè il fondamento ontologico da cui si deve partire per ogni comprensione circa l’uomo, e la libertà umana, quella stessa libertà troppo spesso implicitamente dimenticata da coloro che, fondando una speranza unicamente sul progresso e sulla tecnica, dimenticano come queste istanze, assieme a molte altre, siano non “definitive” né potranno mai esserlo, in quanto appunto costantemente influenzate dal modo in cui l’uomo liberamente agisce, si rapporta con gli altri, insomma conduce la propria esistenza umana. Come sottolinea, infatti, anche l’attuale pontefice, “la libertà delluomo è sempre nuova e deve sempre di nuovo prendere le sue decisioni” (BENEDETTO XVI, Lett. Enc. Spe salvi, n. 24) e per questa ragione il traguardo presunto di una stabilità nella speranza immanente prima o poi sbriciolerà nella più convulsa disperazione, in quanto non fondata su un riferimento stabile e trascendente, come afferma Marcel, bensì su un fragile “impulso” positivo ben diverso dall’ “ottimismo trascendentale” dello stesso autore francese.
La visione della speranza marceliana segna perciò un’ottima chiusura di un ciclo speculativo aperto dall’autore stesso, dapprima interessato alla differenza fra problema e mistero, risolta appunto nel far confluire la realtà dell’essere in quest’ultimo, passando poi attraverso la problematica socio-culturale del suo tempo, instaurando un preziosissimo dialogo fra anima e corpo per l’autocomprensione piena del soggetto umano; ed infine, appunto, questa sua ampia speculazione circa il tema della speranza e la visione immanentistica che la contraddistingueva nel suo tempo, scrivendo nella sua opera forse ancora troppo poco conosciuta, l’“Homo viator”, delle pagine di preziosa saggezza e di stimolo verso la fortificazione dell’uomo attraverso, appunto, una possibilità di vivere dentro una “fede nella speranza”.

Osservazioni conclusive

Come ha sottolineato più volte lo stesso Benedetto XVI nelle sue varie riflessioni e discorsi da Pontefice, talora sono proprio le persone che nel loro profondo vivono intimamente e profondamente la dimensione della speranza ad essere tacciate, come accaduto per lui stesso, di pessimismo.
Questa incomprensione nasce da una intrinseca ambivalenza presente nel concetto stesso di speranza, in particolare quello di speranza cristiana, la quale, se malintesa o interpretata “asetticamente”, induce ad appropriarsene nella prospettiva immanentistica e semplicemente storica. “Sperare” diviene così da un lato, e giustamente, una capacità profonda dell’uomo, ma dall’altro perde di consistenza l’oggetto stesso di questo sperare, ovvero una istanza confinata entro i parametri dell’immanente, dell’umano, del tangibile. In linea di massima è questo il frutto e l’evolversi della riflessione di Bloch sulla speranza, di cui si è parlato precedentemente.
L’opposizione di Marcel a questa logica, senza dubbio poco fruttuosa dal punto di vista dei consensi di massa ma ben radicata nella stessa teologia della speranza ad essa successiva, si presenta invece come un radicale tentativo-appello all’essere dell’uomo, un essere fondato nella sua apertura alla Trascendenza. Ancor prima che un Dio tripersonale, l’uomo sente profondamente, come sottolineava a modo suo anche Karl Rahner (l’esistenziale trascendentale) una sua apertura-dialogicità con una realtà a lui distante in termini spazio-temporali, superiore in quelli ontologico-esistenziali, e tuttavia presente, raggiungibile e, in termini letterali, se-ducente. Questa realtà-presenza è ciò verso cui l’uomo incessantemente è chiamato, proprio per una piena e consapevole autorealizzazione umana e non, di contro, per una sua alienazione da ciò che il mondo immanente costantemente propone. “Sperare” diviene qui un guardare là, senza smettere di essere qua, ed aprirsi continuamente ad una corrispondenza con il Trascendente-Dio che garantisce, proprio mediante questa relazione di speranza, la possibilità di significatività per la nostra stessa esistenza.

– Fonte: Francesco Gastone Silletta – La Casa di Miriam Torino –