“Gesù fu condotto nel deserto ‘per essere tentato’ dal diavolo” (Mt 4,1): sul fine principale della permanenza di Gesù nel deserto

Innanzitutto un particolare, forse di poco valore teologico ma tuttavia interessante per la coincidenza (fortuita?): sia Matteo che Luca pongono questo racconto di Gesù nel deserto, “tentato dal diavolo”, ad inizio del rispettivo capitolo 4 del proprio Vangelo (cfr. Mt 4,1s e Lc 4,1s.) Tuttavia Matteo è diverso da Luca nell’evidenziare come Gesù andò nel deserto (spinto dallo Spirito Santo, “ὑπὸ τοῦ Πνεύματος”) proprio “per essere tentato dal diavolo”, come dice letteralmente nel testo greco: “πειρασθῆναι ὑπὸ τοῦ διαβόλου”. Il verbo “πειράζω”, che significa “tentare, mettere alla prova, ecc.”, è qui all’aoristo infinito passivo, ed esplicita perciò in Matteo come il fine del “viaggio/permanenza” di Gesù nel deserto, più ancora che quello di sottoporsi ad un protratto digiuno, sia stato proprio quello di essere tentato dal diavolo (sebbene poi lo stesso Matteo riduca a tre le tentazioni subite da Gesù, pur essendo state, esse, evidentemente molte di più). In Luca non è immediatamente rinvenibile lo stesso “fine” della permanenza di Gesù nel deserto, per quanto anch’egli citi l’esperienza della tentazione del demonio. Il digiuno di Gesù in Matteo sembra allora funzionale alla resistenza alla prova della tentazione nel deserto. Cosa che a nostra volta potremmo acquisire per la nostra esperienza personale. Allo stesso modo in cui, dunque, Gesù andò al Giordano “per farsi battezzare” dal Battista, così andò nel deserto primariamente “per essere tentato dal diavolo”, ossia per sottoporsi volontariamente ad una esperienza che l’umanità quotidianamente fa, l’interferenza diabolica nella propria quiete, al fine di superarla e di vincerla senza alcun compromesso. Amen

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