Sul vero esaudimento di una preghiera

 
Quante volte uno domanda a Gesù la stessa grazia, gli pare di averla chiesta per bene, con umiltà, con partecipazione, e tuttavia l’esito sembra negativo. Anzi, a volte sembra che sì, qualcosa sia in effetti occorso, ma l’esatto contrario di ciò che si era domandato. E ci si agita, perché sembra che Gesù non ascolti ciò che gli domandiamo. Si tratta di un’esperienza “personalistica”, nel senso che dipende da soggetto a soggetto, e che tuttavia in alcuni casi ha portato alcune persone ad allontanarsi dalla fede in Cristo. In realtà bisogna risalire a monte di questo processo. La base fondamentale – per dirla con san Giacomo – starebbe in una verifica della reale “natura” di ciò che si è domandato come grazia e del modo in cui esso è stato posto innanzi a Cristo. Tuttavia diamo per buono questo primo aspetto, come se cioè un’anima avesse messo in pratica tutto il necessario per suscitare la misericordia di Cristo nei propri riguardi. E dunque? L’anima stessa ha un riferimento fondamentale in Gesù stesso. Gesù è stato descritto nei Vangeli, a più riprese, come “uomo” in preghiera. Diciamo “uomo”, perché in quanto Verbo di Dio è egli stesso Parola del Padre e qui il discorso andrebbe teologicamente complicandosi. Nella sua umanità, tuttavia, Cristo ha pregato, e lo ha fatto continuamente. Da solo, spesse volte. Altre volte con i suoi discepoli. Tuttavia la sua esistenza ha avuto la preghiera come particolare contrassegno. In che modo Gesù ha “ricevuto” l’ascolto del Padre? Certo, ci sono i casi espliciti in cui questo si manifesta subito, come ad esempio nel caso della risurrezione di Lazzaro, quando ancor prima che il morto esca dal sepolcro, Gesù già ringrazia il Padre per averlo ascoltato. In molti altri casi, tuttavia, la risposta del Padre “sembra” molto meno esplicita, quantomeno secondo ciò che uno si aspetterebbe. L’esempio più esplicito riguarda l’esperienza dal Getsemani alla Croce. Ivi il Padre “sembra” rispondere in un modo distinto, se non addirittura opposto, a quello che l’umanità si aspetterebbe. “Se vuoi allontana da me questo calice di dolore”; “Perché mi hai abbandonato?” eccetera, sono espressioni che fanno trapelare la forma di questa apparenza. Tuttavia una cosa è certa: Gesù ha ottenuto chiaramente una risposta del Padre al proprio appello. Ed egli dall’inizio alla fine del suo ministero, sino a un istante prima della morte in croce, ha continuato a pregare. Il fatto stesso di “continuare” una cosa, significa averne l’intelligenza affinché essa prosegua, ritenere cioè di poter lo stesso proseguire per quella via.
Così anche quanti pregano e pregano, ma hanno la sensazione di non ottenere ciò che chiedono (pur avendolo fatto in una forma, diciamo qui, “santa”) devono riflettere su questo aspetto: il fatto stesso che continuino a pregare (cosa buona e ispirata) è già un grande segno di come in qualche modo la loro preghiera stia venendo ascoltata da Dio. L’esito della preghiera ha infatti due volti: quello di chi prega e quello di Dio stesso che la preghiera accoglie. Come ha fatto Gesù nell’orto, dobbiamo puntare a questo secondo fine, come esclusivamente santo e giusto. Quindi se continuiamo a pregare, è perché Dio ci sta ascoltando, e se ci sta ascoltando, la preghiera andrà necessariamente verso l’esito giusto e santo: il suo, l’esito divino.
Coraggio, non smettiamo mai di pregare!
Amen
 
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