La curiosità porta all’inferno

“La curiosità porta all’inferno” – L’opposizione fra lo svuotamento dei Magi davanti al Redentore e la nostra pienezza di noi stessi nel curiosare i fatti degli altri

La curiosità è un peccato gravissimo, soprattutto quando è ormai un tratto esistenziale, cioè radicata nella persona stessa, piuttosto che non una semplice, transitoria tensione rispetto ad un qualcosa di nuovo, ad un oggetto esterno a sé e che suscita una particolare cinetica volitiva rispetto al suo possesso, quantomeno a livello di conoscenza. S. Pio la definiva come “mancanza di carità” e giustamente, inquadrandola cioè come un peccato di superbia che tende in qualche modo a volersi appropriare, per fini egoistici, di qualcosa che spiritualmente o materialmente non appartiene a se stesso e la cui latitanza genera appunto un malsano desiderio di possesso.
Ciò riguarda tanto le piccole cose quanto le grandi, tanto le realtà spirituali che le corporali. Si è desiderosi di invadere, con tutta la propria persona, un circuito esistenziale, una realtà distinta da sé alla maniera di un ladro. Ci si sente più ricchi, infatti, solo a scapito di qualcuno dal quale si è tolto, per propria invadenza, un segreto, un particolare privato, una realtà personale. E questo spesso avviene con mezzi davvero poco nobili, anche nei contesti cristiani e persino dentro le Chiese.
Quei magi che compirono quel viaggio così impegnativo e selciato da tanti rischi (come il passaggio dalle autorità), non fu dettato in alcun modo dalla curiosità rispetto ad una informazione loro pervenuta (qui non ci interessa il modo), ma dall’amore verso il nascituro Gesù. Giunti a destinazione, non si atteggiarono come gente che ha saziato il proprio desiderio di sapere, di curiosare e che, proprio per questo, ora può ritenersi satura. Il loro è stato piuttosto un atto di adorazione (da un punto di vista teologico) ma anche di svuotamento (da un punto di vista esistenziale), come attestato dai doni offerti a Gesù e dei quali, vuoi o non vuoi, essi si sono privati per il fine nobile del rendimento di grazie.
Si tratta cioè del contrario della curiosità. A noi è dato di poter procedere nella stessa maniera, con lo stesso fine, ogni volta che andiamo in Chiesa e ci troviamo davanti al SS. Sacramento. Ivi possiamo svuotare noi stessi donando tutto ciò che abbiamo, pur in forma sprirituale, a Colui che tutto dona a noi. Eppure la realtà è spesso segnata da questo terribile approccio “curioso” alla verità stessa di Gesù e dell’ambiente ecclesiale nel quale lo incontriamo. Siamo piuttosto più interessati, ad esempio, a vedere chi c’è in Chiesa, come si comportano gli altri (talvolta persino come sono vestiti, con chi vengono a Messa, eventuali loro parenti o amici accanto a loro); ci interessa “sapere” come il celebrante commenterà un dato passo biblico, in che modo celebrerà una data ricorrenza (ad esempio l’imminente solennità dell’Immacolata), persino quanto tempo impiegherà per farlo. E tante altre cose inutili ancora: se e come viene fatto il presepio, con quali parole ricorderà un determinato defunto, come sottolineerà un dato fatto sociale appena occorso, e via dicendo. Ed i vari banchetti natalizi, le luci, magari i pranzi o le cene organizzate dalla parrocchia ed il modo in cui potersi integrare ad essi. Ciò mentre Gesù rimane lì, da solo, e pur avento tanti occhi addosso, tutto sommato riceve l’adorazione vera, come quella dei Magi, da ben poche persone.
La curiosità non si addice ai santi, ne rappresenta il radicale opposto. Ecco dove la sapienza di Dio davvero è stoltezza per i pagani, ivi compresi quegli stessi cristiani che ancora non vogliono purificarsi da quel paganesimo intrinseco al loro cuore e che una malsana curiosità mantiene integro e vivente, conducendoli, salvo ripensamenti forti, inevitabilmente lontano da Dio, verso l’inferno.

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