Se non opponono Madre e Figlio, certi sacerdoti non sono contenti –

Se non opponono Madre e Figlio, certi sacerdoti non sono contenti –
 
 
Come nel racconto delle nozze di Cana, così anche in quello del ritrovamento di Gesù fra i dottori del tempio alcuni predicatori pongono in essere una dialettica intensa fra la Madre e il Figlio, quasi che la prima fosse del tutto ignara della realtà personale del secondo e che fra di loro regnasse una fondamentale incomprensione relazionale che solo la conoscenza di Gesù risolverebbe rispetto all’incomprensione della Madre.
Ieri un sacerdote commentando durante la S. Messa il brano del ritrovamento di Gesù al tempio ha usato apertis verbis l’espressione “rimprovero di Maria” al Figlio Gesù per quanto aveva fatto. Si tratta di una analisi sin troppo umana dell’accaduto, che conduce inevitabilmente ad intendere le parole della Madre rivolte al Figlio, rinvenuto al tempio dopo tre giorni, ossia, secondo il greco: “Tέκνον, τί ἐποίησας ἡμῖν οὕτως;” (Lc 2,48), come appunto il rimprovero di una madre che sgrida il proprio figlioletto per una azione compiuta e non buona.
Cosa teologicamente del tutto insensata. Lo stesso testo di Luca sembra sottintendere una distinta applicazione ermeneutica. Innanzitutto la Madre si rivolge al Figlio chiamandolo in senso proprio non con il corrispondente greco di “Figlio mio”, ma con il termine “Tέκνον”, che in un certo senso evoca un bambino sottomesso integralmente ad una volontà esterna a sé, del tutto obbediente e dipendente da essa.
Maria, quindi, qui sembra presupporre l’obbedienza di Gesù nello stesso rivolgersi a lui incontrandolo al tempio. Inoltre, l’intera frase di Maria può assumere tutto un altro senso rispetto a quello accusatorio che comunemente viene presentato traducendo con il comune: “Perché ci hai fatto questo?”. Maria, infatti, domanda al Figlio-bambino il senso della natura (greco “τί”) di quanto Gesù ha compiuto permanendo nel tempio e non seguendo i genitori verso l’itinerario di casa, ossia il senso di quell’esperienza che Maria e Giuseppe hanno vissuto alla luce del comportamento stesso di Gesù.
Una cosa, dunque, è chiedere la natura di un agito per poterla comprendere, il suo senso teologico ed umano per poterlo amalgamare nella propria conoscenza: un’altra cosa è intendere questa richiesta come un capo d’accusa contro qualcuno, che a priori viene condannato, anche solo verbalmente, per quanto compiuto.
Intendere la domanda di Maria a Gesù rivoltagli al tempio come un “rimprovero”, ci pare per questo del tutto inadeguato.
Del resto sappiamo quanto certi predicatori amino, a prescindere da questo episodio, instaurare delle contrapposizioni materno-filiali fra Maria e Gesù laddove esse sono del tutto inesistenti.
 
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