“E non diventare incredulo, ma credente”

“E non diventare incredulo, ma credente”
(καὶ μὴ γίνου ἄπιστος ἀλλὰ πιστός)
 
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Il biblista Ignace de la Potterie aveva insistito molto su questa traduzione, distinta da quella più ricorrente, di questo versetto del Vangelo di Giovanni, che si riferisce alle parole di Gesù risorto dette a Tommaso. La traduzione più ricorrente traduce più sbrigativamente con “Non essere incredulo, ma credente”.
Tuttavia il senso cambia molto, se si prende in considerazione il verbo che Giovanni (l’Evangelista) usa qui per dire quanto in oggetto. Il verbo è infatti “γίνομαι” (ghìnomai), che se anche ha molti significati, tuttavia il più comune è quello di “diventare”, “venire ad essere”.
Alcuni altri biblisti considerano come “passata” questa idea del de la Potterie, dicendo che era una sua fissazione (come quella della traduzione al singolare di Gv 1,13: “Egli (Gesù), che non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio è stato generato”).
Tuttavia sappiamo con quanto zelo il de la Potterie abbia minuziosamente analizzato il quarto Vangelo nei suoi studi esegetici, e possiamo vedere quanto cambi di senso il versetto in oggetto (Gv 20,27) se tradotto come egli propone:
“E non diventare incredulo, ma credente”.
Difficile pensare, infatti, che Tommaso “non” fosse affatto credente, nonostante l’epilogo della vita umana di Gesù appena esperito. E tuttavia la storia stessa, sua come degli Apostoli, manifesta al contempo un’incertezza, una non completezza di questa fede in Gesù. Di qui l’ipotesi del “diventare” credente (o incredulo).
Per alcuni sono solo puntigli letterari, che cambiano a seconda dei codici considerati ma anche delle teologie ad essi connesse. Per altri invece è molto importante questo tipo di approfondimenti, non per vanità letteraria, ma per la vita cristiana.
Amen
 
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